Il ruolo della bellezza nella scienza

GIOVANNI BIRINDELLI, 23.3.2016

(Pubblicazione originale: MiglioVerde)

 

  1. Introduzione

Nel senso comune del termine, la bellezza è un concetto puramente soggettivo (“non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”). Ai fini di questo articolo, tuttavia, in relazione a una teoria scientifica userò il termine “bellezza” per indicare un insieme di caratteristiche oggettive fra cui, in particolare:

  1. la sua non-arbitrarietà,
  2. la sua coerenza (interna ed esterna),
  3. la sua eleganza (semplicità e basso numero delle sue leggi),
  4. la sua capacità di trovare unità nella diversità particolare dei fenomeni.

Nella Rivoluzione Copernicana, la bellezza ha svolto un ruolo fondamentale. Come vedremo, se oggi possiamo andare in aeroplano, per dire, questo lo dobbiamo anche al ruolo che la ricerca della bellezza ha svolto nelle scienze naturali e, in particolare, in astronomia. Io credo che la ricerca della bellezza svolga un ruolo simile anche nelle scienze sociali e, in particolare, in filosofia politica e in economia.

Se oggi ci viene imposto con la violenza di pagare un servizio televisivo pubblico che non scegliamo e che magari nemmeno utilizziamo, oppure se assistiamo a crisi economiche cicliche causate dall’inflazione monetaria prodotta dal sistema bancario anti-capitalista, questo lo dobbiamo anche al fatto che in molti casi non siamo in grado di riconoscere né di apprezzare la bellezza nelle scienze sociali. In questo campo, credo che si possa dire che ci sia una generale assuefazione all’orrore.

Il ruolo della bellezza nella scienza non è, naturalmente, quello della dimostrazione scientifica (non è perché è “bella” che una teoria è scientificamente valida) ma quello dell’“indicatore”: la “bruttezza” di una teoria (cioè l’opposto della bellezza nel senso di cui sopra) può essere indice del fatto che quella teoria è scientificamente falsa e quindi può essere un’ulteriore ragione, o incentivo, per metterla in discussione, o comunque per non darne acriticamente per scontata la validità.

Per discutere quello che dal mio punto di vista è il ruolo della bellezza in filosofia politica e in economia, ho bisogno, prima, di illustrare nel modo più sintetico e semplice di cui sono capace il ruolo che la ricerca della bellezza ha giocato in astronomia e quindi quanto era “brutto” (cioè arbitrario, incoerente, astruso, incapace di trovare unità nella differenza particolare dei fenomeni) il sistema tolemaico. Mi rendo conto che, date le differenze metodologiche fra scienze naturali e scienze sociali, questa a prima vista possa sembrare una divagazione assurda. Tuttavia spero che per la fine dell’articolo lo sembri di meno.

Una volta fatto questo, cercherò di tracciare un parallelismo non solo metaforico fra la bruttezza del sistema tolemaico e quella della base “scientifica” dei sistemi politici totalitari contemporanei (specie di quelli cosiddetti “democratici”); e fra la bellezza della Rivoluzione Copernicana e quella della rivoluzione scientifica libertaria.

Infine farò un breve cenno ad alcuni dei fattori che impediscono alla rivoluzione scientifica libertaria di tradursi in realtà, cioè di diventare rivoluzione politica ed economica. Nel campo delle scienze sociali siamo infatti in una situazione non diversa da quella in cui oggi, nel XXI secolo (quindi molto dopo Keplero e Newton), saremmo se nelle università s’insegnasse che è il Sole a orbitare attorno alla Terra (paradigma geocentrico) e si cercasse di far volare aeroplani o di mandare astronauti nello spazio sulla base della fisica sottostante a quel paradigma; e poi ci si sorprendesse, ogni singola volta, del fatto che gli aerei non volano e che il tentativo di farli volare con la teoria sbagliata alle spalle produce morti e disastri.

