Protezionismo, trade deficit e guerre commerciali

GIOVANNI BIRINDELLI, 25.8.2019

«Donald Trump annuncia nuovi dazi sul Made in China. A partire dall’1 ottobre saliranno al 30% i dazi su 250 miliardi di dollari di prodotti cinesi sui quali al momento gravano dazi al 25%. Sui restanti 300 miliardi di dollari di prodotti dalla Cina i dazi che scatteranno l’1 settembre saranno al 15% e non al 10%»[1].

Fin dal suo discorso di insediamento, Trump è stato molto chiaro sul fatto che la sua amministrazione avrebbe adottato misure protezioniste in misura ancora maggiore di quanto abbiano fatto le amministrazioni precedenti: «A partire da oggi, sarà solo America first, America first». «Seguiremo due semplice regole: compra americano e assumi americano». «Il protezionismo porterà grande prosperità e ricchezza».

Il 22 dicembre del 2018, quasi un anno dopo l’inizio della guerra commerciale con la Cina a forza di dazi da lui iniziata, ha twittato: «I’m a tariff man», come se a qualcuno potesse essere rimasto qualche dubbio.

Questa posizione ancora più protezionista di quelle dei suoi predecessori ha la sua origine nel trade deficit che gli USA hanno nei confronti di altri paesi, e in particolare della Cina: «noi perdiamo 800 miliardi di dollari all’anno, ogni anno» dice Trump, implicando che esista un “noi”, che il deficit della bilancia commerciale sia una “perdita” e che questa vada corretta attraverso misure protezioniste.

Nella prima sezione di questo articolo discuto il rapporto fra trade deficit e prosperità. Questo è un punto delicato su cui c’è spesso confusione, anche da parte di alcuni economisti che hanno familiarità con la Scuola Austriaca di economia.

Nella seconda sezione discuto rapidamente il protezionismo nel caso particolare del commercio internazionale, con particolare riferimento ai dazi.

Nella terza e ultima sezione, faccio alcune brevi considerazioni sulla dimensione monetaria del protezionismo.

  1. Trade deficit e prosperità

La bilancia commerciale è una voce contabile che mette in relazione il valore dei beni e servizi che le persone che abitano in un paese vendono all’estero e il valore dei beni e servizi che esse comprano dall’estero. Si ha un deficit della bilancia commerciale (trade deficit) quando, in un dato periodo di tempo (p. es. un anno), il valore dei beni e servizi che le persone che abitano in un paese vendono all’estero è minore del valore (misurato nella stessa unità di conto) dei beni e servizi che esse comprano dall’estero. Nel caso opposto si ha un surplus della bilancia commerciale (trade surplus).

A primo acchito, uno è portato a ritenere che un trade deficit sia una “perdita” (dopotutto, se una persona spende più di quello che guadagna essa non sta forse perdendo denaro?) e che quindi un trade deficit sia necessariamente insostenibile nel tempo; dal che ne consegue che debba essere fatto qualcosa per correggerlo. Anche se oggettivamente falsa, questa tesi risulta ovvia a chi si ferma al pensiero immediato, cioè non mediato dalla logica. Dato che la stragrande maggioranza delle persone, sulle materie che non conosce, tende a fermarsi al pensiero immediato, è relativamente facile guadagnare ampi consensi sulla base di misure protezioniste, come Trump e il nuovo populismo nazionalista dilagante un po’ ovunque hanno fatto e stanno continuando a fare.

1.1 Nei limiti in cui lo scambio è libero, il trade deficit non può mai essere una “perdita”

Gli scambi commerciali non avvengono fra paesi, ma fra persone (e fra aziende). Il fatto che in alcuni casi queste persone abitino in paesi diversi è irrilevante per la scienza economica. I confini geografici infatti sono una categoria della politica, e a volte della cultura (o oggi più spesso della sua distruzione), non della scienza economica. Non esiste alcun “Paese A” che scambia beni e servizi col “Paese B”. Esiste solo Tizio che scambia beni e servizi con Caio. Rothbard ha ragione quando afferma che «Il modo migliore di guardare ai dazi o alle quote d’importazione o ad altri impedimenti protezionisti è quello di dimenticarsi dei confini politici. Questi possono essere importanti per altre ragioni, ma non hanno alcun significato economico.[…] L’assurdità di preoccuparsi della bilancia dei pagamenti è evidente se uno prende in considerazione il commercio fra stati. Infatti nessuno si preoccupa della bilancia dei pagamenti fra lo stato di New York e quello del New Jersey oppure di quello fra il quartiere di Manhattan e quello di Brooklyn»[2]. Nei limiti in cui gli scambi che producono il trade deficit sono scambi volontari, per la soggettività del valore economico non ci può tecnicamente essere alcuna “perdita”. Per definizione, infatti, entrambe le parti guadagnano attraverso lo scambio. È per questa ragione che il valore economico può essere creato solo attraverso il libero scambio e che l’impedimento o la limitazione di questo (cioè il protezionismo) ha necessariamente solo effetti economici distruttivi (vedi oltre, sezione 2). Nei limiti in cui lo scambio è libero, il trade deficit non è altro che il risultato dello spontaneo processo di mercato, e cioè dell’insieme di scelte individuali.

1.2 Il trade deficit può essere un segno di ottima salute economica; e, quando lo è, è sostenibile nel tempo, all’infinito

Il fatto che il trade deficit non sia una perdita non implica di per sé che esso sia sostenibile. Dopotutto, una persona può liberamente fare delle scelte economiche che, pur essendo per essa (cioè in base alla propria gerarchia delle preferenze) un guadagno, sono economicamente insostenibili. Pensiamo alla persona che dilapida il suo patrimonio in feste e altri beni di consumo.

Tuttavia, in assenza di interventismo (specie monetario, vedi oltre: sezione 3), nel lungo periodo è difficile (se non impossibile) che una grande quantità di persone compiano le stesse azioni economicamente insostenibili allo stesso momento. Il processo di mercato infatti è per sua natura distribuito e antifragile. Nel lungo periodo, esso opera una selezione avversa nei confronti di chi compie scelte economicamente insostenibili. In altre parole, si corregge da solo. Sarebbe quindi sorprendente che, in condizioni di libero mercato, un trade deficit della bilancia commerciale fosse insostenibile. E infatti generalmente non è così.

