Prescrizione, “giusto processo” e libero mercato

GIOVANNI BIRINDELLI, 9.2.2020

Il “giusto processo” (e quindi anche la prescrizione) è un problema economico (non politico). Cercare una soluzione politica a un problema economico è un approccio oggettivamente sbagliato nel metodo, quindi fallimentare per definizione. Un problema economico può avere solo una soluzione economica, quindi di libero mercato senza se e senza ma. Una qualsiasi soluzione diversa da quella economica, e in particolare una soluzione politica, è necessariamente sia inefficace che ingiusta.

Limitandosi a stabilire in modo logico (quindi oggettivo) che l’aggressione è illegittima in ogni sua forma, sempre, in qualsiasi luogo, quale che sia lo status sociale di chi la compie e di chi la riceve, quale che sia il motivo per cui viene compiuta ecc., la scienza della libertà (o, il che è lo stesso, la ‘giustizia’ intesa in senso scientifico) ha poco da dire in merito al processo. Il processo sta, per così dire, al di fuori della giustizia intesa in senso scientifico.

Questo non è assolutamente un problema. Infatti, in una società libera (che in generale, ma in particolare nella catastrofe statalista attuale, ha più senso immaginare come direzione di marcia che come punto di arrivo) tutto quello che non è governato dalle leggi scientifiche (logiche) della scienza della libertà (cioè dal principio di non aggressione) è governato dalle leggi scientifiche (logiche) dell’economia, con lo spazio disponibile per la politica e le sue ‘leggi’ fiat ridotto allo zero assoluto.

In altri termini, il ruolo che in una società statalista è svolto dalle regole cristallizzate nei manuali di “procedura penale”, in una società libera sarebbe svolto da regole e procedure sviluppate spontaneamente dal libero mercato[1] e quindi quei manuali sarebbero buoni al massimo per accendere il fuoco. Mentre le regole e procedure cristallizzate in questi manuali sono tendenzialmente statiche e cambiano solo in seguito all’azione politica (che è sempre un’azione anti-economica: quindi che favorisce Caio ai danni di Tizio e che quindi deve essere imposta su quest’ultimo con la forza), quelle sviluppate dal processo di mercato sono invece soggette a continua, sebbene lenta, innovazione e miglioramento. Questo perché nel libero mercato (in questo caso dei tribunali) c’è competizione (che non significa assenza di monopolio economico ma significa assenza di monopolio legale) e quindi ci sono i maggiori incentivi a offrire i prodotti migliori al minor costo.

E il processo è appunto un costo (in termini di tempo, psicologici, economici) che a volte (non sempre) è necessario per le parti in causa sostenere al fine di arrivare alla verità. Come ogni costo economico, quello del processo deve essere ridotto al minimo in ogni sua dimensione: prima fra tutte quella temporale. Si tratta, appunto, di un problema economico, non politico. E come ogni problema economico la soluzione sta sempre e solo nel libero processo di mercato senza se e senza ma.

Possiamo chiamare “giustizialisti” quelli che, nell’attuale riforma del sistema della prescrizione, vorrebbero avere maggiori chances di arrivare alla fine dei processi scaricando sull’imputato il peso dell’inefficienza della cosiddetta “giustizia” penale dello stato: in particolare, bloccando la prescrizione e allungando in questo modo i tempi dei processi per dare più tempo ai magistrati di arrivare alla loro conclusione. La loro “soluzione” è più stato nella forma di maggiore tempo a sua disposizione per fare i suoi comodi. Questa soluzione politica (come ogni soluzione politica) favorisce una parte (la vittima dell’eventuale reato[2]) ai danni di un’altra (l’imputato presunto innocente).

Possiamo chiamare “garantisti” quelli che, nell’attuale riforma del sistema della prescrizione, vorrebbero garantire che la durata dei processi non superi un limite “ragionevole” di tempo per tutelare l’imputato (dove la “ragionevolezza” è totalmente arbitraria e si concretizza in un limite di tempo che, anche qui, è necessariamente frutto di una decisione politica). A questo fine, invocano principalmente maggiori risorse economiche ‘pubbliche’ a disposizione dell’attuale sistema della ‘giustizia’ penale e la depenalizzazione di alcuni reati (quest’ultima sarebbe una cosa positiva se fosse ispirata dal criterio della non violazione del principio di non aggressione invece che da quello della “gravità” dei reati[3]). Come nel caso dei “giustizialisti”, la “soluzione” dei “garantisti” è più stato (anche se sotto forma di più denaro ‘pubblico’ invece che di maggior tempo a sua disposizione). Come nel caso dei “giustizialisti” questa soluzione politica, essendo una soluzione politica, favorisce arbitrariamente e coercitivamente una parte ai danni di un’altra (p. es. i tax payers).

