I liquidi radioattivi di Fukushima riversati nell’oceano

UNA SIGNORA, ALESSIO PIANA, GIOVANNI BIRINDELLI, 12.9.2019

Ciao Giovanni,

ho creato un gruppo con 44 genitori dei miei studenti che hanno accettato di conoscere il pensiero libertario. Sono stati proposti alcuni temi di discussione. Ti chiedo un aiuto per rispondere alla domanda di una signora, per favore.

La domanda è questa. “L’acqua radioattiva di Fukushima sarà scaricata nel Pacifico. Secondo Rothbard ciò può accadere perché i fiumi, i mari, gli oceani, le foreste, le praterie ed anche il cielo non sono stati ancora privatizzati, quindi tutti si preoccupano di sfruttarli ma non di proteggerli, di conseguenza sono permessi i continui disastri ambientali che tutti conosciamo (“Per una nuova libertà” pagg. 331-350). Se tutto fosse privatizzato, come bisognerebbe smaltire tutta quell’acqua radioattiva? I libertari cosa propongono in questa circostanza?”

[…] Tu cosa proporresti di fare, da libertario?

Grazie,

Alessio

Ciao Alessio,

complimenti a te per la tua bella idea e ai 44 genitori per la loro apertura mentale.

La domanda “Se tutto fosse privatizzato, come bisognerebbe smaltire tutta quell’acqua radioattiva?” può essere scomposta in tre domande diverse.

  1. “Se, prima di costruire la centrale di Fukushima, tutto (inclusi gli oceani) fosse stato già privatizzato, quella centrale avrebbe potuto essere costruita?”
  2. “Ammettendo che avesse potuto essere costruita, quale soluzione sarebbe stata trovata a una catastrofe simile?”
  3. “Come affrontare concretamente, nell’immediato, l’emergenza della situazione attuale?”

Si tratta di tre domande molto diverse fra loro (anche se connesse l’una con l’altra).

 