Un trade deficit può essere insostenibile ma di solito lo è a causa delle distorsioni prodotte dall’interventismo, in particolar modo monetario. Specialmente nella situazione attuale (in cui l’interventismo statale ha assunto dimensioni globali e rende nel lungo termine insostenibili i processi economici di tutti i paesi, chi più chi meno), un territorio ipotetico dove venisse rispettato il principio di non aggressione (e quindi dove ci fosse il libero mercato), non potrebbe che avere un trade deficit: questo sarebbe un’espressione contabile della sua salute economica e inoltre sarebbe assolutamente sostenibile nel tempo, all’infinito. Per capire perché, occorre prendere in considerazione preliminarmente la relazione contabile esistente fra trade deficit e flusso di capitale.

1.2.1. Il trade deficit è l’altra faccia della medaglia di un afflusso netto di capitale (cioè di investimenti)

Il trade deficit infatti (più precisamente il deficit delle partite correnti o current account deficit: una voce contabile leggermente più ampia che include il trade deficit) è l’altra faccia della medaglia di un afflusso netto di capitale. In un mondo costituito da due soli territori (A e B), se le persone che abitano nel territorio A comprano più beni e servizi dalle persone che abitano nel territorio B di quanto avvenga l’inverso, questo significa che le persone che abitano nel territorio B investono nel territorio A più di quanto le persone che abitano in quest’ultimo investono nel territorio B. Come scrive Robert Murphy, «Se gli americani spendono di più in beni e servizi venduti dagli stranieri di quanto gli stranieri spendano in beni e servizi venduti dagli americani, questo necessariamente significa che gli stranieri devono investire più capitale in asset americani che il contrario. Questa non è una teoria economica ma una tautologia contabile»[3].

Può essere utile vedere questa relazione contabile prima intuitivamente, attraverso un esempio ultrasemplificato senza denaro (che prendo a prestito da Murphy), e poi in un contesto più attinente alla realtà economica odierna. «Per evitare di comparare le mele con le pere (una difficoltà che può essere risolta solo ricorrendo ai prezzi in denaro), supponiamo che le zappe [che sono un bene capitale, non di consumo, n.d.r.] siano l’unico bene esistente al mondo»[4] e che questo sia costituito da due territori, A e B. In questo contesto «assurdo ma istruttivo», dato un intervallo di tempo, un afflusso netto di beni capitali dal territorio B al territorio A significherebbe che, in quell’intervallo, le persone che vivono nel territorio B hanno inviato più zappe nel territorio A di quanto le persone che abitano nel territorio A abbiano inviato nel territorio B. Questo tuttavia significa che il territorio A ha un trade deficit nei confronti del territorio B: infatti le persone che abitano nel territorio A hanno comprato più zappe dalle persone che vivono nel territorio B di quanto sia avvenuto il contrario. Quindi quel trade deficit implica un afflusso netto di beni capitali.

Possiamo vedere questo anche in un contesto più realistico, in cui, fermo rimanendo il fatto che ci sono due territori A e B, il territorio A sono gli USA, il territorio B è il resto del mondo e ci sono prezzi denominati in una moneta di riferimento comune, che in questo caso è il dollaro USA (che è ancora la moneta di riserva internazionale più comune e unità di conto globale). L’esistenza di un trade deficit USA nei confronti del resto del mondo significa che gli americani comprano beni e servizi dagli abitanti del resto del mondo per un valore maggiore di quello (sempre misurato in dollari) dei beni e servizi che gli abitanti del resto del mondo comprano dagli americani. Questa situazione comporta che c’è un afflusso netto di dollari dagli USA alla resto del mondo. Se questo afflusso netto di dollari venisse speso dagli abitanti del resto del mondo per acquistare beni e servizi americani allora il trade deficit USA diminuirebbe, ma noi per ipotesi (dato che stiamo analizzando il trade deficit) abbiamo escluso questa possibilità. Se gli abitanti del resto del mondo vendessero a qualche ufficio di cambio i dollari per avere la loro moneta nazionale e acquistare beni e prodotti del resto del mondo, l’afflusso netto di dollari rimarrebbe comunque nel resto del mondo. Fermo rimanendo il trade deficit, quindi, questo afflusso netto di dollari può essere solo in investito assets americani: «Ora, qualsiasi cosa il resto del mondo faccia con questo afflusso netto di dollari costituisce un investimento in assets denominati in dollari. Se questi dollari venissero detenuti semplicemente come denaro contante questo conterebbe perché i dollari sono, eh si, un asset denominato in dollari. Altrimenti (scenario più probabile) gli stranieri useranno i loro guadagni in dollari per comprare assets americani, come obbligazioni dallo Zio Sam o azioni delle società americane.[…] Quindi è chiaro che un trade deficit comporti un surplus del conto capitale, cioè un afflusso netto di investimenti stranieri negli Stati Uniti» (sempre Murphy).

Già qui si vede la contraddizione logica di coloro che, come Trump[5], da una parte vogliono un minore deficit commerciale e, dall’altra, vogliono più imprese straniere che investano nel loro paese: le due cose si escludono logicamente a vicenda.

1.2.2. Quando il trade deficit è segno di buona salute economica e quindi è sostenibile

Abbiamo visto nel paragrafo precedente che il trade deficit del territorio A nei confronti del territorio B è l’altra faccia della medaglia di un afflusso netto di capitale, e cioè di investimenti, dal territorio B al territorio A.

Ora, in assenza di socialismo (specie monetario ma non solo), gli investimenti vanno dove trovano le condizioni migliori: per esempio più basse preferenze temporali (cioè maggiori risparmi, che in condizioni di libero mercato in generale, e della moneta in particolare, si traducono in più bassi tassi d’interesse); minori ostacoli, specie legali, al libero scambio, ecc. In altre parole, un territorio che avesse condizioni per gli investimenti più favorevoli rispetto ad altri territori attirerebbe maggiori investimenti produttivi. In altri termini, avrebbe un afflusso netto di capitali e quindi (vedi punto 1.2.1.) un trade deficit nei confronti degli altri paesi.

