Einstein, il socialismo e la relatività dell’intelligenza

GIOVANNI BIRINDELLI, 1.10.2014

(Pubblicazione originale: Movimento Libertario, qui con alcune piccole aggiunte/modifiche)

Che il socialismo, in ogni sua espressione (di “destra”, di “sinistra”, “grillina”, finto-liberale, ecc.), sia relazionato a un’oggettiva e specifica deficienza di capacità intellettiva, è un fatto noto.

I socialisti sono infatti intellettivamente incapaci concepire qualcosa che sia utile all’uomo e che, a differenza di un martello o di un’organizzazione, non sia stato progettato intenzionalmente da qualcuno. In altre parole, essi sono intellettivamente incapaci di concepire un ordine spontaneo. Questo è quell’ordine sociale frutto dell’azione dell’uomo ma non del suo disegno razionale. Esempi di ordine spontaneo sono il denaro, il libero mercato, il tasso d’interesse di mercato, la Legge intesa come regola generale e negativa di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo. Il fatto che la lingua stessa sia un ordine spontaneo e che non possa essere spiegata altro che come tale li mette in crisi e per questo evitano di solito di confrontarvisi. L’ordine spontaneo non è il frutto della decisione progettuale di qualcuno, ma il risultato inintenzionale e di lungo periodo dell’agire delle persone in funzione dei propri fini individuali (che non vuol dire necessariamente egoistici). Perseguendo i propri fini, rispetto ai quali gli individui sono gli unici ad avere la conoscenza rilevante (quella periferica: la quale è anche una conoscenza individuale di tempo e di luogo), essi realizzano, senza che sia minimamente nelle loro intenzioni, qualcosa che è indispensabile alla loro esistenza e prosperità, e che può esistere solamente come risultato di un processo spontaneo e inintenzionale di questo tipo.

Essendo intellettivamente incapaci di concepire un ordine spontaneo, i socialisti credono che senza ordine positivo, cioè senza una deliberata azione organizzativa e pianificatrice estesa all’intera società e tale per cui tutti devono in qualche modo e in qualche misura essere costretti a contribuire alla realizzazione di un fine collettivo imposto arbitrariamente dal potere politico, regnerebbe il caos. I socialisti infatti possono essere anche definiti come coloro che, a causa della loro deficienza di capacità intellettiva, confondono libertà e caos. Come dice Hayek, «Coloro […] che non riescono a concepire nulla che serva gli scopi dell’uomo che non sia stato razionalmente disegnato sono quasi necessariamente nemici della libertà. Per loro libertà significa caos»[1].

La deficienza di capacità intellettiva di cui sopra, e la confusione fra libertà e caos che ne deriva, porta i socialisti a distruggere l’ordine spontaneo mediante la sua sostituzione con un ordine positivo. Essi per esempio sostituiscono il denaro col denaro fiat; la Legge (il limite al potere politico arbitrario) con la “legge” fiat (lo strumento di potere politico arbitrario); il tasso d’interesse di mercato con quello deciso arbitrariamente dalla banca centrale; il libero mercato con l’interventismo e/o la pianificazione.

Così facendo essi si tirano la zappa sui piedi. La sostituzione di un ordine spontaneo con un ordine positivo (in altre parole la distruzione di un ordine spontaneo) è infatti comparabile a una forma letale di inquinamento che progressivamente rende l’aria irrespirabile e velenosa, e quindi che nel lungo periodo porta alla graduale distruzione di ciò che, benché a molti invisibile, è necessario alla prosperità dell’uomo e alla sua stessa esistenza.

*   *   *

 Ora, un argomento che viene di solito opposto alla tesi politicamente scorretta avanzata all’inizio di questo articolo, in base alla quale i socialisti hanno una specifica e oggettiva deficienza di capacità intellettiva ed è essenzialmente a causa di questa deficienza (oltre che della loro invidia come mi ricorda un amico) che sono socialisti (più avanti ci chiederemo quali sono le possibili cause di questa deficienza), è che non è impossibile trovare socialisti che siano indubbiamente persone intelligenti. In alcuni casi (pensiamo ad Albert Einstein per esempio) fra di essi si possono trovare addirittura dei geni.

Questo argomento è privo di significato alcuno in quanto trascura il fatto che l’intelligenza è un concetto relativo, non assoluto. In altre parole, questo argomento esprime l’errore estremamente comune di associare l’intelligenza a una persona invece che a una persona in un particolare campo. È un errore comune, per esempio, definire Einstein un genio invece che un genio nel campo delle scienze naturali e in particolare in quello della fisica teorica. Il fatto che Einstein fosse un genio della fisica teorica ha spinto molte persone a pendere dalle sue labbra anche per questioni di filosofia politica e perfino di economia. Tuttavia, in campi che fossero diversi dalle scienze naturali (e in particolare nel campo dell’economia e della filosofica politica) egli ha mostrato, come vedremo fra poco, di avere un’oggettiva deficienza di capacità intellettiva non inferiore a quella della media dei socialisti.

