La moda del fuoco amico contro il principio di non aggressione

GIOVANNI BIRINDELLI, 9.10.2019

 

Ciao Giovanni, ti sarei molto grato se tu potessi confutare questo articolo sul tuo blog. Leggendoti avevo creduto di trovare la stella polare per le mie idee libertarie e sono un po’ confuso per questi articoli che provengono da libertarianism.org (Alessandro)

 

Ciao Alessandro,

grazie della domanda. Tuttavia, se fossi nella posizione di darti un consiglio, ti consiglierei di cercare la stella polare per le tue idee non nel pensiero di una persona (tanto meno me) ma nella coerenza logica (che è oggettiva e trustless) e nella tua capacità di verificarla autonomamente.

Ho l’impressione che il fuoco amico contro la scienza della libertà sia abbastanza di moda, ultimamente. Anche se non mancano suoi attacchi da “destra”, cioè in difesa di forme di protezionismo diverse dalla redistribuzione coercitiva delle risorse economiche (come p. es. nel caso di Hoppe, che ho discusso in questo articolo), più spesso il fuoco amico contro la scienza della libertà viene da “sinistra”, cioè in difesa di forme di protezionismo attinenti alla redistribuzione coercitiva delle risorse economiche (come p. es. nel caso di Huemer, che ho discusso in questo articolo). Su un piano molto inferiore, il sito libertarians.org ha portato diversi attacchi alla scienza della libertà. Uno per esempio lo ho discusso recentemente in questo articolo. Un altro, che viene da “sinistra” e che ricalca quello di Huemer, è questo che tu mi segnali.

Già il sottotitolo di quell’articolo («un’applicazione stringente del principio di non aggressione avrebbe implicazioni morali inaccettabili») esprime un approccio alla libertà non scientifico, quindi non basato sulla logica ma sulla più totale arbitrarietà. Cosa si intende per «implicazioni morali»? Esse sarebbero «inaccettabili» per chi? Perché l’accettabilità di una implicazione del rispetto del principio di non aggressione, ampia o ristretta che sia, dovrebbe essere un criterio di validità scientifica di quel principio?

Secondo l’articolo, per esempio, una delle «Sei ragioni per cui i libertari dovrebbero rigettare il principio di non aggressione» sarebbe il fatto che questo «vieta piccoli danni quando questi consentono di avere benefici enormi».

Intanto, il principio di non aggressione (NAP) non vieta affatto che una persona possa danneggiarne un’altra. Per esempio, non vieta che un parrucchiere più bravo di un altro possa danneggiare quest’ultimo, anche intenzionalmente, aprendo un negozio accanto al suo. Il criterio discriminante non è il danno ma l’aggressione.

Premesso questo, tre considerazioni: ciascuna delle quali sufficiente a demolire questa obiezione.

La prima è che il NAP è una legge scientifica. Quindi non arbitraria ed esistente indipendentemente dalla volontà, dalle opinioni, dalle idee e dalle decisioni di chiunque. E lo è non perché lo dice Rothbard ma perché logicamente è l’unica regola di giusto comportamento* che sia compatibile col principio di uguaglianza davanti alla legge inteso in senso logico (cioè inteso come logicamente alternativo alla disuguaglianza legale). Questa compatibilità del NAP col principio di uguaglianza davanti alla legge è pura, oggettiva, non arbitraria ed esclusiva: non esiste altra regola di giusto comportamento che sia compatibile col principio di uguaglianza davanti alla legge. Questa compatibilità esiste indipendentemente da quello che io o un socialista possiamo pensare. Quindi chiedere al NAP di non esistere sarebbe come chiedere alla legge di gravità di non esistere. Pretendere che il NAP valga in alcuni casi (p. es. quelli in cui il rapporto beneficio/danno -come se per assurdo potessimo disporre della conoscenza necessaria per stabilire questi oggettivamente, vedi oltre- fosse superiore a un certo valore x, necessariamente arbitrario), e non in altri (p. es. quelli in cui il rapporto beneficio/danno fosse inferiore o uguale a x) è come chiedere la stessa cosa alla legge di gravità: per esempio che essa valga se a cadere dalla finestra del quinto piano è per esempio una persona molto anziana ma che essa non valga se a cadere dalla finestra del quinto piano è un bambino di un anno.