In una situazione come quella attuale di socialismo globale dilagante (monetario e non), un ipotetico territorio (o una piattaforma galleggiante in acque internazionali, o una stazione spaziale privata orbitante) in cui le regole di comportamento sociali fossero limitate a quelle scientifiche (quindi in cui la legge fosse il principio di non aggressione e basta) e quindi in cui non ci fosse lo stato, né la tassazione, né proprietà pubblica, né banche centrali, né welfare, né tribunali pubblici, né forze dell’ordine pubbliche, né dogane, né dazi o altre barriere al ‘commercio internazionale’ ma ci fosse solo l’ordine spontaneo del libero mercato, ebbene questo territorio non potrebbe che avere un trade deficit enorme in quanto avrebbe un enorme afflusso di investimenti produttivi.

Il trade deficit degli USA è così grande e persistente in parte proprio perché gli USA, pur avendo un livello di interventismo immenso e in continua ascesa, lo hanno a un livello e a un tasso di crescita ancora minore che in molti altri paesi (specie la Cina). Grazie a quello che resta delle intenzioni dei padri fondatori, e quindi nonostante l’azione devastante della politica di qualsiasi colore, gli USA hanno ancora delle condizioni per gli investimenti migliori di quelle che hanno molti altri paesi.

Quando il trade deficit è segno di buona salute economica, cioè di condizioni favorevoli agli investimenti (in altre parole di libertà e di capitalismo), allora esso è perfettamente sostenibile in quanto esso non è altro che il risultato dell’ordine spontaneo del libero scambio. In un mondo dove il denaro fiat di stato e il sistema stato-banche centrali erodono ovunque il potere d’acquisto della moneta, aumentano le preferenze temporali delle persone, consentono l’espansione artificiale del denaro e del credito producendo in questo modo crisi economiche cicliche e guerre, perché l’afflusso netto di investimenti verso un territorio sovrano che ha condizioni favorevoli agli investimenti (e quindi il corrispondente trade deficit) dovrebbe arrestarsi? Di nuovo Murphy, facendo l’esempio dell’“Isola di Rothbard”, afferma che questa, grazie alle sue migliori condizioni per gli investimenti, avendo trade deficit continui e perfino crescenti «genererebbe vero reddito nei confronti di altri paesi, in un modo perfettamente sostenibile, anche senza produrre niente di fisico da esportare»[6]. «Un paese può avere trade deficit all’infinito. Fino a quando gli stranieri vogliono investire di più in quel paese di quanto le persone di quel paese vogliono investire all’estero,[a parità di altre codizioni, n.d.r.] la bilancia commerciale resterebbe negativa»[7].

1.2.3. Quando il trade deficit è segno di cattiva salute economica e non è sostenibile

Naturalmente c’è una differenza abissale, e anzi un’antitesi, fra il caso in cui l’afflusso netto di capitali corrispondente al trade deficit è costituito da investimenti produttivi (come tende ad avvenire in un ambiente di libero mercato) e quello in cui è costituito da investimenti improduttivi (come tende ad avvenire in un ambiente di interventismo diffuso, specie monetario). Su questo punto ancora Robert Murphy, con qualche passaggio saltato spiegato in parentesi: «se la Federal Reserve crea dal nulla milardi di dollari e gli ‘investitori’ stranieri sono altre banche centrali che si ingurgitano questi dollari a causa delle loro stesse regole che impongono di considerarli come riserve, allora questo aumento della domanda di ‘asset americani’ ha un carattere molto diverso. In particolare, [l’artificialmente] basso tasso d’interesse che accompagna tale valanga di nuovi dollari [disincentiverà il risparmio e quindi] incoraggerà il consumo domestico e scoraggerà gli stranieri del settore privato a investire negli Stati Uniti. Certo, il resto del mondo comprerà asset americani, ma questi saranno orientati di più al debito [specie ‘pubblico’] che alla proprietà di aziende in crescita. I beni fisici che arriveranno negli USA saranno [non beni capitali ma] beni di consumo come TV e iPod. Questo tipo di trade deficit crescente è insostenibile. A differenza dell’importazione di trattori e di petrolio grezzo, l’afflusso dell’elettronica di consumo [sono esclusi beni come i computer, ovviamente, che aumentano la produttività, n.d.r.] non permette all’economia USA di crescere di più in futuro. L’aumento dei diritti degli stranieri sui flussi di reddito americani non è dunque, in questo caso, una fetta costante o decrescente della torta USA sempre più grande, ma una porzione sempre più grande di una torta sempre più piccola»[8].

1.2.4. Il gold standard di per sé non corregge i trade deficit

Dall’analisi fin qui svolta ne consegue che, contrariamente a quanto spesso sostenuto (anche in ambienti vicini alla Scuola Austriaca di economia[9]) il gold standard di per sé non è affatto un fattore di correzione dei trade deficit, ma anzi il contrario. Infatti, dato che il gold standard è un sistema monetario sano, e dato che un sistema monetario sano contribuisce enormemente a favorire l’afflusso dall’estero di investimenti produttivi (in primo luogo abbassando le preferenze temporali delle persone e quindi i tassi d’interesse in modo sostenibile; impedendo la creazione di denaro dal nulla e le crisi cicliche che ne conseguono; ponendo un limite all’espansione della più dannosa fra le organizzazioni criminali e alla sua capacità di ingaggiarsi in conflitti mondiali, ecc.), esso di per sé (cioè a parità di altre condizioni) tende ad aumentare il trade deficit, non a ridurlo.

L’analisi tradizionale sostiene in buona sostanza che, dove vige il gold standard, un trade deficit comporta un afflusso di denaro (e quindi di oro) verso il paese che ha un trade surplus. Questo aumento di quantità monetaria, comportando un aumento delle risorse economiche disponibili per gli investimenti, diminuirebbe il tasso d’interesse e in questo modo avrebbe un effetto economico espansivo. Prima o poi questo si tradurrebbe in maggiori prezzi. L’aumento dei prezzi, a sua volta, renderebbe meno convenienti i prodotti del paese col trade surplus e più convenienti i prodotti del paese col trade deficit (che invece, a causa del deflusso di oro, avrebbe sperimentato il processo inverso). La situazione quindi si riequilibrerebbe spontaneamente.

Questa analisi meccanicistica è sbagliata perché trascura del tutto la relazione fra trade deficit e flusso di capitali e tutto ciò che ne deriva (inclusa la dinamica imprenditoriale).

