Expo di Milano: fiera dello statalismo. Expo di Londra: fiera della libertà

GIOVANNI BIRINDELLI, 30.4.2015

(Pubblicazione originale: Miglioverde.eu – Aperta ai lettori non abbonati il 2.11.2015)

In un articolo dal titolo “La storia di Expo in 34 edizioni, dal 1851 ad oggi” il Corriere della Sera passa brevemente in rassegna le diverse edizioni delle maggiori esposizioni internazionali. La sensazione che si ha e che senza dubbio vuole essere trasmessa dal titolo di quell’articolo è che, a partire dalla grande esposizione del Crystal Palace di Londra del 1851, è stata creata una “scatola” il cui contenuto (che dovrebbe essere il meglio e quanto di più avanzato ogni paese ha da offrire) cambia da edizione a edizione, ma la scatola rimane sostanzialmente la stessa. Expo sarebbe l’ultima edizione di un evento nato appunto nel 1851.

Figuriamoci. La grande esposizione di Londra del 1851 fu un evento interamente privato che non ricevette un solo centesimo di denaro cosiddetto “pubblico” (cioè estorto con la violenza ai legittimi proprietari mediante il prelievo fiscale). Di questo evento, poco prima della sua morte, Frédéric Bastiat scrisse: «la più grande e nobile delle esposizioni, una che è stata concepita nello spirito più liberale e universale … è l’esibizione che si sta preparando adesso a Londra; l’unica nella quale nessuno stato o governo gioca alcun ruolo e che non è finanziata dalle tasse»[1]. Il grande economista e filosofo francese scrisse queste parole all’interno di un discorso in cui dimostrava logicamente come l’intervento dello stato nell’economia e nella “cultura” ha necessariamente l’effetto di distruggerle e di asservirle e in cui spiegava perché coloro che ritengono il contrario (oggi la stragrande maggioranza delle persone) siano affetti da una particolare forma di deficienza di capacità intellettiva che li porta a ritenere che «nulla esiste indipendentemente dalla volontà dello Stato [e che] niente vive al di là di ciò che lo stato fa vivere»[2].

Il fatto che l’esposizione di Londra fu un evento interamente privato non costituisce una mera differenza “contabile” con Expo (dove il ruolo decisionale e finanziario svolto dallo stato è stato decisivo), ma una profonda differenza sostanziale.

Non fu un caso che l’esibizione di Londra fu un evento interamente privato. Essa infatti fu la celebrazione del periodo di progresso tecnologico più portentoso che l’uomo abbia mai conosciuto: un progresso tecnologico, e una conseguente crescita economica di lungo periodo, che semplicemente non avrebbero mai potuto aver luogo se l’intrusività dello stato nell’economia fosse stata anche solo una frazione di quella che è oggi e se i diritti di proprietà fossero stati violati dallo stato anche solo una frazione di quanto lo sono oggi.

Da molto tempo prima della Rivoluzione Industriale, l’Inghilterra era «una terra in cui i diritti di proprietà erano visti come la cosa più importante di tutte. I diversi cambiamenti istituzionali, che culminarono col Bill of Rights del 1689, restrinsero severamente la possibilità della Corona di governare il paese arbitrariamente. Era una terra in cui la sovranità della legge [e cioè primariamente dei diritti di proprietà, n.d.r.] era riconosciuta anche se non sempre rispettata»[3]. La Gran Bretagna non era certo una società libera, ma era una società in cui il seme della libertà e quindi della prosperità (la difesa dei diritti di proprietà) era vivo e stava germogliando.

La (relativa ma crescente) difesa dei diritti di proprietà come architrave della convivenza civile aveva prodotto nel tempo una situazione in cui lo stato era ritirato al punto da intervenire (nelle controversie fra agenti economici per esempio) solo in ultima istanza e comunque molto raramente. Se qualcuno commetteva una frode, per esempio, generalmente non veniva denunciato e non perdeva la propria libertà ma la propria reputazione[4].

Oggi, in un’economia socialista come quella italiana (personalmente rifiuto il termine “economia mista” in quanto concordo pienamente con Mises[5] sul fatto che non esiste una via di mezzo fra socialismo e capitalismo, allo stesso modo in cui non esiste una via di mezzo fra rubare e non rubare), in un’economia socialista come quella attuale italiana, dicevo, in cui le relazioni fra gli agenti economici sono sempre più mediate e regolate dallo stato il cui potere di intervento è illimitato, perdere la propria reputazione può sembrare ben poca cosa. Per un’impresa edile, per esempio, perdere il DURC (che è una scartoffia burocratica che le permette di lavorare) è molto più grave che fare una figuraccia con un cliente. Nei sistemi a oppressione burocratica come quello italiano, le persone usano gran parte della propria energia mentale, fisica ed emotiva per assicurarsi di avere tutti i permessi in regola piuttosto che per mantenere intatti la propria reputazione e il proprio onore. Ed è proprio questo, fra le altre cose, ciò di cui lo stato (cioè i parassiti che vivono di esso) ha bisogno per continuare a espandersi sulle spalle di chi crea ricchezza: il fatto che i sudditi usino la loro energia mentale per assicurarsi di essere in regola coi comandi arbitrari dell’autorità invece che per metterne in discussione la legittimità (che è cosa ben diversa dalla legalità).