Non è per le conseguenze che il suo rispetto produce che il NAP è valido ma, indipendentemente da esse, per la sua natura scientifica. Il NAP vieta di uccidere un innocente anche quando questo omicidio (nella terminologia assurda dell’articolo: “danno relativamente piccolo”) consentirebbe di salvare un milione di vite umane (“danno relativamente enorme”).

Questa «ragione per cui i libertari dovrebbero rigettare il principio di non aggressione» esprime quindi una profonda confusione su cosa sia il principio di non aggressione: non è una ‘legge’ positiva (o fiat), che è creata arbitrariamente dal nulla ed è imposta in funzione di una situazione-obiettivo particolare (desiderata da una persona o gruppo di persone); che ricorre a (e presuppone) la disuguaglianza legale; che può far valere un principio in alcuni casi ma non in altri; che può essere fatta e disfatta dall’autorità a piacimento. Il NAP non è un gingillo a disposizione del Giggino di turno. È una legge scientifica. Ed è proprio per questo che il NAP ci impone una disciplina che in alcuni casi può andare anche contro i nostri interessi e gusti (tollerare il pensiero che odiamo, rispettare i risultati del processo di mercato anche quando premiano chi noi riteniamo immeritevole, ecc.).

I collettivisti, anche quando si etichettano come “libertari”, come in questo caso, non ragionano in termini di regole non arbitrarie ma in termini di situazioni da loro arbitrariamente considerate “accettabili” (end states). In altri termini, non ragionano in termini di processo ma in termini di stato (nel senso di stasi).Per questa ragione, essi perdono qualsiasi ancoraggio alla verità scientifica. Essi pongono loro stessi in una posizione di fatto divina e pretendono di piegare le regole scientifiche del vivere civile alla situazione particolare e arbitraria da loro considerata «accettabile». Chi apprezza la libertà intesa in senso scientifico, al contrario, è semplicemente un uomo che sa di non essere Dio e che, quali che siano le sue preferenze individuali, della scienza della libertà conosce le leggi. Egli può scegliere di violarle, ma per giustificare la sua violazione non dirà mai che non esistono o che non sono valide, altrimenti offenderebbe la sua stessa intelligenza.

E qui veniamo alla seconda considerazione. Fermo restando che il NAP non può essere fatto valere in alcuni casi e non in altri, una persona può scegliere di violarlo in alcuni casi ma non in altri (assumendosene naturalmente la responsabilità). Se mia figlia stesse morendo di sete nel deserto e l’unico modo che io avessi per salvarla («beneficio enorme») fosse sfondare la porta dell’unica casa raggiungibile e prendere una bottiglia d’acqua («danno piccolo»), io non esiterei un istante a farlo. Tuttavia c’è una differenza abissale fra, da un lato, il caso in cui io, prendendo quella bottiglia, affermassi di avere diritto a farlo perché in questo caso il NAP “non vale” o ancora peggio “è giusto violarlo” e, dall’altro, quello in cui io riconoscessi di star violando il NAP che sta alla base dell’unica idea di giustizia scientifica in quanto non arbitraria. È proprio perché io saprei di star violando i diritti di proprietà di quella persona (e quindi l’idea scientifica di giustizia) che chiederei scusa, prenderei solo l’acqua strettamente necessaria, restituirei il maltolto appena possibile (più le spese per il disturbo) e, spiegando le ragioni che mi hanno spinto a violare la sua proprietà, mi rimetterei alla decisione del padrone di casa. Proprio perché si tratterebbe di un caso estremo, sarebbe probabile che il proprietario mi perdoni e che anzi questo incidente sia un’occasione per stabilire un legame di stima e amicizia. Questa mia visione inguaribilmente ottimista deriva dal fatto che la non arbitrarietà delle leggi scientifiche tende a unire, mentre l’arbitrarietà delle ‘leggi’ fiat (la legalizzazione del saccheggio e del sopruso, per esempio) tende a dividere.

La terza considerazione, accennata sopra, è che, come la teoria della relatività dimostra che non esiste alcun “orologio cosmico” che segna l’ora universale, la scienza economica dimostra che non esiste alcun “metro universale” per stabilire oggettivamente il valore di qualcosa (perfino della stessa vita). In altri termini, dal fatto scientifico che il valore economico è soggettivo deriva che i concetti di danno «piccolo» o «enorme» (dati per scontati nell’articolo come se fossero oggettivi) non hanno significato alcuno. L’ignoranza della scienza economica è generalmente un grosso ostacolo alla comprensione di quella della libertà.

