Coronavirus: quando il “diritto alla salute” incontra l’economia (e continua a ignorarla)

GIOVANNI BIRINDELLI, 7.3.2020

Secondo i medici della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) «può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva. Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza e secondariamente a chi può avere più anni di vita salvata, in un’ottica di massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone»” (lastampa.it).

Guai a utilizzare una tragedia come quella di un’epidemia (e delle morti che comporta) per tirare acqua al proprio mulino, anche quando è quello scientificamente corretto. Ma quando, durante un’epidemia,

  1. dei medici fanno affermazioni economiche ed etiche come se fossero mediche (cioè parlano di scienze che evidentemente non conoscono come se stessero parlando di medicina, di cui presumibilmente sanno molto); e
  2. queste affermazioni economiche ed etiche non solo sono anti-scientifiche e logicamente contraddittorie ma hanno implicazioni molto concrete sulla scelta politica (e quindi arbitraria) di chi deve vivere e di chi deve morire,

allora forse può essere utile rispondere con due parole sull’economia (sarebbe utile farlo anche con due parole sulla libertà ma qui non lo farò).

Nella loro lettera, questi medici parlano di risorse “scarsissime”. La scarsità di risorse (cioè il fatto che esse sono ridotte rispetto alla quantità che se ne vuole e agli usi che se ne possono fare) è un concetto puramente economico. Essa è la caratteristica fondamentale che definisce l’azione umana, al punto che se un’azione non coinvolge risorse scarse, quell’azione non è economica e non è rilevante per la scienza economica.

In questa situazione, ad essere scarsi sono i posti letto in terapia intensiva. Ora, quando questi medici scrivono che “Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza e secondariamente a chi può avere più anni di vita salvata, in un’ottica di massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone” essi si contraddicono logicamente ed esprimono una profonda confusione circa le leggi scientifiche dell’economia e quelle della libertà.

Essi si contraddicono logicamente perché fissare dei particolari criteri di priorità (in questo caso, in ordine di priorità: 1. probabilità di sopravvivenza e 2. numero di anni di vita salvata) per l’utilizzo di riscorse scarse non è altro che una scelta di valore (come lo è qualsiasi azione umana; il problema è che lo stato, a differenza dell’individuo, non dispone delle necessarie informazioni per compiere un’azione umana, vedi oltre).

Come tutti coloro (la stragrande maggioranza) che attribuiscono allo stato responsabilità di scelta che, nei limiti in cui si rispettano le leggi scientifiche dell’economia e della libertà, può avere solo un individuo, essi esprimono una profonda confusione su quelle leggi.

In primo luogo, la scienza economica dimostra che il modo migliore per risolvere il problema della scarsità è il libero processo di libero mercato. Banalizzando con una metafora e semplificando, se c’è scarsità di taxi puoi agire in due modi. Da un lato, mantenendo la struttura dell’attuale regolamentazione coercitiva, puoi scegliere di ricorrere a ulteriore coercizione per consentire l’uso delle risorse disponibili solo ad alcune persone sulla base di particolari (e arbitrari) criteri di selezione. Dall’altro, smantellando l’attuale regolamentazione coercitiva, puoi abolire le licenze dei taxi e le restrizioni legali a “Uber Pop”, per esempio, in modo da moltiplicare quelle risorse. Più precisamente: in modo che il processo di mercato, mosso dagli incentivi del profitto (monetario o altro), moltiplichi quelle risorse scarse nel modo più rapido ed efficace possibile.

Quello che vale per i taxi scarsi vale, mutatis mutandis, anche per i posti letto in terapia intensiva scarsi. Più in generale, vale per tutto quello che è scarso (anche in una situazione di emergenza sistemica, vedi oltre). La scienza economica, infatti, dimostra in modo logico (e quindi scientifico, oggettivo e indipendentemente verificabile) che il modo migliore per risolvere il problema della scarsità (e l’unico sostenibile nel tempo) è il libero processo di mercato. Se nell’Unione Sovietica i beni e servizi economici (inclusi quelli di prima necessità) erano più scarsi (e di peggiore qualità) che negli USA questo è dovuto al fatto che nel primo regime il processo di mercato era ostacolato ancora di più (molto di più) di quanto lo fosse nel secondo.