Giustamente, Rothbard afferma che «all’epoca del gold standard un trade deficit era un problema, ma solo a causa della natura del sistema bancario basato sulla riserva frazionaria [quindi non di per sé, n.d.r.]. Se le banche USA, spinte dalla Fed o da precedenti forme di banca centrale, espandevano artificialmente il denaro e il credito, l’inflazione americana produceva una perdita del potere d’acquisto del denaro USA, e questo scoraggiava le importazioni e incoraggiava le esportazioni. Il deficit risultate doveva essere pagato in qualche modo e all’epoca del gold standard questo significava che esso doveva essere pagato in oro, la moneta internazionale. Quindi via via che il credito bancario si espandeva, l’oro cominciava a defluire dal paese, mettendo le banche che ricorrevano alla riserva frazionaria in condizioni sempre più difficili. Per fare fronte alla minaccia di insolvenza prodotta dal deflusso di oro, le banche prima o poi erano costrette a contrarre il credito, provocando una recessione che aveva l’effetto di invertire il trade deficit e di riportare l’oro nel paese»[10]. Sotto il gold standard, dunque, il processo di correzione del trade deficit non era dovuto al gold standard di per sé (che come abbiamo visto da solo opera in senso opposto) ma all’espansione artificiale del denaro e del credito dovuta alla riserva frazionaria che, quando combinata col gold standard, produce questo ciclo. In altri termini, il gold standard di per sé (cioè a parità di altre condizioni) non è affatto un fattore che corregge spontaneamente il trade deficit ma anzi tende ad aumentarlo nella sua forma sana. Il ciclo (con la correzione spontanea sotto gold standard) avviene solo in presenza di denaro cattivo (riserva frazionaria, denaro fiat di stato) non di denaro buono (oro).

  1. Le conseguenze dei dazi

In apertura ho accennato al fatto che la guerra commerciale fra USA e Cina è stata iniziata da Trump sulla base del fatto che, a suo parere, gli USA subiscono ogni anno una “perdita” di 800 miliardi di dollari dovuta al fatto che hanno un trade deficit nei confronti del resto del mondo.

Nella sezione precedente abbiamo visto che il trade deficit è l’altra faccia della medaglia di un afflusso netto di capitali dall’estero, e che quindi la posizione di Trump (che da un lato vuole minori trade deficit e, dall’altro, maggiori investimenti esteri negli USA), per quanto capace di fare presa sulle masse ignoranti di scienza economica (categoria nella quale includo Trump stesso, dato che mi sembra credere genuinamente in quello che dice e che fa), è logicamente contraddittoria.

Abbiamo anche visto che il trade deficit non è in assoluto un bene o un male, ma è espressione di salute economica o di malattia economica a seconda che la sua altra faccia della medaglia (l’afflusso netto di capitali esteri) sia costituita da investimenti privati diretti verso investimenti produttivi oppure da ‘investimenti’ istituzionali (p. es. di banche centrali) resi possibili da espansione artificiale del denaro e del credito (quella che Trump vorrebbe che la Fed aumentasse ulteriormente: «Chi è il nostro nemico principale, [il governatore della Fed, n.d.r.] Jay Powel o il presidente Xi?») e diretti verso il debito, specie ‘pubblico’ (quello che l’amministrazione Trump sta aumentando meno di Obama ma più del triplo di quanto lo hanno aumentato Bush e Clinton[11]).

In altri termini, abbiamo visto le ragioni per cui le fondamenta scientifiche di questa guerra commerciale fra USA e Cina (e non solo) sono del tutto inesistenti. Una marea di baggianate, in parole semplici.

In questa sezione faccio un rapido cenno ad alcuni elementi teorici di base che possono aiutare l’eventuale lettore a farsi un’idea di quali possano essere le conseguenze di questa guerra commerciale. Essendo quest’ultima fino a ora fatta soprattutto a forza di dazi, mi limiterò a una discussione di questi ultimi.

La ragione di fondo per cui il protezionismo distrugge valore economico (e basta) è, in ultima analisi, che il valore economico può essere creato solo attraverso il libero scambio. Quindi più si impedisce il libero scambio, più si impedisce la creazione di valore. Dato che, in base alla teoria soggettiva del valore, in un libero scambio ci guadagnano entrambe le parti (altrimenti lo scambio non avrebbe luogo), l’impedimento coercitivo del libero scambio (il protezionismo) danneggia entrambe le parti coinvolte nello scambio mentre, nel breve termine, favorisce i soggetti che, essendo meno efficienti e meno bravi, non potrebbero sopravvivere nel libero mercato senza protezione.

In questa sezione entro un po’ più nel particolare di questo processo nel caso dei dazi

2.1 Premessa

Prima di vedere rapidamente gli effetti economici diretti dei dazi, è utile spiegare il significato e la scelta di alcuni termini.

Abbiamo visto (sezione 1.1) che il cosiddetto ‘commercio internazionale’ non è una categoria della scienza economica (che studia l’azione umana) ma della politica (che per definizione costituisce un ostacolo coercitivo all’azione umana). In altri termini, per la scienza economica il ‘commercio internazionale’ non esiste. Quello che esiste è solo il commercio, lo scambio. Per questa ragione è più corretto (e confonde meno le idee) sostituire i termini “importatore” e “esportatore” con “consumatore” e “produttore”, rispettivamente; e sostituire il termine “dazio” col termine “tassa”.

Per maggiore semplicità, inoltre, assumerò che gli scambi avvengano in una moneta comune (questa ipotesi semplificatrice sarà rimossa nella prossima sezione).

Se l’eventuale lettore trovasse più comodo seguire questa breve spiegazione con l’ausilio di grafici può fare riferimento alle diapositive dalla nr. 56 alla nr. 67 di questa presentazione[12].

La ragione per cui all’inizio di questa sezione seguo l’analisi economica tradizionale è di mettere maggiormente in evidenza i punti in cui essa è corretta e quelli in cui essa è sbagliata.