Possiamo chiamare “non arbitrari” quei quattro gatti che, in merito al processo, hanno un approccio scientifico. In particolare, essi ne riconoscono completamente la dimensione economica. In altre parole, essi sanno che, come l’unico “giusto prezzo” è quello stabilito spontaneamente dal mercato, allo stesso modo lo è il “giusto processo”. E come il libero processo di mercato tende a selezionare sempre il prodotto migliore (naturalmente in senso individuale) al minor prezzo, lo stesso avviene nel caso del processo. In relazione alla durata dei processi, in particolare, i “non arbitrari” lasciano che questa sia determinata dalle spontanee forze del mercato e riconoscono che se fosse il risultato di una decisione politica, questa sarebbe necessariamente sbagliata, quindi ingiusta e inefficace.

Data una torta e due persone che per ipotesi hanno su di essa identici diritti di proprietà ma ne vogliono il massimo possibile, il modo migliore perché essa sia divisa esattamente a metà (quindi in modo “giusto”) è dare a una delle due persone il potere di tagliarla in due e all’altra persona quello di fare la prima scelta. Questa metafora viene abitualmente utilizzata (tanto dai “giustizialisti” quanto dai “garantisti”) per mostrare le virtù della separazione dei poteri (e quindi degli attuali sistemi giudiziari statalisti). Raramente una metafora è stata più fraintesa di questa. Essa infatti non mostra affatto le virtù della separazione dei poteri di un sistema statalista. Al contrario, mostra le virtù del libero processo di mercato. Quello che spinge infatti le due persone a tagliare la torta a metà sono gli incentivi che stanno alla base della loro azione umana, di cui essi beneficiano direttamente. Quello che avviene negli attuali sistemi statalisti è che diversi poteri dello stesso (!) stato (p. es. il potere legislativo, quello amministrativo e quello giudiziario) producono decisioni politiche (arbitrarie) che riflettono i loro diversi rapporti di forza in ogni dato momento e soprattutto il fatto che tutti quei poteri rappresentano gli interessi di un solo soggetto, lo stato appunto, la cui azione è sempre e solo coercitiva. Niente di più lontano dalla metafora.

Se correttamente interpretata, quella metafora aiuta a capire perché il “giusto processo”, quale che sia, può essere prodotto solo dal libero processo di mercato senza se e senza ma.

 

NOTE

[1] Queste regole e procedure, come dicevo, non hanno nulla a che vedere col principio di non aggressione: nel senso che esse sono altro da esso. Mentre l’origine del principio di non aggressione sta nella logica (che è il metodo della scienza della libertà), l’origine di queste regole e procedure sta nel processo di selezione spontaneo del libero mercato. Tuttavia, queste regole, pur non avendo nulla a che vedere col principio di non aggressione, non possono essere in contrasto con esso, un po’ come Lightning Network, che è un sistema di regole più “leggere” di quelle della blockchain, aggiungendosi “sopra” quest’ultima non può essere in contrasto con essa.

[2]    Naturalmente, favorire la vittima di un eventuale reato è un fine legittimo. Questo tuttavia solo a condizione che 1) questo non avvenga a scapito dell’altra parte (il presunto innocente); 2) che questo reato sia solo una violazione del principio di non aggressione (vedi nota successiva); 3) che il fine dell’azione penale, laddove possibile, sia solo il risarcimento della vittima da parte del criminale e non la rieducazione o la punizione di quest’ultimo.

[3]    In una società libera potrebbe essere perseguita solo l’aggressione. Questo significa che una parte molto rilevante degli attuali processi penali non esisterebbe: dall’evasione fiscale a molti illeciti edilizi, da illeciti relativi alle armi da fuoco al vilipendio del presidente della repubblica, ecc. In altri termini, in una società libera il numero di processi penali sarebbe estremamente ridotto rispetto al caso di una società statalista.

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