Dialogo con l’impiegato del monopolista ‘pubblico’ della nettezza urbana

GIOVANNI BIRINDELLI, 15.12.2020

Sono in ritardo per una riunione importante (face to face, per fortuna). Suona il citofono. Mi immagino che sia un corriere che porta alcuni dei regali di Natale per la mia bambina. Vado ad aprire.

«Buongiorno, siamo della nettezza urbana. Le abbiamo portato i nuovi contenitori dell’immondizia per la raccolta differenziata porta a porta» dice uno dei due impiegati col sorrisetto affabile di chi ti vuole fregare. 

Vedendo la mia espressione sbalordita, prosegue: «La società dovrebbe averle inviato per posta un avvertimento circa un mese fa»

«Non ho ricevuto nulla»

«Vabbè, comunque ecco: questi sono i nuovi contenitori» dice mentre scarica dal furgone cinque enormi e orribili bidoni di plastica di vari colori, alcuni color cacca, altri giallo canarino.

«Li deve tenere a casa e tirarli fuori una volta a settimana: qui c’è il calendario di ogni bidone»

Già alla parola “deve” associata a quello che potrebbe essere un servizio offerto dal libero processo di mercato mi monta un istinto omicida (non nei confronti dell’impiegato, naturalmente) che faccio fatica a reprimere.

«Di questo (indico il bidone della spazzatura indifferenziata) ne riempiamo due al giorno. Di quest’altro (indico il bidone della carta) ne riempiamo generalmente uno al giorno ma adesso con gli arresti domiciliari chiamati ‘lockdown’ ne riempiamo due. Lei mi sta dicendo che da oggi dovrei vivere nella spazzatura e che dovrei tenere per una settimana i pannolini sporchi della mia bambina?»

L’impiegato non riesce a capire come noi possiamo produrre così tanta spazzatura. D’altra parte, non solo non ho il tempo di spiegarglielo ma nemmeno mi va. Forse che quando compro un’auto devo giustificare il numero di chilometri che faccio all’anno all’impiegato del concessionario o quanti figli ho? Ah già! Qui non sto scegliendo un servizio in competizione con altri: mi viene imposto dall’alto, quindi senza tenere conto delle mie particolari esigenze, che solo io posso conoscere. Un servizio che, essendo imposto con la forza in regime di monopolio legale, non posso rifiutare (come quelli offerti dalla mafia) ma che appunto potrebbe essere offerto liberamente (e molto meglio) dal sistema capitalista di mercato. Sostanzialmente, è come se, avendo una famiglia di sette persone, fossi obbligato dallo stato ad acquistare un’utilitaria (la stessa per tutti) prodotta dallo stato stesso e quindi non solo inadatta alle mie esigenze individuali ma prodotta in un regime privo degli incentivi necessari a migliorare: quindi di qualità pessima.

«Ha avuto fortuna» mi dice l’impiegato «Al paese dove abito io questo sistema è cominciato già due anni fa»

«A calci nel sedere andrebbero presi quelli che hanno preso questa decisione, e soprattutto chi ha dato loro il potere di prenderla. Da qui al suo paese. E ritorno. Sotto la grandine»

«Ma è per l’ambiente» dice l’impiegato col mezzo sorriso di chi non ci crede più davvero nemmeno lui.

Sono sempre più in ritardo per la mia riunione. Non ho tempo né voglia di spiegargli non solo perché il sistema capitalista di mercato, senza se e senza ma, produrrebbe servizi di nettezza urbana incomparabilmente migliori e più efficienti di quelli pubblici (argomento su cui feci la mia tesi di laurea in economia, quando ancora non conoscevo la Scuola Austriaca di economia, e quindi la scienza economica), ma anche perché il rispetto senza se e senza ma della proprietà privata è l’unica via per ridurre in modo sostenibile l’inquinamento (e quindi anche la produzione di rifiuti). Quello che è inquinato infatti non sono le proprietà private (per esempio le case delle persone), dove ci sono gli incentivi a non inquinare, ma i luoghi ‘pubblici’ (le strade, i fiumi, gli oceani, perfino l’aria) dove, essendo impedita dallo stato la proprietà privata, ci sono gli incentivi contrari: quelli a inquinare (perché non si paga un prezzo di mercato e perché sono soprattutto gli altri a subire le conseguenze dell’inquinamento). L’ambiente non può essere difeso senza difendere la proprietà privata: quella che viene violata dalle politiche ambientaliste (tipo questa).

No, non ho tempo di spiegare a questo impiegato la tragedia dei beni comuni. Taglio corto: «Quindi lo stato, attraverso il suo datore di lavoro, con decisione arbitraria e d’imperio si è impadronito di circa due metri cubi del mio spazio. Dove pensa che io debba mettere questi cinque orribili e puzzolenti bidoni, che sono sottodimensionati di circa dieci volte rispetto alle mie esigenze?»

Il portone della mia casa (che ho aperto per parlare con questi signori) dà sulla loggia, da cui si vede il cortile, la grande casa, parte del giardino e dei campi. «Beh, lei non ha problemi di spazio. Li può mettere lì per esempio» dice indicando la loggia in cui durante la fase di restauro della casa abbiamo messo particolare attenzione (oltre che tanto tempo e denaro) per renderla un luogo piacevole e bello in cui stare.