2.2. Una tassa sul produttore danneggia sia il produttore che il consumatore

Prendiamo prima in considerazione il caso in cui lo stato imponga una tassa T sul produttore di un particolare bene. Questa tassa implica, per il produttore, un maggiore costo di produzione (esclusi costi psicologici, burocratici e di transazione, pari a T) per ogni unità di prodotto offerto sul mercato. Questo significa che, per ogni dato prezzo, il produttore sarà disponibile a offrire una minore quantità di prodotto. Quando la sabbia si sarà depositata, cioè al nuovo ‘punto di equilibrio’ (equilibrio che nella realtà economica non esiste mai), il consumatore pagherà un prezzo maggiore per avere quantità minori di quel prodotto: quindi ci perde. Il produttore riceverà un prezzo minore per vendere una quantità minore di prodotto: anche lui ci perde. Quindi una tassa sul produttore danneggia non solo il produttore ma anche il consumatore.

2.2.2. La misura in cui una tassa sul produttore danneggia sia quest’ultimo che il consumatore dipenderà dalle rispettive posizioni di forza

La misura in cui la tassa sul produttore danneggerà di più lui o il consumatore dipenderà dalle rispettive posizioni di forza. In particolare, dipenderà dall’elasticità della domanda: cioè da quanto è sensibile la domanda di un prodotto rispetto al variare di altre variabili economiche, in particolare del prezzo. Una domanda elastica (cioè che diminuisce molto a seguito anche di piccole variazioni di prezzo) esprime una posizione di forza del consumatore (per esempio grazie al fatto che egli ha molte altre alternative valide fra cui scegliere: situazione che di solito è prodotta dal capitalismo ed esclusa dal socialismo). Viceversa nel caso di una domanda inelastica (pensiamo al caso in cui il prodotto offerto dal produttore è un vaccino contro il tumore di cui solo lui detiene la formula).

Nel caso di domanda elastica, il consumatore sarà in una posizione di maggiore forza e quindi il produttore riuscirà a scaricare molto poco del costo della tassa sul consumatore. In questa situazione, il peso della tassa graverà quindi di più sul produttore che sul consumatore. Viceversa nel caso di domanda inelastica: in questo caso il peso della tassa graverà di più sul consumatore che sul produttore.

2.3. A parità di altre condizioni, è del tutto irrilevante che una tassa colpisca il produttore o il consumatore

Se la tassa T, invece che essere applicata sul produttore, viene applicata sul consumatore, quest’ultimo si troverà di fronte a un prezzo maggiore (con la differenza pari a T) per ogni unità di prodotto domandato. Questo significa che, per ogni dato prezzo, egli sarà disponibile ad acquistare una minore quantità di prodotto. Quando la sabbia si sarà depositata, il consumatore pagherà un prezzo maggiore per avere quantità minori di quel prodotto: quindi ci perde. Il produttore riceverà un prezzo minore per vendere una quantità minore di prodotto: anche lui ci perde. A parità di altre condizioni, la situazione è esattamente identica a quella in cui la tassa T veniva applicata sul produttore. In altri termini, è del tutto irrilevante che una tassa sia applicata sul produttore o sul consumatore: che sia applicata sull’uno o sull’altro, essa colpisce entrambi e allo stesso modo.

Di conseguenza, quando un presidente sostiene che «il protezionismo porterà a grande prosperità e ricchezza» e che lui è «a tariff man», delle due l’una: o sta prendendo per i fondelli i suoi elettori oppure non conosce la scienza economica.

Far passare il messaggio che una tassa sul produttore colpisce solo quest’ultimo ma non il consumatore può essere funzionale alla retorica del divide et impera di cui il potere politico si serve da millenni per opprimere i suoi sudditi, ma rimane una presa per i fondelli o una manifestazione di crassa ignoranza della scienza economica.

2.4. Evitare di lasciarsi trasportare dal godimento di vedere un presidente USA che tratta come idiota la quasi totalità degli economisti accademici

Ora, va riconosciuto che quanto analizzato fin qui in questa sezione (punti 2.1, 2.2. e 2.3.) costituisce quasi la sola parte dell’analisi economica del protezionismo in cui c’è una sostanziale coincidenza fra quello che la quasi totalità degli economisti accademici insegnano ai corsi di base di economia nelle università e la scienza economica.

Una persona che ha familiarità con la scienza economica sa quanta antitesi c’è di solito fra quello che insegnano i professori di economia nelle università e la scienza economica. Sa quanto asservito di solito è il loro pensiero ‘scientifico’ alle esigenze dell’organizzazione criminale che li finanzia e/o da cui in un modo o nell’altro dipende in gran parte la loro carriera. Sa quanto danno, devastazione economica, miseria, morte e dolore questo divario e questo asservimento, combinati con la negazione e l’inversione dell’idea scientifica di legge, hanno prodotto nel lungo periodo. Quindi la persona che ha familiarità con la scienza economica può provare un profondo piacere, quasi carnale, nel vedere un presidente americano trattare come idioti gli economisti accademici. Questo tuttavia non dovrebbe indurre a rigettare i frammenti di analisi economica scientificamente corretta che, in casi più unici che rari (e viene da dire quasi per caso), anche gli economisti accademici fanno. Duole ammetterlo, ma Trump rimane un cialtrone anche quando sbeffeggia gli economisti accademici.

2.5. La bischerata mainstream della “deadweight loss” (o “perdita netta”)

Naturalmente, dopo il breve barlume di lucidità corrispondente all’analisi sintetizzata fin qui in questa sezione, gli economisti accademici tornano a sparare balle. Fra queste, una strettamente attinente all’analisi fatta sopra è legata al concetto di “deadweight loss” (o “perdita netta”).

La “deadweight loss” è la differenza positiva fra il valore economico perso dal produttore e dal consumatore a seguito della tassa T (indipendentemente dal fatto che questa sia imposta all’uno o all’altro, come abbiamo visto) e il gettito fiscale che arriva allo stato a seguito di questa imposta (questa differenza aumenta all’aumentare dell’elasticità della domanda e viceversa). Gli economisti accademici, vedendo il gettito fiscale e la sua spesa come creazione di valore economico invece che come sua distruzione, riducono la perdita immediata di valore dovuta al protezionismo a questa “perdita netta”. Naturalmente non è così. Dato che, come abbiamo accennato sopra, in base alla teoria soggettiva del valore economico quest’ultimo può essere creato solo attraverso il libero scambio, e dato che l’imposizione fiscale, in quanto estorsione mafiosa (per di più legale), è l’esatto opposto del libero scambio, non c’è alcuna “perdita netta”. Non c’è alcuna “creazione di valore” che compensa gran parte della perdita di valore dovuta alla tassa sul produttore o sul consumatore. Tecnicamente, scientificamente, non esiste alcun “bene collettivo”, interesse “superiore” o “sociale” che l’imposizione fiscale potrebbe promuovere. C’è solo una distruzione di valore che l’imposizione fiscale, sia direttamente che soprattutto indirettamente (attraverso le distorsioni del processo di mercato che produce, vedi oltre), aggiunge all’intero danno economico subito dal produttore e dal consumatore.