Il fatto che l’intelligenza sia un concetto relativo e non assoluto deriva necessariamente e aprioristicamente dal fatto stesso che l’intelligenza è la capacità di acquisire, selezionare, organizzare ed elaborare informazioni; il che significa che ci sono tante forme d’intelligenza quante sono le tipologie di informazioni che vengono considerate. Una persona che ha un’intelligenza elevatissima in relazione a informazioni che sono suoni, per esempio, può avere un’intelligenza estremamente scarsa in relazione a informazioni che sono emozioni, oppure numeri. Una persona che ha un’intelligenza elevatissima in campo matematico (o più in generale in quello delle scienze esatte) può per esempio essere incapace di concepire un ordine spontaneo e quindi, dato che l’intuizione dell’ordine spontaneo è il punto di partenza di tutte le scienze sociali (*), avere un’intelligenza estremamente scarsa nel campo filosofico-politico ed economico (o più in generale in quello delle scienze sociali); o viceversa. Poi è chiaro che, oltre all’intelligenza relativa, c’è la stupidità assoluta: cioè la mancanza totale di intelligenza in ogni campo. Se la prima è un fenomeno piuttosto raro, la seconda è purtroppo un fenomeno estremamente comune, del quale tuttavia qui non è necessario occuparsi.

Quello di un’intelligenza estremamente elevata nel campo delle scienze esatte e di un’intelligenza estremamente bassa nel campo delle scienze sociali era appunto il caso di Albert Einstein. Il suo caso merita considerazione non solo per l’importanza che il personaggio ha avuto nella storia della fisica teorica, ma anche perché (relativamente alla bassa intelligenza nel campo delle scienze sociali, non in quello dell’elevata intelligenza nel campo delle scienze esatte) ha diversi punti in comune con quello di molti accademici (“economisti” in particolare) e radical chic, per esempio.

La deficienza intellettiva di Einstein nel campo delle scienze sociali non derivava, naturalmente, dal fatto che avesse idee filosofiche “sbagliate” o “non liberali” ma:

  1. dal fatto che, come tutti i socialisti, non riusciva a concepire un ordine spontaneo;
  2. dal fatto che, nel campo delle scienze sociali, le sue posizioni avevano un’incoerenza logica macroscopica analoga a quella che ha chi vuole tuffarsi in piscina per asciugarsi.

Il primo punto è dimostrato da frasi del tipo «un’economia di piano, che aggiusta la produzione ai bisogni della comunità, distribuirebbe il lavoro da fare fra tutti coloro che sono capaci di lavorare e garantirebbe la sussistenza a ogni uomo, donna e bambino»[2]. Evitando per motivi di spazio di discutere le ragioni scientifiche per cui i “bisogni della comunità” non esistono, frasi di questo tipo sono indicative di una mentalità “economica” che non è diversa, nella sostanza, da quella dell’imbecille che ha imbrattato il muro di un palazzo davanti a cui passo spesso con la scritta «lavorare tutti, lavorare meno». Come un bambino capriccioso che, essendo incapace di concepire la relazione esistente fra il risparmio dei genitori e i suoi pasti giornalieri, pretende regali che implicherebbero un’eliminazione del primo, Einstein era incapace di concepire il fatto che i posti di lavoro economicamente sostenibili possono essere creati solamente dal processo spontaneo del libero mercato, cioè proprio da quel processo di valorizzazione (attraverso il libero scambio economico) e trasmissione (attraverso il sistema dei prezzi) della conoscenza individuale di tempo e di luogo dispersa capillarmente fra le persone (e non disponibile a nessuna “mente direttrice”) che viene distrutto dalla coercizione statale necessaria per redistribuire o decidere arbitrariamente ore di lavoro, reddito, fattori di produzione, tassi d’interesse o qualunque altra cosa. In altre e più semplici parole, Einstein non era capace di capire che in un’economia di piano, dove l’ordine spontaneo del libero mercato viene sostituito da quello positivo dell’economia di comando, è tecnicamente impossibile “aggiustare la produzione ai bisogni” delle persone perché questo aggiustamento richiederebbe una conoscenza, anche di tempo e di luogo, che è dispersa capillarmente fra gli individui e che non può essere disponibile a nessun pianificatore, per quanto “esperto” o “colto” sia e per quanto potenti siano i computers di cui dispone. A causa della sua ignoranza economica e della sua incapacità di concepire un ordine spontaneo, Einstein, come la quasi totalità degli elettori delle “democrazie” contemporanee (per non parlare di coloro che si candidano a rappresentarli), pensando di offrire la ricetta magica per un’immediata creazione di ricchezza dal nulla, ha fornito in realtà la ricetta necessaria per la distruzione della ricchezza esistente e per l’ulteriore deterioramento della posizione economica soprattutto degli ultimi.

