Declino, stabilità politica e bitcoin

GIOVANNI BIRINDELLI, 7.9.2019

(English translation here: link)

In un recente articolo sul The Wall Street Journal, Gerard Baker fa un efficace (anche se un po’  banale) quadro del declino italiano (rappresentato come punta di diamante di quello occidentale) che è in contrasto con la bellezza che si trova nel paese.

Tuttavia, se vediamo il declino (italiano e occidentale) come una montagna di spazzatura che il sistema statuale (in particolare quello democratico) nel lungo periodo rende necessariamente sempre crescente, allora forse possiamo vedere bitcoin, in parte, come una tecnologia che consente di produrre energia (in modo assolutamente pulito) da quella spazzatura. In altre parole, lo stesso declino (la stessa montagna crescente di immondizia) può avere implicazioni diverse (cioè essere una risorsa o il suo contrario) a seconda che questa tecnologia sia stata inventata o meno. L’articolo tuttavia non prende in considerazione questa dimensione del problema. E non lo fa, a mio parere, perché non prende in considerazione le cause scientifiche del declino fra cui:

– la distorsione dell’idea di legge: da limite non arbitrario al potere coercitivo di chiunque, a strumento di potere coercitivo arbitrario da parte di alcuni su altri;

– la distorsione del concetto di denaro: da asset spontaneamente selezionato dal libero processo di mercato in quanto (fra le altre cose) scarso, a pezzi di carta (o i loro equivalenti digitali) coercitivamente imposti da una particolare organizzazione criminale in quanto infinitamente abbondanti;

– e altre.

L’articolo sembra invece considerare come causa del declino l’instabilità politica. Mentre nel caso di un’azienda (in cui c’è una gerarchia unitaria di fini) una sua instabilità gestionale non potrebbe che portare al suo declino, nel caso della società nel suo complesso (dove, a meno che non sia coercitivamente imposta, data la soggettività del valore e le infinite differenze fra gli individui non può esserci una gerarchia unitaria di fini) un’instabilità gestionale (o politica), al contrario, è un fattore che, anche se non sufficiente a impedire il declino, non lo favorisce. Infatti le cause del declino di cui sopra si concretizzano proprio nella gestione manageriale della società. Cioè nell’impedimento del processo di mercato: nel campo della legislazione come in quello del denaro. In altri termini, esse si concretizzano nell’impedimento dell’uso di conoscenza periferica che è dispersa capillarmente fra le persone e che non può essere disponibile ad alcuna “mente direttrice” o autorità centrale; conoscenza il cui uso è necessario per formare prezzi (a partire da quello delle preferenze temporali: il tasso d’interesse di mercato) che abbiano una relazione col valore economico e che quindi possano veicolare le informazioni necessarie per un processo economico costruttivo (crescita strutturale) e non distruttivo (declino).

Dato quindi che le cause del declino si concretizzano nella gestione manageriale della società, un’instabilità di questa gestione, contrariamente a quello che mi sembra sostenere l’articolo, non favorisce il declino ma semmai, pur non potendolo arrestare, lo ostacola.

In una società gestita come se fosse una grande azienda, la stabilità gestionale (politica) favorisce un’efficiente stanza dei bottoni. Tanto più efficiente è questa stanza dei bottoni, tanto maggiore è il rischio che un nuovo Hitler che arrivasse al potere (o una nuova maggioranza socialista: di destra o di sinistra non è rilevante) possa fare i suoi comodi col minimo sforzo e col massimo del controllo.

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