2.6. Le distorsioni del processo di mercato

I danni arrecati dalla tassa protezionistica al produttore e al consumatore e il gettito fiscale sono solo l’effetto immediato di tale tassa. Nel lungo periodo, questa tassa distorce la struttura produttiva a favore dei produttori meno bravi (quelli che producono beni e servizi che, in assenza di tassa, i consumatori non avrebbero scelto) e contro quelli più bravi. In questo modo, il processo di creazione di valore viene spinto a non reggersi più sulle sue gambe (cioè sulla sua capacità di soddisfare al meglio i bisogni dei consumatori) ma a dipendere sempre di più dai favori della casta politica, favori che possono essere concessi solo estorcendo risorse economiche e libertà alle persone (entrambe risorse finite, nel senso che a un certo punto finiscono).

La struttura produttiva non è un DVD, che quando non piace più si sostituisce immediatamente con un altro. Essa è una complessa rete di investimenti, scambi, creatività, inventiva, coraggio, visione, imprenditorialità, gestione del rischio, onore, rinunce, fortuna, onestà, e molto altro che prende forma spontaneamente nel tempo (e che ha un grado di complessità maggiore o minore a seconda di quali sono le preferenze temporali delle persone: se più orientate al lungo periodo o al breve, rispettivamente). Quando questa struttura produttiva viene spinta in una direzione non sostenibile e la non sostenibilità viene a galla, non è che la struttura produttiva si può sostituire con un’altra come un DVD. Bisogna ricominciare daccapo. Gran parte degli investimenti, degli scambi, della creatività, dell’inventiva, del coraggio, della visione, dell’imprenditorialità, della gestione del rischio, dell’onore, delle rinunce, della fortuna, dell’onestà e di quel molto altro ancora che la componevano sono persi: contenuti nella ruggine dei macchinari nei capannoni abbandonati.

Essendo il protezionismo un’azione totalmente idiota, anche la reazione dei protezionisti ai suoi effetti tende a esserlo. Invece di capire che il risultato del tracollo è dovuta al protezionismo, i protezionisti di solito accollano la responsabilità all’unica cosa che quando c’è il protezionismo per definizione non può esserci: il libero mercato. Essi quindi ‘curano’ il male con dosi ancora maggiori del veleno che lo ha prodotto. E si ricomincia.

2.7. Impoverire gli altri non ti arricchisce

Quando una persona vede il processo di creazione di ricchezza come un gioco a somma zero (e cioè tale per cui, se una persona si arricchisce, da qualche parte ci deve per forza essere un’altra persona che si impoverisce), questo basta a classificarla come cialtrone economico senza indagare oltre. Questa infatti è la negazione della teoria del valore economico e dello scambio, che è il punto di partenza della scienza economica (abbiamo visto sopra che, per la teoria soggettiva del valore, se uno scambio ha luogo vuol dire che entrambe le parti coinvolte nello scambio ci guadagnano, altrimenti lo scambio non avrebbe avuto luogo).

Naturalmente, vale anche l’inverso. Se una persona si impoverisce, questo non comporta che un’altra si arricchisce. Anzi, in realtà nel lungo termine avviene il contrario. Infatti, se tu impoverisci un produttore che vive in un altro territorio impedendogli di vendere nel tuo i beni e i servizi sui quali lui ha un vantaggio comparato[13], non soltanto danneggi i tuoi consumatori ma impedisci al produttore straniero (e ai suoi dipendenti) di arricchirsi e quindi, domani, di comprare i beni e i servizi dal produttore che si trova nel tuo territorio e sui quali lui ha un vantaggio comparato (legge di Say).

Nel lungo periodo il protezionismo quindi danneggia non solo chi vuole danneggiare (i produttori esteri) e chi danneggia in silenzio (i consumatori nazionali) ma anche chi vuole proteggere (i produttori nazionali).

2.8. Le anime belle del protezionismo

La ciliegina sulla torta dell’indecente spettacolo protezionista sono le organizzazioni internazionali, specie quelle umanitarie, dove lautamente pagati (con denaro estorto ad altri) passacarte radical chic credono di ‘lavorare’ per risolvere il problema della “fame nel mondo” che i loro stessi datori di lavoro (i governi degli stati) hanno creato con politiche protezioniste. E qui occorre ricordare che, nell’ambito del commercio internazionale, il protezionismo non si esaurisce affatto nell’attuale “guerra commerciale” che Trump ha iniziato contro la Cina sulle lavatrici, l’alluminio, ecc. Anche la politica agricola comunitaria, fatta di sussidi agli agricoltori della UE e dazi imposti ai produttori di altri paesi e/o ai consumatori UE è una guerra commerciale spaventosa che, mentre comporta prezzi molto più alti per i consumatori europei, riduce alla fame intere regioni continentali il cui vantaggio comparato è nella produzione di prodotti agricoli. Per non parlare dei recenti editti UE che impongono a società americane come Netflix e Amazon di produrre una certa quantità di film europei.

Per la libertà e per la prosperità non c’è niente di più dannoso delle anime belle che ignorano la scienza della libertà e quella economica.

 

  1. Il protezionismo monetario

Fino a ora ho parlato di protezionismo intendendo con questo termine il ricorso alla coercizione legale[14] per limitare, ostacolare o impedire lo scambio legittimo[15] fra persone e aziende che si trovano in territori separati da confini politici.

Questa tuttavia non è una definizione scientifica di protezionismo. Per essere scientifica, infatti, una definizione deve essere il più generale possibile. In altri termini, una definizione di un fenomeno che arbitrariamente si riferisce solo ad alcune espressioni di quello stesso fenomeno, e non ad altre, non può essere una definizione scientifica.