La macroscopica incoerenza logica delle sue posizioni (che crea un interessante contrasto con la sua coerenza logica straordinariamente rigorosa nel campo delle scienze naturali) è dimostrata per esempio dal fatto che mentre da un lato egli era un appassionato difensore dell’individualità (come osserva Walter Isaacson, «ciò che lo repelleva di più era la repressione del libero pensiero e dell’individualità»[3]) dall’altro egli era a favore della cosiddetta “giustizia sociale” («la lotta per la giustizia sociale è la cosa di maggior valore che si possa fare nella vita»[4]) e quindi di politiche aventi lo scopo di aggredire e reprimere l’individualità.

Il termine “giustizia sociale”, presupponendo che esista una giustizia “macro” separata e distinta da una giustizia “micro” (in altre parole, implicando che se un’azione è ingiusta se la compie un individuo per qualche misteriosa ragione diventa miracolosamente giusta se la compie lo stato e cioè i parassiti che lo controllano) di per sé è un non-senso logico che caratterizza come cretino nel campo delle scienze sociali e/o ladro chi la usa. Con questo altisonante non-senso logico si vuole dare rispettabilità alle politiche redistributive, le quali non solo sono un atto di saccheggio ma, inoltre, implicano necessariamente un’aggressione e una devastazione di quella stessa individualità che chi le propone non esita, di solito, a esaltare a gran voce.

Per illustrare meglio questo punto ricorro a un esempio. Per ragioni che riguardano solo lui, Marco può avere come priorità il tempo libero e di conseguenza scegliere un lavoro che tenga conto di questa sua priorità (e quindi per esempio che, a fronte di un compenso relativamente basso, gli garantisca molto tempo libero). Viceversa, sempre per motivi che riguardano solo lui, Giorgio può avere come priorità l’acquisto di una Lamborghini con carrozzeria in platino e di conseguenza scegliere un lavoro che tenga conto di questa sua priorità (e quindi per esempio che, a fronte di pochissimo tempo libero a disposizione, gli garantisca l’alto reddito necessario per comprare, dopo un certo lasso di tempo, quell’automobile). Nel momento in cui lo stato, in nome della “giustizia sociale”, redistribuisce risorse da Giorgio (che guadagna di più) a Marco (che guadagna di meno), non solo commette legalmente (il che è ancora peggio che illegalmente) un atto di saccheggio e viola l’uguaglianza davanti alla Legge, ma inoltre esplicitamente sostiene che i gusti e le priorità di Marco sono più meritevoli di quelli di Giorgio (per esempio perché condivisi dalla maggioranza). In altre parole aggredisce Giorgio per avere gusti e priorità diversi da quelli di Marco. Una persona può ritenere che, dal suo punto di vista, i gusti di Giorgio siano pacchiani, oppure che quelli di Marco siano più “importanti”. Ma in una società libera questi giudizi di valore non solo non devono, ma non possono essere motivo di un’azione coercitiva (p. es. redistributiva) da parte di chiunque, e in particolare dello stato. La posizione di Einstein in merito alla redistribuzione delle risorse mostra il suo disprezzo per quella stessa individualità che egli difende così appassionatamente: mentre da un lato egli è convinto che «nessuno abbia il diritto di imporre le proprie idee e i propri pensieri agli altri»[5], allo stesso tempo egli invoca politiche che implicano l’imposizione dei gusti di chi comanda (e quindi della maggioranza o comunque del più forte) agli altri. Se egli avesse avuto la stessa “coerenza” nel campo della fisica teorica, se nel campo della fisica egli avesse attribuito alle opinioni della maggioranza lo stesso peso che attribuiva loro nella sua visione del sistema politico ed economico, la teoria della relatività non sarebbe nata e noi penseremmo ancora che il tempo e lo spazio siano concetti assoluti.

Il fatto che Einstein, pur essendo un genio della fisica, aveva una deficienza di capacità intellettiva uguale o superiore a quella della media dei socialisti nel campo delle scienze sociali fu affermato da alcuni commentatori ed editorialisti suoi contemporanei[6] in risposta alla sua difesa della libertà di parola e di pensiero durante il maccartismo. Naturalmente, queste affermazioni non sono altro che espressioni di servilismo nei confronti del potere politico che stava distruggendo queste libertà. Non c’era nulla che non fosse puramente nobile e perfino coraggioso nella difesa della libertà di pensiero e di parola da parte di Einstein: il problema di Einstein, come quello di molti di coloro che oggi si recano ai seggi per votare, non era il non essere una persona perbene e nobile (era entrambe le cose), era il suo essere intellettualmente incapace di concepire un ordine spontaneo e il suo essere incoerente nella sua difesa della libertà di pensiero e dell’individualità.