Discussa un po’ a lungo la prima obiezione, vediamo la seconda (la risposta alle restanti quattro obiezioni sarà molto più breve): «Il NAP impedisce qualsiasi forma di inquinamento». Secondo l’autore, Rothbard non avrebbe considerato tutte le implicazioni di questo fatto, cioè dell’applicazione integrale del NAP. Naturalmente, le ha considerate fino in fondo. Ed è proprio sulla base di queste considerazioni che, in accordo col fenomeno della tragedia dei beni comuni, ha gettato le basi della cosiddetta ecologia di mercato e cioè della teoria (economica, oltre che della libertà) secondo cui il modo più efficace e l’unico sostenibile per difendere l’ambiente è difendere l’inviolabilità della proprietà privata (e quindi il NAP), senza se e senza ma; e il modo più efficace per inquinarlo è istituire un sistema che consenta di violarla legalmente, anche se solo in casi particolari. In altre parole, che il modo più efficace per difendere l’ambiente non è difendere l’ambiente ma difendere la libertà. Io non ho alcun diritto a inquinare col fuoco del mio caminetto l’aria che è proprietà del mio vicino (mentre sto scrivendo, un vicino sta facendo un fuoco nel suo campo al confine col mio e inquinando l’aria che respiro: se io potessi comprare la mia aria e difenderla coi mezzi che ritengo adeguati allo scopo egli non potrebbe farlo impunemente quindi probabilmente non lo farebbe). In assenza di difesa senza se e senza ma della proprietà, il mio vicino ha un incentivo a inquinare l’aria che respiro il più possibile. In presenza di difesa della proprietà senza se e senza ma dovrebbe pagare il prezzo di mercato per inquinarla, il che lo scoraggerà a farlo.

È quindi fondamentalmente scorretto quello che scrive l’autore dell’articolo e cioè che «Il NAP implica che tutte queste attività [che producono inquinamento: come fare il fuoco nel proprio caminetto] siano proibite». Non sono queste attività che sarebbero proibite: è la loro imposizione ad altri senza pagare il prezzo di mercato e/o senza avere il loro consenso che lo sarebbe. Se le persone dovessero pagare il prezzo di mercato per le loro attività inquinanti e/o chiedere a ciascuno dei proprietari il permesso, avrebbero una struttura di incentivi potentissima a ridurle al minimo e lo stesso avrebbero tutti i produttori, lungo l’intera struttura produttiva.

Uno degli errori più comuni dei collettivisti è quello che io chiamo “Bastiat+”. Questo errore consiste, in buona sostanza, non solo nel giudicare “quello che non si vede” dal punto di vista della situazione di “quello che si vede”, ma anche, ignorando del tutto il fattore tempo, nel ragionare come se “quello che non si vede” potesse essere raggiunto direttamente dalla situazione attuale. Mi è più facile illustrare questo errore con l’ausilio di un grafico.

 

Consideriamo un sistema di coordinate (s,t), dove sull’asse orizzontale s sia misurata l’aderenza della struttura produttiva/sociale alle leggi scientifiche dell’economia e della libertà e, sull’asse verticale t, sia misurato il tempo. Dato questo sistema di riferimento, possiamo immaginarci una “V” estremamente allungata. Il ramo di sinistra della V (quello che “si vede” e che nel tempo porta a una struttura produttiva/sociale sempre più distante dalle leggi scientifiche dell’economia e della libertà, e quindi sempre meno sostenibile) è quello collettivista. Il ramo di destra (quello che “non si vede” e che nel tempo porta a una struttura produttiva/sociale sempre più aderente alle leggi scientifiche dell’economia e della libertà, e non solo sostenibile ma antifragile) è quello pensante. Questa “V” è talmente allungata che oggi, dopo un tempo lunghissimo in cui lo stato moderno ha imposto il delirante paradigma collettivista sia nel campo dell’economia che in quello della libertà, i due estremi della “V” (C e L) sono molto distanti. Talmente distanti che non possono essere visti ma solo immaginati. Il collettivista tuttavia, essendo incapace di prendere in considerazione il tempo e di concepire l’ordine spontaneo che nel tempo il rispetto delle leggi scientifiche produce, non dispone di questa capacità immaginativa. Essendo abituato a ragionare per situazioni invece che per processi (cioè essendo incapace di includere il tempo nella sua analisi), egli considera come «profondamente implausibile» (cito l’autore dell’articolo) la situazione (L) in ragione della sua distanza (D) da (C); come se (L) fosse una situazione che potesse essere raggiunta domani direttamente da (C) invece che una situazione che avrebbe potuto essere raggiunta spontaneamente nel tempo se, a partire da (I) si fosse riconosciuta la validità del paradigma scientifico. Questo è uno degli errori di metodo del collettivista, derivante dalla sua incapacità intellettiva di comprendere l’ordine spontaneo e di tenere conto del fattore tempo. La persona pensante non giudica la situazione (L) dal punto di vista della situazione (C). In particolare, sa che a (L) non ci si può arrivare direttamente da (C). Anzi, sa che non ci si può arrivare affatto. L’unica cosa che oggi si può fare, per evitare di perdere altro tempo, è riconoscere la validità scientifica delle leggi della scienza della libertà e dell’economia, cambiare quindi paradigma e intraprendere un percorso che nel tempo potrà portare alla situazione (L1), più o meno analoga a (L) in termini di aderenza alle leggi scientifiche ma con secoli di ritardo (anche se capace di beneficiare dei processi di mercato che comunque nel frattempo si sono svolti nonostante la sistematica aggressione statale: questo beneficio si tradurrebbe graficamente in una diminuzione dell’inclinazione della linea C-L1).