Dal fatto che, come abbiamo visto, i confini politici sono del tutto irrilevanti per la scienza economica, segue che il fenomeno del ricorso alla coercizione legale per limitare, ostacolare o impedire il libero scambio legittimo attraverso confini politici è esattamente lo stesso del ricorso alla coercizione legale per limitare, ostacolare o impedire il libero scambio all’interno di particolari confini politici. Si tratta di azioni criminali che hanno esattamente la stessa struttura. Quindi una definizione scientifica di protezionismo non può limitare quest’ultimo al caso particolare del cosiddetto ‘commercio internazionale’.

Una definizione di protezionismo che a me sembra avere validità scientifica è quindi la seguente: il protezionismo è il ricorso alla coercizione legale per limitare, ostacolare o impedire il libero scambio.

Così definito, il protezionismo coincide con l’interventismo, cioè con l’azione statale. Inteso in termini scientifici il protezionismo dunque non è una politica: il protezionismo è lo stato.

Fra tutte le forme particolari di protezionismo, quella relativa al commercio internazionale, sebbene grave, non è affatto la peggiore. Far from it. I danni prodotti (sia direttamente che indirettamente attraverso le distorsioni della struttura produttiva) tendono infatti a essere settoriali, non sistemici. Se gli USA mettono un dazio sulle lavatrici cinesi, saranno danneggiati i consumatori di lavatrici, i produttori di lavatrici e le persone e le aziende che vi orbitano economicamente attorno (p. es. i lavoratori di quel settore, i produttori che vendono i loro prodotti a questi ultimi, ecc.).

Le due forme peggiori di protezionismo, quelle che hanno danni sistemici di gran lunga maggiori di qualunque altra, sono il protezionismo legislativo[16] e quello monetario.

Il protezionismo monetario (che è reso possibile da quello legislativo) consiste nel ricorso alla coercizione legale per impedire il libero scambio legittimo nel settore del denaro.

Questo impedimento del libero scambio nel settore del denaro porta con sé una vagonata di conseguenze sistemiche. Queste sono dovute al fatto che il denaro è il mezzo di scambio (quindi una manipolazione dello stesso ha un impatto diretto e indiretto su tutto il sistema economico, non solo nei settori vicini a quelli protetti come avviene in altre forme di protezionismo) e che, attraverso il tasso d’interesse di mercato, esso è strettamente collegato al tempo.

Il protezionismo monetario è un tema troppo lungo e complesso per poter essere discusso qui senza abusare della già straordinaria pazienza che l’eventuale lettore che fosse arrivato fino a questo punto ha mostrato. Personalmente lo tratto in un altro articolo[17] ma per un’efficace trattazione divulgativa consiglio il testo Cosa è il denaro di Gary North; mentre per una trattazione più approfondita consiglio Il Mistero dell’Attività Bancaria di Murray Rothbard e Money, Bank Credit and Economic Cycles di Jesús Huerta de Soto; infine, per una trattazione del protezionismo monetario all’interno di una trattazione completa della scienza economica consiglio Human Action di Ludwig von Mises e Man, Economy and State di Murray Rothbard.

Quello che qui ci interessa è fare un breve cenno al legame fra il protezionismo nel campo del ‘commercio internazionale’ e quello in campo monetario. Il secondo infatti è funzionale al primo e ne amplifica gli effetti distruttivi a livello sistemico.

Una volta esauriti o quasi gli strumenti tradizionali a sostegno del protezionismo nel campo del ‘commercio internazionale’, chi lo ha imposto comincia infatti a chiedere il sostegno delle banche centrali (naturalmente ‘indipendenti’ dal potere politico che ne nomina i vertici; che garantisce loro i privilegi senza i quali non potrebbero esistere; e che a sua volta dipende da loro per continuare a espandere il suo debito e quindi ad assolvere la sua funzione: quella di espandere continuamente i propri poteri): «Chi è il nostro nemico principale, Jay Powel o il presidente Xi?». Le banche centrali sono infatti esortate dal potere politico a espandere ulteriormente il denaro fiat di stato che esse creano dal nulla al fine di svalutare la moneta e rendere anche in questo modo i prodotti ‘esteri’ meno convenienti di quelli ‘nazionali’, cioè di ridurre artificialmente il loro rapporto qualità/prezzo.

Questa espansione dell’offerta monetaria, tuttavia, comportando un’ulteriormente e accelerata perdita del potere d’acquisto del denaro, da un lato depreda ulteriormente i consumatori del paese protezionista. Dall’altro, producendo un tasso d’interesse artificialmente basso, crea delle distorsioni sistemiche nel sistema produttivo che necessariamente portano a un tracollo del sistema.

Il tasso d’interesse è il prezzo delle preferenze temporali. Dove le persone risparmiano di più e consumano di meno (cioè dove esse hanno una preferenza temporale più bassa) le risorse disponibili per gli investimenti saranno maggiori; il prezzo per aggiudicarsi queste risorse (il tasso d’interesse) quindi sarà minore e consentirà investimenti ambiziosi a lungo termine che richiedono una struttura produttiva lunga e complessa. Viceversa, dove le persone risparmiano di meno e consumano di più (cioè dove esse hanno una preferenza temporale più alta) le risorse disponibili per gli investimenti saranno minori; il prezzo per aggiudicarsi queste risorse (il tasso d’interesse) quindi sarà maggiore e consentirà meno investimenti, meno ambiziosi, più a breve termine.

Dato che in entrambi i casi il tasso d’interesse è espressione delle preferenze temporali delle persone, in entrambi i casi esso è in grado di svolgere la sua funzione: quella di coordinare nel tempo risparmi e investimenti; in altri termini, quella di dare agli imprenditori le informazioni necessarie sulle risorse disponibili per i loro investimenti. Il tasso d’interesse di mercato non impedisce naturalmente agli imprenditori di fare errori. Tuttavia, questi errori saranno casi isolati e faranno parte del sistema di antifragilità del libero mercato, che si autocorregge proprio in base a questi errori.