1. Alla prima domanda è difficile rispondere. La storia non si fa con i se. Tuttavia, ogni azione umana sottostà alle leggi della scienza economica. E la chiave per capire il pattern dell’azione umana (e quindi le leggi economiche) sono gli incentivi. Semplificando al massimo, se Tizio, volendo costruire una centrale nucleare, sa che, nel caso in cui si verificasse un problema come quello attuale, non sarebbe chiamato a risponderne personalmente, egli ha un incentivo a costruire quella centrale. Infatti non c’è alcun costo (relativo al rischio di catastrofe) di cui egli dovrebbe tener conto nella sua analisi costi-benefici. D’altro canto, se egli dovesse rispondere personalmente di un’eventuale perdita di liquido radioattivo a seguito di catastrofe naturale (p. es. di un terremoto), egli sarebbe costretto a inserire il costo del relativo rischio nella sua analisi. Nel caso di una centrale nucleare, questi costi sarebbero talmente alti che difficilmente potrebbero compensare i benefici: non solo quelli previsti nel business plan di Tizio ma anche quelli previsti nel business plan di un’assicurazione.
Nel caso di Fukushima siamo chiaramente nella prima situazione: non solo perché gli oceani sono ‘di nessuno’ (e quindi nessuno, per la parte di essi che -non- possiede legittimamente ed esclusivamente, ha interesse a vederli come capitale e quindi a proteggerli e migliorarli: tragedy of the commons), ma anche perché Tizio è (in una forma o in un’altra) lo stato, il quale per definizione non è personalmente responsabile (quando lo stato risarcisce lo fa col denaro estorto ad altri, spesso in parte proprio alle vittime dei suoi disastri, ai loro figli e ai figli dei loro figli; oppure, semplicemente, come in questo caso, non lo fa: inquina e basta).
In sostanza, è ragionevole assumere che, se prima della sua costruzione tutto fosse stato privato, quella centrale nucleare non avrebbe potuto essere costruita.
Questo a maggior ragione prendendo in considerazione un altro aspetto: senza i sussidi di stato e/o il suo intervento diretto e/o la sua rete di protezione finanziaria e/o la sua capacità di imporre coercitivamente ad altri le proprie scelte e/o (ma soprattutto) l’imposizione di tassi d’interesse artificialmente bassi e la creazione dal nulla di denaro fiat a corso legale da parte della banca centrale (l’altra faccia dello stato contemporaneo); senza tutte queste cose, dicevo, che non ci possono essere quando la libertà è difesa (e quindi la proprietà è tutelata senza se e senza ma), non è irragionevole ritenere che la costruzione di una centrale nucleare sarebbe stata economicamente insostenibile e quindi abbandonata come progetto, almeno nel momento in cui è stata fatta. Pensiamo all’autostrada A1 Milano-Napoli (caso diverso ma utile per esemplificare): non solo questa è costata talmente tanto che forse solo uno stato, col suo potere di imposizione fiscale (inclusi inflazione e debito pubblico, naturalmente), poteva finanziarne la costruzione; ma soprattutto, senza i privilegi dello stato (per esempio quello di espropriare il terreno altrui) il prezzo della sua costruzione, dovendo essere quello di mercato, sarebbe sicuramente stato ancora maggiore, e di parecchio. Quindi non solo quell’autostrada, in assenza di stato e proprietà ‘pubblica’, avrebbe avuto molte meno possibilità finanziarie di essere costruita di quelle che ha avuto, ma il suo prezzo (che per le ragioni dette sarebbe stato ancora maggiore di quello già così proibitivo da poter essere affrontato solo con la coercizione statale) avrebbe incentivato lo sviluppo di sistemi di trasporto alternativi, e quindi un’intera struttura produttiva alternativa (ricordiamo “Quello che si vede e quello che non si vede” di Bastiat). Questi sistemi alternativi sarebbero stati migliori non solo (presumibilmente) per l’ambiente (dato che la loro costruzione non avrebbe potuto violare legalmente i legittimi diritti di proprietà delle persone) ma anche (sicuramente) per la crescita economica strutturale (dato che il libero operare del processo di mercato, quindi senza coercizione statale, avrebbe assicurato l’allocazione delle risorse maggiormente corrispondente alle preferenze, anche temporali, delle persone; ed avrebbe evitato, in questo modo, distorsioni della struttura produttiva e le crisi che questa comporta).

 

2. Se quella centrale fosse stata comunque costruita, la soluzione a questa catastrofe sarebbe stata probabilmente trovata (perché prevista) a un costo molto alto per l’impresa (privata) costruttrice. Infatti, nel caso di Fukushima, il liquido contaminato verrà riversato in mare perché “si è esaurito lo spazio per stoccarlo”: riversarlo in mare “è l’unica opzione” ha affermato il ministro dell’ambiente. Non c’è bisogno di conoscere i dettagli per capire che quest’affermazione è falsa. Essa è falsa per delle ragioni scientifiche, non tecniche. La scarsità, infatti, è un concetto che può essere inteso in senso relativo oppure assoluto. Una risorsa è scarsa in senso relativo quando la sua quantità disponibile aumenta (dopo qualche tempo) a partire dal momento in cui, p. es. sulla base di una maggiore domanda, si decide di investire una quantità maggiore (e/o una qualità migliore) di altre risorse nella sua produzione/estrazione/ecc., cosa che generalmente non si fa oltre un certo punto perché oltre quel punto (dato l’aumento di domanda e a parità di altre condizioni) smette di essere economicamente conveniente farlo. L’oro, per esempio, è una risorsa scarsa in senso relativo. Quando il suo prezzo aumenta, aumentano gli investimenti nella sua estrazione (perché sono meglio compensati) e di conseguenza aumenta la sua produzione, fino a un certo punto (quello oltre il quale, a quei prezzi, non diventa più conveniente investire per andarlo a cercare sempre più in profondità, e/o più velocemente ed efficacemente e/o dove prima non si era mai andati, p. es. su altri pianeti). Viceversa, una risorsa è scarsa in senso assoluto quando, per quanto si aumentino gli investimenti nella sua produzione/estrazione, la sua quantità non può che rimanere la stessa: non ne può essere prodotta/estratta di più. Ora, le risorse che sono scarse in senso assoluto sono pochissime. Il tempo, per noi umani, è attualmente una di queste. Bitcoin è un’altra. Lo spazio di stoccaggio di certo non è una risorsa scarsa in senso assoluto, ma relativo. Avendo gli incentivi economici a (e il tempo per) farlo, di spazio se ne trova/costruisce quanto se ne vuole. Il problema è che, per i motivi accennati sopra (violazione sistematica e legale della proprietà da parte dello stato) quegli incentivi non ci sono (lo stato non vende né mette a disposizione la sua casa o il tempo dei suoi impiegati addetti ad altro come sarebbe costretto a fare un privato). Quindi lo spazio è insufficiente perché ci sono altre priorità (che un privato, essendo costretto dal libero mercato a rispondere delle sue azioni, non sarebbe nella situazione di poter anteporre).