In buona sostanza, il punto non è capire se domani (giovedì) sia «plausibile» passare dalla situazione attuale a una in cui l’aria è privata e il mio vicino non possa inquinare impunemente l’aria che, come il mio terreno, è di mia esclusiva proprietà. Il punto è capire che, per arrivare nel tempo a quella situazione, si deve cominciare da oggi a riconoscere la validità scientifica delle leggi della libertà e dell’economia.

Alle rimanenti obiezioni si può rispondere in due parole.

Obiezione 3: «In relazione al rischio, tutto o nulla». L’articolo sostiene che esporre gli altri a dei rischi sarebbe di per sé una forma di aggressione (pensiamo al caso di una persona che guida in un’autostrada). Naturalmente, questo è banalmente falso. È vero che se io guido in autostrada espongo gli altri a un rischio di morte. Questo tuttavia non vuol dire che li stia aggredendo. Sia io che loro infatti, usando l’autostrada, facciamo un’analisi costi-benefici (attesi) scontati rispetto al rischio. Se Tizio investe 100 nelle azioni di una società per avere dopo cinque anni 150 ma dopo cinque anni si ritrova 50, questo non vuol dire che la differenza gli sia stata rubata e che il mercato lo abbia “aggredito”. Gli è andata male. Punto.

Obiezione 4: «Non viene proibita la frode». L’autore sostiene che, «in base al NAP, l’unico legittimo uso della forza è quello di prevenire o punire la violenza fisica iniziale da parte di altri. E la frode non è violenza fisica». Egli inoltre sostiene che «l’uso della forza per proibire la frode costituisce esso stesso una violenza fisica iniziale», e quindi un’aggressione. Questa obiezione forse è l’unica non completamente capata in aria, anche se a me sembra essere più una questione di etichette che di sostanza. Col termine “aggressione” io intendo violazione iniziale della proprietà mediante violenza fisica, coercizione fisica, minaccia delle stesse, intrusione, inganno, violazione di un libero accordo contrattuale, non risarcimento del danno a seguito di colpa e forse anche altro. Che si usi, per l’insieme di queste azioni, il termine “aggressione” o un altro termine, i punti sostanziali a me sembrano essere la violazione iniziale della proprietà e l’oggettività di questa violazione: i mezzi con cui questa violazione può essere portata a termine possono essere diversi, anche se sicuramente la violenza fisica e la sua credibile minaccia sono i casi più comuni e in genere gravi. Quindi la frode è una forma di aggressione e l’esercizio di violenza fisica per reagirvi è legittimo.

Obiezione 5: «Teoria della Proprietà parassitaria». Questa obiezione si ricollega a quanto appena detto. L’autore infatti sostiene che «è la difesa dei diritti di proprietà, non la proibizione dell’aggressione, che è fondamentale per il libertarismo». Egli tuttavia trascura il fatto che, come abbiamo appena visto, la difesa dei diritti di proprietà è parte della proibizione dell’aggressione. L’autore considera il caso di una persona che invade la proprietà di un’altra e subisce la reazione violenta (ma non aggressiva, dato che non è stato il proprietario a violare la proprietà) da parte di quest’ultima. Egli sembra vedere in questo fatto un problema. Io francamente non capisco quale sia il problema. La cosa mi sembra assolutamente normale; è l’essenza della società libera: se tu violi i miei diritti di proprietà mi stai aggredendo e io reagisco.