 

  1. Dalla bruttezza del sistema tolemaico alla bellezza di quello di Keplero

Il miglior punto di partenza per capire l’essenza del processo che ha portato alla Rivoluzione Copernicana è l’epicentro della crisi del geocentrismo: il problema dell’apparente retrogressione dei pianeti. Come scrisse Adam Smith «se non ci fossero stati altri corpi celesti da scoprire nel cielo a parte il Sole, la Luna e le Stelle Fisse, questa vecchia ipotesi [quella geocentrica, n.d.r.] avrebbe potuto superare indenne l’esame di tutte le epoche, e arrivare trionfante fino alla più remota posterità.»[1]

Visti dalla Terra, infatti, i pianeti non si muovono regolarmente intorno a essa ma a un certo punto si fermano, tornano indietro, poi si fermano di nuovo e infine vanno avanti riprendendo il loro cammino originario. Oggi noi sappiamo che questa “irregolarità” è dovuta al fatto che i pianeti non orbitano attorno alla Terra che sta ferma al centro ma orbitano, insieme alla Terra, attorno al Sole. Quando c’è un “superamento” fra la Terra e un altro pianeta, dalla prospettiva della Terra (se questa viene considerata “fissa al centro” come l’esperienza sensoriale ci induce a fare) c’è un’apparente retrogressione di quel pianeta[2] (apparente perché in realtà non esiste).

L’apparente retrogressione dei pianeti era incompatibile col dogma aristotelico/platonico dei moti circolari uniformi e cioè con la perfezione arbitrariamente decisa dall’autorità scientifica. Se questa retrogressione non veniva spiegata all’interno di quel dogma, saltava per aria non solo, tutta intera, l’astronomia, ma anche tutta la scienza, a partire dalla fisica e dalla chimica. Saltavano per aria anche le Sacre Scritture, il rapporto fra uomo e Dio, ecc. E saltava per aria la credibilità di tutte le istituzioni scientifiche/religiose/politiche che avevano basato il loro potere e la loro influenza sulla conservazione della scienza aristotelica. Quindi la retrogressione dei pianeti doveva essere spiegata e doveva esserlo all’interno del dogma aristotelico/platonico dei moti circolari e uniformi.

Tolomeo (100-170 d.C.) riuscì a spiegare la retrogressione dei pianeti all’interno di questo dogma. Tuttavia questa spiegazione, che con diversi “aggiornamenti” rimase in vigore fino alla pubblicazione, nel 1609, delle prime due leggi di Keplero (1571-1630), ebbe un costo: l’orrore scientifico, cioè la totale e sempre crescente arbitrarietà, incoerenza, astrusità e incapacità di trovare unità nella diversità particolare dei fenomeni. In altri termini, il costo del conservatorismo scientifico fu l’abbandono della scienza.

Per risolvere il problema della retrogressione dei pianeti all’interno del dogma dei moti circolari e uniformi, Tolomeo ricorse ai cosiddetti epicicli. Si trattava di strumenti geometrici del tutto arbitrari creati ad hoc per ottenere il risultato desiderato (ogni riferimento al positivismo giuridico, dove le “leggi” intese come provvedimenti particolari vengono decise arbitrariamente e ad hoc dall’autorità per ottenere i risultati da questa desiderati, è del tutto intenzionale). Il pianeta non veniva fatto orbitare attorno alla Terra ma, con moto circolare uniforme, attorno a un punto geometrico “vuoto”, e quel punto geometrico veniva fatto orbitare, sempre con moto circolare uniforme, attorno alla Terra. L’orbita circolare del pianeta attorno al punto geometrico è appunto l’epiciclo, mentre l’orbita, sempre circolare, del punto geometrico attorno alla Terra è il deferente. Le dimensioni e la velocità dell’epiciclo e del deferente venivano variate arbitrariamente per ottenere il risultato desiderato: l’apparente retrogressione dei pianeti veniva così spiegata usando solo moti circolari uniformi.

Dato che la realtà si ostinava a non coincidere col modello, il sistema veniva reso sempre più complicato, arbitrario e astruso con epicicli di epicicli (il pianeta veniva fatto orbitare attorno a un punto geometrico che a sua volta veniva fatto orbitare attorno a un altro punto geometrico che a sua volta veniva fatto orbitare attorno alla Terra) e così via… (ogni riferimento all’inflazione legislativa dei sistemi giuspositivi è, di nuovo, del tutto intenzionale). L’arbitrarietà del sistema produceva necessariamente una crescita nel tempo della sua bruttezza; e questa bruttezza lo rendeva incomprensibile a tutti tranne che ai pochi addetti ai lavori (di nuovo, ogni riferimento all’incomprensibilità e alla non conoscibilità delle attuali “leggi” positive o fiat tranne che agli specialisti di quella particolare sotto-branca del “diritto” positivo è intenzionale).