Lo guardo con un’espressione degli occhi che dice: «Ma dove cazzo sta il tuo senso estetico? Ti pare che io rovino l’estetica di casa mia per questi cassonetti del cazzo e le decisioni di qualche burocrate parassita?» Ma non dico nulla.

Lui tuttavia intuisce e mi risponde: «Guardi, l’altro giorno ho portato gli stessi bidoni a una coppia con due bambini piccoli che abitano in 40 metri quadri. Mi sono vergognato»

Ecco, questa vergogna è forse una fessura nella struttura di pensiero di questa persona che me la rende quasi simpatica e mi fa pensare che forse non appartiene alla categoria dei socialisti incurabili e irrecuperabili. Tuttavia, la malattia mentale socialista si vede anche in questa sua vergogna, che lui ha provato per la famiglia che abita in 40 metri quadri invece che nei miei confronti.

«Guardi che è in primo luogo una questione di principio» rispondo «non di spazio». Vorrei spiegargli l’oggettiva (perché dedotta logicamente) illegittimità (che non ha nulla a che vedere con la legalità) non solo della progressività fiscale ma dell’imposizione fiscale in quanto tale (oltre che la sua altrettanto oggettiva idiozia da un punto di vista economico). Ma sono sempre più in ritardo. Quindi mi trattengo.

«Ecco, se gentilmente potesse darmi i suoi dati» mi dice iniziando a riempire un modulo con una penna. «Il suo telefono?» mi chiede.

«Aspetti che devo cercare il numero di quello che è sempre spento» dico, e lui ride.

«E qui una firma per la privacy per favore…»

«Un’altra immensa presa per il culo…»

“Presa per il culo” lo dice insieme a me, facendo “Si” con la testa e ridendo. «Si, su questo ha ragione» e mi racconta un paio di aneddoti mentre io penso: “no, non solo su questo”. Devo ancora trovare una persona che pensi che ‘ste scartoffie della privacy (imposte dallo stesso stato che con la violazione della privacy bancaria conosce la marca dei preservativi che compri, per esempio) non sia una una ridicola e fastidiosissima presa per i fondelli.

Mentre vado al mio appuntamento, mi dico che con la nettezza urbana “porta a porta” per la prima volta in vita mia ho sperimentato l’imposizione fiscale in somma fissa uguale per tutti, quindi regressiva: a chi vive in pochi metri quadri viene estorta dallo stato la stessa quantità di spazio che viene estorta a chi vive in uno spazio molto maggiore. E con questa esperienza ho avuto il riscontro empirico del fatto logico (quindi oggettivamente vero e noto a priori) che l’imposta regressiva puzza tanto quanto quella progressiva. E mi complimento con me stesso per non aver mai detto né scritto, come invece hanno fatto alcuni sedicenti ‘libertari’, che l’imposta proporzionale (enormemente peggio di quella a somma fissa) sarebbe accettabile o perfino un obiettivo compatibile con la libertà.

Ma mi complimenterò con me stesso ancora di più ogni volta che, in risposta a questo ennesimo sopruso comunista, getterò la spazzatura indifferenziata nei cassonetti di quella differenziata o semplicemente per strada, possibilmente sotto una bandiera nazionale o europea.

6 thoughts on “Dialogo con l’impiegato del monopolista ‘pubblico’ della nettezza urbana

  1. Robyt December 16, 2020 / 11:54 pm

    A bergamo si sono inventati di codificare i sacchi e razionarli, creando così il monopolio del distributore di sacchi. Dicono che te li danno gratuitamente ma solo fino a un certo numero. Poi le misure sono standard per tutti 40 L indifferenziato 110 L plastica. Uno da solo dovrebbe usare secondo loro non più di 20 sacchi di indifferenziato l anno, ovvero tenersi la spazzatura in casa anche 2 settimane …. Ma fare sacchi da 20 L era troppo complicato ? Nel caso si debba sforare c è un limite max uteriore, ma in nessun caso si può ritirare più di 10 sacchi al mese, anche per una famiglia numerosa. E poi a pagamento (4 € per 10 sacchi è un furto) e solo andando alla sede centrale negli orari di ufficio presumo. Dicono che a chi ha a bambini piccoli vengono dati più sacchi ma nessuno ti dice quanti neanche chiamando. Ma questi sono dei veri idioti. Come se non ci fossero altri problemi nel 2020, inventiamocene uno nuovo di sana pianta con fantasia.
    https://www.apricaspa.it/cittadini/bergamo

  2. Alessandro Colla December 15, 2020 / 3:41 pm

    Ma è raggiungibile, in rete o in cartaceo, un qualcosa di ufficiale sulle loro dichiarazioni filoimpositive?

    • Catallaxy December 15, 2020 / 3:50 pm

      In alcuni casi si, ma non mi ricordo dove. In altri no, perché sono stati scambi di idee in privato.

  3. Alessandro Colla December 15, 2020 / 3:08 pm

    Le imposte, visto il loro nome, non possono mai essere compatibili con la libertà. Diciamo che la proporzionale secca può avere un suo lato peggiorativo costituito dalla progressività. La regressività, in realtà è la stessa cosa mascherata dalla demagogia di tipo nominale. Ma chi sono i sedicenti libertari che trovano compatibile imposizioni e libertà? Trovano compatibili anche la fame con la nutrizione?

    • Catallaxy December 15, 2020 / 3:17 pm

      Probabilmente, almeno in parte, sono gli stessi ‘libertari’ che sono favorevoli al lockdown 🙂

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