 

3. La presente emergenza concreta è stata prodotta dalla violazione delle leggi della scienza della libertà e di quelle della scienza economica. La prima cosa da fare, per evitare che una cosa simile si ripeta in futuro, è cominciare fin da adesso a rispettare queste leggi scientifiche. Se lo si fosse fatto durante precedenti disastri, non saremmo nella situazione attuale. In altri termini, essere obbligati a agire con un orizzonte di breve termine (gestione dell’emergenza immediata) non deve esimere dall’agire anche, allo stesso tempo, con un orizzonte di lungo termine. Le due cose non sono alternative. Sull’azione immediata in un’ottica di lungo termine il percorso è chiaro: rispettare le leggi economiche e della libertà, privatizzare tutto, abolire lo stato. Si, d’accordo: date le attuali condizioni culturali, questo è uno scenario irrealistico. Tuttavia, la validità della legge di gravità è indipendente dalle condizioni culturali prevalenti in un determinato periodo. Se in questo periodo tutti pensano che la gravità spinga verso l’alto e tutte le università di fisica insegnano questo, è irrealistico pensare che le persone non si uccidano cadendo da delle scarpate. Tuttavia questo non cambia il fatto che per smettere di uccidersi cadendo dalle scarpate bisogna cominciare, fin da subito, a rispettare la legge di gravità. Questo per l’azione immediata con un orizzonte di lungo termine.
Quanto all’azione immediata con un orizzonte di breve termine, quella per far fronte all’emergenza tecnica immediata, non essendo io un tecnico non posso risponderti. Quello che posso dirti è che qualsiasi tecnico (ma oggi soprattutto lo stato che lo assumesse per risolvere la situazione) dovrebbe partire dal presupposto scientifico che lo spazio di stoccaggio, come la gran parte delle risorse economiche, è una risorsa scarsa in senso relativo, non assoluto. E che il suolo giapponese è “intoccabile” solo se, sbagliando, si pensa che lo spazio di stoccaggio (anche quello immediatamente disponibile) sia una risorsa scarsa in senso assoluto. Se al posto di una perdita ci fosse stata un’esplosione (tipo Chernobyl, ma per semplicità assumiamo qui senza vittime: p. es. avvenuta dopo il tempo necessario per l’evacuazione) lo “spazio di stoccaggio” si sarebbe creato da sé, rendendo una larghissima parte del terreno giapponese inabitabile per millenni: un prezzo che il governo Giapponese, non essendo (a differenza di quanto sarebbe un privato nel libero processo di mercato) costretto a pagare, non prende nemmeno in considerazione la possibilità di pagarlo. E riversa tutto nell’oceano.

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