Obiezione 6: «E i bambini?». Questo è un punto che tempo fa turbava anche me. Lo ho risolto diversi anni fa grazie all’aiuto di un amico. L’obiezione dell’autore è a un passaggio del testo di Rothbard The Ethics of Liberty. In quel passaggio, Rothbard sostiene che una madre ha il diritto di lasciar morire di fame il suo bambino se vuole: infatti, per quanto ripugnante sia questa azione, il bambino (in quanto individuo) non avrebbe diritti di proprietà sul tempo e sulle risorse della madre (che è un altro individuo). Qui Rothbard ha scritto una cazzata. Infatti (riporto l’esempio che a suo tempo mi fece il mio amico), la situazione della madre col bambino è analoga a quella del proprietario di una barca che invita un suo amico a fare una traversata oceanica: nel momento in cui lo fa, stipula un contratto non scritto in cui si impegna a portare a termine il suo invito. Se a metà strada cambia idea, non può buttare a mare il suo amico. Se lo facesse sarebbe una violazione del contratto e quindi un’aggressione. (Un caso più delicato sarebbe quello in cui Tizio impone con la forza a Caio di portare nella sua barca Sempronio, o tanti Semproni).

In sostanza, in questo caso l’obiezione dell’autore non è al principio di non aggressione ma a un errore di Rothbard (ogni volta che consiglio o regalo questo -peraltro stupendo- testo di Rothbard metto in guardia da questo errore). Volendo vedere il lato positivo della cosa, il fatto che Rothbard, che come qualsiasi altra persona perbene sarebbe stato profondamente turbato dall’azione della madre che abbandonasse il figlio, arrivasse a sostenere (sulla base di un’errata deduzione logica del NAP) che il suo comportamento era legittimo dimostra fino a che punto un libertario può spingersi nella difesa dei diritti dei propri nemici quando ritiene che sia la logica a imporlo.

In conclusione, questo articolo attacca la base della scienza della libertà (il NAP) perché sarebbe troppo semplice e basata interamente sulla logica e non sullo studio approfondito di altre materie: «Molti libertari ritengono che, a partire da questo principio, il resto del libertarismo possa essere dedotto come una questione di pura logica. Quale è la corretta posizione del libertario in relazione alle leggi sul salario minimo? Queste leggi implicano aggressione, quindi sono sbagliate. Cosa dire delle leggi anti-discriminazione? Esse implicano aggressione, quindi sono sbagliate. Le scuole pubbliche? Implicano aggressione, quindi sono sbagliate. Il libertario armato del NAP non ha molto bisogno dello studio approfondito della storia, della sociologia o dell’economia empirica».

Come ho argomentato altrove, la storia della scienza (e specialmente quella della Rivoluzione Copernicana, a cui l’autore, invertendo le parti dello scienziato e del cialtrone, fa riferimento alla fine del suo articolo paragonando la rigorosa analisi libertaria all’aggiunta di epicicli**), insegna che la semplicità è spesso (anche se non sempre) indice di correttezza scientifica. Soprattutto, la scienza della libertà, come quella economica, ha un metodo. E questo metodo è la logica. Solo la logica consente di stabilire relazioni di coerenza. Senza la coerenza logica le tre leggi di Keplero non sarebbero state scoperte. La storia per la scienza della libertà, come la statistica per l’economia, sono discipline importanti per trovare riscontro empirico alle teorie scientifiche. Queste tuttavia sono tali perché stanno in piedi da sole. Non ho bisogno di chiedere a un milione di persone se, a parità di altre condizioni, domanderebbero quantità maggiori di un bene o di un servizio se il suo prezzo aumentasse: come tutte le leggi economiche, la legge di domanda può essere dedotta logicamente a priori. E lo stesso vale per la legge della libertà: non ho bisogno di fare particolari indagini storiche o sociologiche per stabilire che le ‘leggi’ sul salario minimo, quelle anti-discriminazione o la scuola pubblica, anche se legali, sono illegittime: posso arrivare a questa conclusione direttamente e solo attraverso la deduzione logica a priori. Tutto quello che esula dalla disciplina imposta dal metodo scientifico è l’arbitrarietà più assoluta.