*   *   *

Da dove viene questa deficienza di capacità intellettiva che impedisce ai socialisti di concepire un ordine spontaneo? A volte, guardando la reazione dei socialisti ai tentativi da parte dei liberali classici e dei libertari di spiegare cos’è un ordine spontaneo e perché la sua sostituzione con un ordine positivo comporta la sua distruzione e, con essa, quella della prosperità e della civilizzazione, uno è tentato di concludere che questa deficienza di capacità intellettiva sia innata. In altre parole, osservando la loro reazione, uno è tentato di concludere che semplicemente alcune persone hanno la capacità di concepire un ordine spontaneo e che altre non la hanno, allo stesso modo in cui alcune persone hanno la capacità di inarcare la lingua sollevando le pareti laterali e altre non hanno questa capacità perché a causa del loro patrimonio genetico non hanno i muscoli necessari.

Questa conclusione semplicistica, tuttavia, non terrebbe conto del fatto che ci sono infiniti fattori artificiali che possono produrre questa deficienza di capacità intellettiva. Quello di gran lunga più potente e diffuso è la scuola pubblica (o sottoposta a programmi pubblici), la quale agisce sulla capacità di comprendere un ordine spontaneo allo stesso modo in cui un gesso applicato alla gamba di un bambino appena nato influisce sulla sua capacità motoria: dopo aver tenuto quel gesso fin dalla nascita, anche ammesso che qualcuno lo togliesse dopo diciott’anni, la capacità motoria di quella gamba sarebbe eliminata per sempre o comunque fortemente limitata. Per questo lo stato ha bisogno della scuola pubblica, e cioè di quel gesso: far nascere una persona in gabbia è il modo migliore per ridurre al massimo i costi per mantenervela e per assicurarsi che, anche se un giorno quella gabbia venisse aperta accidentalmente, quella persona non ne uscirebbe. Già dopo i primi anni di scuola elementare i bambini danno per scontato che lo stato non sia un’organizzazione criminale ma, al contrario, il “bene” che combatte le organizzazioni criminali; che il corso forzoso sia la natura stessa del denaro; che la “legge” la fa il parlamento; che se lo stato non finanziasse la scuola questa non esisterebbe, ecc. La possibilità che la gamba ritorni a funzionare decresce all’aumentare del tempo in cui il gesso viene mantenuto. In una scena del film The Matrix, Morpheus dice a Neo che di solito non portano fuori da Matrix persone di una certa età: oltre una certa età, infatti, la mente ha difficoltà a lasciare andare ciò che ha imparato a dare per scontato fin dalla nascita.

Io non so da dove venga questa oggettiva deficienza di capacità intellettiva dei socialisti. Sicuramente ha origini e gradi diversi a seconda dei casi. Quello che so tuttavia è che, a fronte di moltissime persone che, quando viene tolto loro il gesso, si afflosciano sul pavimento, ci sono non poche persone di ogni età, di ogni background professionale e di vita, che non sono mai state esposte al liberalismo classico e al libertarismo (e che anzi sono state costantemente esposte alla propaganda collettivista) le quali, quando viene data loro l’opportunità, afferrano immediatamente il concetto di ordine spontaneo, come se lo stessero scoprendo dentro di loro invece che acquisendo da fuori. Quando qualcuno mostra loro un coltellino esse non aspettano che venga tolto loro il gesso, ma prendono quel coltellino e tagliano loro stesse il gesso che gli paralizza la gamba da sempre. E miracolosamente, invece di afflosciarsi sul pavimento, iniziano subito a camminare, anzi a correre.

NOTE

(*) Come dice Hayek, «L’intuizione che non tutti gli ordini che risultano dall’azione dell’uomo [interplay of human actions] sono il risultato di progettazione razionale [design] è in effetti il punto di partenza della teoria sociale» [Hayek, F. A., 1978, New Studies in Philosophy, Politics and Economics (Routledge and Kegan Paul, London), p. 73, corsivo nell’originale]

[1] Hayek, F. A., 1999 [1960], The Constitution of Liberty (Routledge, London & New York), p. 61, traduzione mia.

[2] Isaacson W., 2008, Einstein: his life and universe (Simon & Schuster Paperbacks, New York), p. 504, traduzione mia.

[3] Ibid., p. 497.

[4] Ibid., p. 433.

[5] Ibid., p. 550.

[6] Ibid., p. 528.

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