La ragione di fondo per cui il libero processo di mercato è l’unico che può risolvere il problema della scarsità in modo sostenibile è che mette in moto non solo una struttura di incentivi ma una struttura di incentivi che fa riferimento a informazioni vere (quelle sulla scala di priorità individuali di ogni persona rispetto alla sua condizione). È attraverso l’uso di queste informazioni vere (informazioni che sono veicolate dai prezzi di mercato, incluso il tasso d’interesse di mercato) che il problema della scarsità viene risolto. Gli interventi coercitivi sono insostenibili e nel lungo periodo destinati a fallire perché non usano queste informazioni vere sulle preferenze e condizioni individuali (a cui non possono avere accesso) ma informazioni false e arbitrarie scelte dal potere politico in base a un arbitrariamente definito “bene superiore”.

In altre parole, non solo la “massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone” è un risultato che può essere ottenuto solo attraverso il processo di libero mercato ma inoltre è uno stato di cose che può essere scoperto solo dallo svolgersi del processo di mercato. Data la soggettività del valore (anche in relazione al tempo e alla vita stessa) i “benefici per il maggior numero di persone” come se questi fossero dati e non potessero essere conosciuti solo attraverso il libero svolgersi del processo di mercato, sono un concetto che non ha senso logico (e in base al quale si vogliono prendere decisioni sulla vita e la morte delle persone).

Una situazione di emergenza sistemica relativa a un problema di scarsità pone particolari problemi dovuti al fatto che in questo caso la risorsa primaria scarsa è il tempo (che non può essere moltiplicato). Tuttavia, qualunque azione umana si svolge nel tempo.  Anche se il libero mercato non può moltiplicare il tempo, può dare (e dà sempre) informazioni corrette sulle preferenze temporali di ogni persona, il che è necessario per indirizzare gli investimenti verso la produzione di risorse scarse in modo sostenibile. Soprattutto, in questo caso, il processo di mercato consentirebbe di moltiplicare i posti letto in terapia intensiva nel più breve tempo possibile (e quindi ridurre il peso del fattore tempo su chi si trova a gestire le cure dei casi gravi: in altre parole, rendere il tempo una risorsa meno primaria).

Il fatto che una situazione di scarsità sia di emergenza non altera il fatto scientifico che il modo più rapido ed efficace di risolverla (e l’unico sostenibile) sia il libero processo di mercato. Le leggi economiche non smettono di valere perché il tempo è scarso. Anzi, esse si basano sulla scarsità del tempo. Tuttavia, e questo a mio parere è un punto fondamentale che non può essere sufficientemente sottolineato, lo stesso processo di mercato è una risorsa scarsa, che richiede tempo per essere “prodotta”. In una società libera colta impreparata da un’epidemia, le persone non avrebbero difficoltà mentale e psicologica a reagire sul libero mercato per fare fronte all’emergenza nel modo più rapido ed efficace possibile. In questo caso, non ci sarebbero ostacoli culturali o psicologici a creare le “Uber Pop delle terapie intensive”, per dire, in quanto la risorsa “processo di libero mercato” è stata già ottenuta e costantemente difesa (probabilmente a caro prezzo). Viceversa, in una società statalista colta ugualmente impreparata dalla stessa epidemia le persone hanno degli ostacoli mentali e psicologici (a volte insormontabili) ad affidarsi al libero processo di mercato. Invece di lanciarsi subito, guidati dalle opportunità di profitto, per creare una “Uber Pop delle terapie intensive” (cosa che non possono fare a causa della regolamentazione statalista) sperano di non rientrare nelle categorie contro cui il potere politico, nel suo razionamento, vuole discriminare nel nome del “bene comune”.  In questo caso, la risorsa scarsa “libero processo di mercato” non c’è, non è disponibile e non ci sono nemmeno le risorse necessarie perché possa attecchire e crescere. In questo tipo di società, la prima cosa che le persone e i loro leaders chiedono e ottengono è interventismo, ulteriore soppressione del processo di libero mercato. Di fronte alla scarsità, esse scelgono il razionamento e scelte legali arbitrarie sulla vita e la morte di individui invece che libertà e sprigionamento delle forze imprenditoriali di mercato per ridurre la scarsità nel modo più rapido ed efficace possibile.

Fuori dall’emergenza, il “diritto alla salute” (che, a differenza del diritto a non essere aggrediti, non esiste, nel senso che non è un diritto in senso scientifico) poteva essere invocato perché la sua relazione con la scarsità era nascosta dall’ignoranza economica: le risorse degli altri con cui si voleva garantire questo “diritto”, essendo appunto degli altri, a chi non conosce la scienza economica sembravano infinite. L’emergenza ha fatto incontrare il “diritto alla salute” con la scarsità, e quindi con l’economia (in altre parole, con la realtà oggettiva delle cose). Il risultato è che alcuni di coloro che sostengono il “diritto alla salute”, nel nome di esso vorrebbero decidere arbitrariamente chi deve vivere e chi deve morire.

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