L’attacco al NAP da parte dell’autore di questo articolo è simile a quello di Michael Huemer a cui ho accennato all’inizio: non solo per la sua natura di “sinistra” (cioè in funzione di forme di protezionismo mirate alla redistribuzione delle risorse economiche, come abbiamo appena visto) ma anche perché basata sul rigetto senza argomenti razionali di quello che in entrambi i casi viene etichettato «assolutismo etico» (nell’articolo l’autore scrive: «La plausibilità del NAP è superficiale. È, naturalmente, senso comune credere che l’aggressione sia una cosa negativa. Tuttavia è lontano dal senso comune ritenere che la sua illegittimità sia assoluta» – enfasi nell’originale). Questa frase da sola fa venire i brividi per due ragioni. La prima è che identifica il metodo scientifico col «senso comune» (peraltro non definito). Se la scienza si fosse basata sul «senso comune» noi penseremmo ancora che è il Sole a orbitare attorno alla Terra. La seconda, è che etichetta come «assolutismo» la rigorosità scientifica. Come spiega Rothbard, chi fa questo apre la strada a una forma di assolutismo vera questa volta (quello politico): Un inganno comune fra [i nostri contemporanei, n.d.r.] è che lo scetticismo, l’attitudine in base alla quale niente può davvero essere riconosciuto come la verità, sia la base migliore per la libertà. Il fanatico, convinto della certezza delle sue idee, violerà i diritti degli altri; lo scettico, essendo convinto di nulla, non lo farà. Ma la verità è esattamente l’opposto: lo scettico non ha alcuna base su cui poggiare la difesa della sua o altrui libertà dall’assalto di terze parti. Poiché ci saranno sempre uomini che vorranno aggredirne altri per ottenere potere o denaro, il trionfo dello scetticismo comporta che le vittime dell’aggressione siano rese inermi nei confronti degli assalitori. Inoltre, poiché lo scettico non può ricondurre il diritto o qualsivoglia organizzazione sociale ad alcun principio generale, egli probabilmente abbasserà la testa, sebbene con un sospiro rassegnato, di fronte a qualunque regime tirannico esistente. In mancanza di meglio, egli ha poco altro da dire o da fare»[1]. Non è un caso che l’articolo da te segnalato, mentre indica «sei ragioni per cui i libertari dovrebbero rigettare il principio di non aggressione» (nessuna delle quali valida) non fornisca uno straccio di proposta in relazione a un metodo alternativo a quello della logica, o a un percorso scientifico alternativo.

Detto questo, come ci sono cose che la scienza economica non può dire (per esempio quando si verificherà la prossima crisi ciclica prodotta dall’espansione artificiale del denaro e del credito da parte del sistema stato-banca centrale, anche se può dire con assoluta certezza che ci sarà) così ci sono cose che la scienza della libertà non può dire. Il tipico esempio, dal mio punto di vista, è costituito dalla pena. Tutto quello che la scienza della libertà può dire riguardo alla pena è che, dove possibile, questa comporti un risarcimento non inferiore al danno complessivo procurato dall’aggressione. È ben poco. Questo danno infatti in gran parte non è oggettivamente definibile. E in molti casi (pensiamo all’omicidio ma anche molto meno) non è tecnicamente possibile stabilire un risarcimento. Qui la scienza della libertà si ferma. Questo non vuol dire che essa non sia valida. Oppure che essa debba essere affiancata da un’altra idea non scientifica di giustizia. Vuol dire semplicemente che la scienza della libertà si occupa solo di regole non arbitrarie, e in particolare di giusto comportamento, non della pena per la loro trasgressione, che è sempre necessariamente arbitraria.

Tuttavia, prima di porsi il problema pratico di convivere con quello che la scienza della libertà non può dire, occorre aver imparato ad ascoltare quello che essa può dire.

 

NOTE

(*) Con “regola di giusto comportamento” intendo una regola di comportamento la cui violazione giustifichi il ricorso alla forza fisica.

(**) Per la comprensione di questo riferimento rimando all’articolo appena citato.

[1] Rothbard M. N., 2006 [1995], Economic Thought before Adam Smith: an Austrian Perspective on the History of Economic Thought (Ludwig von Mises Institute, Auburn), p. 201.

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