Tuttavia, laddove il tasso d’interesse non è di mercato ma è fissato arbitrariamente dalle banche centrali (sia direttamente attraverso il tasso ufficiale di sconto che soprattutto indirettamente attraverso l’espansione artificiale del denaro e del credito) esso non è più in grado di svolgere la sua funzione di coordinamento fra risparmi e investimenti. L’unica cosa che può fare è dare a tutti gli agenti economici un’informazione falsa (cioè enormemente esagerata per eccesso) sulla quantità di risorse disponibili per gli investimenti. Sulla base di questa informazione falsa, tutti gli attori economici (e in particolar modo gli imprenditori) saranno indotti a fare lo stesso errore allo stesso momento. Dato che la bussola ha smesso di funzionare, tutti navigheranno allo stesso momento in una direzione sbagliata. Gli imprenditori saranno indotti dal tasso d’interesse artificialmente basso a fare investimenti che sono troppo ambiziosi (troppo grandi, troppo complessi, troppo a lungo termine) rispetto alle risorse effettivamente disponibili per gli investimenti. Inizialmente ci sarà una fase di forte espansione economica (boom) la quale sarà seguita dall’incontro con la realtà (bust). La distorsione della struttura produttiva indotta dall’espansione artificiale del denaro e del credito comporterà la totale perdita di gran parte degli sforzi fatti e del capitale investito (come abbiamo visto sopra, 2.2.6., la struttura produttiva non è un DVD). Quando invece di ricominciare daccapo a produrre in base alle risorse effettivamente disponibili per gli investimenti si ricomincia daccapo a curare il male con dosi sempre maggiori del veleno che lo ha prodotto, si ha la stessa devastazione solo su scala molto più grande.

Il protezionismo commerciale quindi non è indipendente da quello monetario. Di solito lo precede in un ciclo senza fine che porta a sempre peggiori recessioni e a guerre. La scienza economica non può dire quando esattamente sarà il nuovo 2008 (a occhio non fra molto). Tuttavia può dire con assoluta certezza che sarà molto peggio del 2008, in quanto il 2008 ha continuato a essere ‘curato’ con dosi enormemente maggiori dello stesso veleno che in ultima analisi lo ha prodotto.

Per la prima volta nella storia dello stato moderno, tuttavia, grazie a bitcoin (se questo l’esperimento continuerà ad avere successo), l’individuo è nella posizione non solo di difendersi dal protezionismo monetario (e nel campo del ‘commercio internazionale’) ma anche di trarre beneficio dai suoi effetti catastrofici. Per una bella trattazione di bitcoin in una prospettiva economica di lungo periodo rimando al recente libro The Bitcoin Standard di Saifedean Ammous. Al netto di alcuni per me inspiegabili errori scientifici oggettivi[18] tutti legati in ultima analisi al concetto di valore economico (che è la base della scienza economica), questo per me rimane un libro davvero stupendo che, in modo estremamente semplice, chiaro e divulgativo, ricorrendo a elementi di analisi di storia economica, monetaria e di teoria economica, riesce a dare a chi fa altro nella vita una visione d’insieme sufficientemente completa per orientarsi all’intero della follia protezionista dove si trova costretto a vivere e ad agire.

NOTE

[1] https://www.ilsole24ore.com/art/trump-annuncia-nuovi-dazi-made-china-ACjk80f.

[2] Rothbard M.N., 2011 [1995], Smashing protectionist theory, again: https://mises.org/library/smashing-protectionist-theory-again, traduzione mia.

[3] Murphy R.P., 2007, Isn’t the Capital Surplus a Good Thing?: https://mises.org/library/isnt-capital-surplus-good-thing, traduzione mia.

[4] Ibid., traduzione mia.

[5] «A lot of companies are leaving China now because they want to go to a non-tariffed country. And some of those companies are coming here. It’s been incredible. We’re taking in billions and billions of dollars» dice Trump mentre nonostante i dazi il deficit commerciale USA continua a crescere (https://www.npr.org/2019/07/12/741237652/data-shows-u-s-trade-gap-with-china-widened-during-month-of-june).

[6] Murphy R.P., 2007, Perpetual Trade Deficits Can Be Good: https://mises.org/library/perpetual-trade-deficits-can-be-good, traduzione mia.

[7] Murphy R.P., 2007, Isn’t the Capital Surplus a Good Thing?: https://mises.org/library/isnt-capital-surplus-good-thing, traduzione mia.

[8] Murphy R.P., 2018, Trade Deficits and Fiat Currencies: https://mises.org/library/trade-deficits-and-fiat-currencies-0, traduzione mia.

[9] Polleit T., 2018, Trade Deficits: An Austrian Perspective: https://mises.org/library/trade-deficit-austrian-perspective.

[10] Rothbard M.N., 2011 [1995], Smashing protectionist theory, again: https://mises.org/library/smashing-protectionist-theory-again, traduzione e enfasi miei.

[11] https://www.businessinsider.com/trump-national-debt-deficit-compared-to-obama-bush-clinton-2019-2?IR=T

[12] Birindelli G., 2019, Protectionism: https://catallaxyinstitute.wordpress.com/2019/05/10/protectionism-2/.

[13] La teoria dei vantaggi comparati dimostra che, a parità di altre condizioni, la persona (o azienda) A che è più efficiente nel produrre sia il bene o servizio X che il bene o servizio Y di quanto lo sia la persona (o azienda) B avrà convenienza ad acquistare comunque da B i beni e servizi sulla produzione dei quali B ha un vantaggio comparato. Per fare un esempio, un dentista che gestisce l’amministrazione in modo più efficiente di tutte le segretarie che può assumere avrà comunque convenienza ad assumere una o più segretarie in quanto il mercato valuta un’ora del lavoro del dentista molto di più di un’ora del lavoro di una segretaria; e quindi se lui facesse anche il lavoro della segretaria (sacrificando ore della sua professione) perderebbe denaro.

[14] Cioè rispettosa dei comandi arbitrari dell’autorità, oggi chiamati ‘leggi’.

[15] Cioè rispettoso della Legge intesa in senso scientifico (e quindi compatibile col principio di uguaglianza davanti alla legge sempre, senza eccezioni); in altri termini, intesa come principio di non aggressione.

[16] Scusandomi per l’autocitazione, rinvio al mio libro Birindelli G., 2014, La sovranità della Legge (Leonardo Facco Editore, Treviglio).

[17] Birindelli G., 2016, Indipendenza, Denaro e Credito: https://catallaxyinstitute.wordpress.com/2016/12/17/indipendenza-denaro-e-credito/.

[18] https://catallaxyinstitute.wordpress.com/2019/08/07/the-author-of-the-bitcoin-standard-has-not-understood-the-principle-of-decreasing-marginal-utility/

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