Tuttavia, in un sistema economico come quello inglese dell’epoca in cui lo stato, pur non essendo minimo (sempre di stato moderno si trattava), era molto ridotto rispetto a quello che è oggi ovunque in Occidente, perdere la propria reputazione era un fatto devastante; equivalente a quello che sarebbe per l’impresa edile di cui sopra perdere il DURC, ma con la differenza che, una volta persa, la reputazione era molto più difficile, se non impossibile, da riottenere. Chi perdeva la propria reputazione si trovava economicamente e socialmente isolato, il che significava che nessuno avrebbe più fatto affari con lui. In non poche situazioni la perdita di reputazione ha portato alla miseria e alla disperazione. Per questo, in una situazione in cui le persone erano libere da quella coercizione burocratica che oggi regola e controlla ogni azione umana fin nei più piccoli dettagli, molte di esse tendenzialmente facevano il possibile per mantenere e migliorare la propria reputazione: questo significava non solo non violare regole generali di comportamento individuale ma fare molto più del dovuto (opere di beneficienza, la riparazione della chiesa di quartiere, ecc.) per segnalare di essere persone meritevoli di fiducia.

È difficile oggi immaginare questa arretratezza dello stato. Per averne un’idea può essere utile pensare alle piattaforme internet su cui avvengono gli scambi fra chi prende a prestito Bitcoin per realizzare i propri progetti e chi li dà in prestito per un tasso d’interesse. Sul sito btcjam.com, per esempio, se chi ha preso a prestito Bitcoin non li restituisce (o non li restituisce entro la scadenza prefissata) non c’è alcuno stato a cui appellarsi, non c’è alcuna possibilità di perseguire quella persona penalmente, di riottenere i Bitcoin prestati o di esercitare coercizione su di essa. L’unica sanzione del trasgressore è la perdita della sua reputazione, il che in quel settore significa la perdita della possibilità di stringere accordi con altre persone, cioè la propria morte economica. Il risultato è che, al fine di migliorare la propria reputazione, nella stragrande maggioranza dei casi le somme prestate vengono rimborsate prima della scadenza prevista. Last but not least, la centralità della reputazione al posto della sanzione burocratica decisa centralmente da un’autorità ha fatto sì che fra chi prende e chi dà in prestito Bitcoin (in altre parole fra speculatori) c’è una cortesia, anche nella comunicazione, alla quale in un’economia socialista come la nostra ci siamo disabituati.

L’esposizione di Londra del 1851, fu molto di più di una semplice esposizione. Da un lato, fu la grande fiera in cui furono messe in mostra le conquiste tecnologiche della rivoluzione industriale. Ma dall’altro, fu la celebrazione dell’arretratezza dello stato e della difesa della proprietà privata senza le quali quella rivoluzione e quelle conquiste tecnologiche senza precedenti non avrebbero mai potuto aver luogo. Per questo quell’esposizione non avrebbe potuto essere altro che privata: non solo perché lo stato non l’avrebbe mai finanziata ma anche perché se lo avesse fatto sarebbe stata una negazione del seme che aveva prodotto quelle meraviglie che venivano celebrate. Quello che era in mostra e che veniva celebrato erano la libertà e i suoi prodotti. Una libertà tutt’altro che completa ma crescente e sostanziale.

Onestamente, cosa c’è da celebrare oggi? Il fatto che prima di aprire una qualsiasi attività occorra conoscere quali permessi servono? Gli “studi di settore”? Il fatto che quando uno vuole comprare un prodotto tecnologicamente innovativo ci pensa due volte a causa dello “spesometro”? Il fatto che un’agenzia governativa può sapere quanto spendiamo in preservativi con un click? Una crescita della pressione fiscale e del debito pubblico senza precedenti? Una crescita economica che quando c’è è prodotta da inflazione monetaria e che, quando va bene, è da prefisso telefonico (ed è il prezzo da pagare per future depressioni)? La progressiva abolizione del denaro contante? L’annientamento dello spirito imprenditoriale di un numero sempre maggiore di persone? Andiamo…

Accostare Expo 2015 all’esposizione di Londra del 1851, vedendole come due edizioni diverse di uno stesso evento, come momenti diversi di una stessa “storia”, è come accostare l’entusiasmo alla depressione; la creatività all’apatia; un giardino fiorito al corridoio di un ministero; un imprenditore degno di questo nome a un impiegato pubblico; una persona che investe le proprie risorse per creare ricchezza a una persona che lavora per una macchina burocratica che ha lo scopo di appropriarsi coercitivamente di quella ricchezza; un’impresa che si regge sulle sue gambe a una che campa di privilegi. Sono due paradigmi non diversi, opposti. Per un imprenditore dell’epoca, esporre le sue innovazioni al Crystal Palace di Londra era un onore. Capisco che la Coop e Trenitalia, per dire, vogliano essere presenti a Expo. Tuttavia personalmente non riesco a capire come, per un imprenditore degno di questo nome, esporre i propri prodotti e servizi a Expo, dove lo stato ha giocato un ruolo (e dove per di più questo ruolo è stato così ampio), possa essere altro che un disonore.

 

NOTE

[1] Bastiat F., 2007 [1850], “That Which is Seen, and That Which is Not Seen” in The Bastiat Collection – Volume 1 (Ludwig von Mises Insitute, Auburn AL), p. 13, corsivo mio.

[2] Ibid.

[3] Mokyr J., 2009, The Enlighted Economy – An Economic History of Britain 1700-1850 (Yale University Press, New Haven and London), p. 25.

[4] Di più su questo tema in questo articolo.

[5] «La questione è: economia di mercato o socialismo? Non c’è terza soluzione» [Mises L., 2007 [1949], Human Action (Liberty Fund, Indianapolis IN), Vol. 2 p. 396. Vedi anche Vol. 1 pp. 40, 183 e Vol. 2 pp. 258, 285].

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