Dato che, nonostante tutto, la realtà fenomenica continuava a non rispettare il modello imposto arbitrariamente dall’autorità scientifica (come dice Ayn Rand in relazione all’economia, uno può ignorare la realtà ma non può ignorare le conseguenze dell’ignorare la realtà), come misura disperata per spiegare le irregolarità dei movimenti della Luna e del Sole furono introdotti, già da Tolomeo stesso, anche i cosiddetti equanti che erano una violazione esplicita ma “burocraticamente permessa” del dogma dei moti circolari uniformi (un po’ come oggi lo sono le violazioni costituzionali di articoli delle costituzioni: tipo quello dell’uguaglianza davanti alla legge nel caso della progressività fiscale): il Sole veniva fatto orbitare non attorno alla Terra, che stava al centro dell’orbita circolare del Sole, ma attorno a un punto geometrico decentrato. Il Sole quindi veniva fatto orbitare con velocità angolare costante ma con velocità lineare variabile, il tutto stabilito arbitrariamente e ad hoc a tavolino per ottenere il risultato desiderato, cioè per tentare di “aggiustare” le discrepanze fra il modello geocentrico (errato a monte) e l’osservazione.

Quando nel 1543 Copernico (1473-1543) propose il suo modello eliocentrico (con la Terra non più fissa al centro ma con al centro il Sole e con la Terra considerata un pianeta come gli altri) egli mantenne gli epicicli (che gli servivano per far quadrare i conti: questi infatti non gli potevano tornare perché egli assunse orbite dei pianeti circolari mentre oggi sappiamo che esse sono ellittiche). Tuttavia Copernico fece a meno degli equanti, che erano lo strumento di gran lunga più “brutto” in quanto violava esplicitamente il dogma dei moti circolari e uniformi. Questa minore bruttezza del suo sistema rispetto a quello tolemaico fu quella che lo convinse che il suo modello era scientificamente migliore: «Copernico fece uso di epicicli come quelli adottati dai suoi antichi predecessori. Tuttavia non fece uso di equanti e sentì che la loro assenza dal suo modello era uno dei grandi vantaggi di quest’ultimo e uno dei più forti argomenti a favore della sua verità»[3]. La bruttezza aveva cominciato a regredire e, parallelamente, la verità scientifica a emergere.

Nonostante il suo nome, tuttavia, la Rivoluzione Copernicana fu dovuta a Keplero, non a Copernico. Fu infatti Keplero che, mosso dallo stesso rifiuto della bruttezza ed essendo “più copernicano di Copernico” (oggi diremmo un “estremista”), trasformò (con tempo e fatica) l’orrore in bellezza. Nel 1609 egli elaborò un modello eliocentrico che non solo non ricorreva ad alcun equante ma consentiva di eliminare di colpo tutti gli epicicli e quindi, con essi, tutti gli epicicli di epicicli, ecc. L’enorme quantità di “leggi” che costituivano il modello tolemaico (ancora ufficialmente in vigore) fu ridotto a due sole (!) che diventarono tre nel 1619. E a differenza delle altre, queste tre leggi non erano provvedimenti particolari, ma principi generali; non erano arbitrarie ma scientifiche; non esistevano come decisioni dell’autorità scientifica per far quadrare i conti e ottenere il risultato desiderato, ma erano state scoperte ed esistevano indipendentemente dalla decisione dell’autorità scientifica. E inoltre erano semplici! Potevano essere espresse in poche righe che chiunque poteva comprendere:

  1. l’orbita di un pianeta è un ellisse con il Sole come uno dei fuochi;
  2. la linea che collega il Sole a un determinato pianeta copre aree uguali in tempi uguali;
  3. Il quadrato del tempo che un pianeta impiega a percorrere la sua orbita è proporzionale al cubo della sua distanza media dal Sole. [4]

La perfetta bellezza del suo risultato dette a Keplero la certezza che aveva ragione, che aveva scoperto la verità, al punto che per lui era quasi del tutto indifferente che questa fosse accettata dai suoi contemporanei o meno. Il suo obiettivo lo aveva raggiunto: «Se mi perdonate, sono felice. Se siete arrabbiati con me, pazienza. In ogni caso, il dado è tratto: scriverò un libro per il tempo presente o per la posterità. Per me fa lo stesso. Può aspettare i suoi lettori per cento anni[5]

La scoperta, da parte di Keplero, delle leggi che regolano il moto dei corpi celesti aprì la strada a quella, da parte di Newton nel 1687 (ma sulla base di un’intuizione di Robert Hooke[6]), delle forze che stanno dietro a questi moti. Anche nel caso di Newton, la bellezza del suo risultato contribuì a dargli la certezza che aveva ragione.

Una volta che Newton scopre i principi generali e astratti che stanno alla base del moto dei pianeti intorno al Sole egli capisce che è impossibile per la mente umana conoscere i dettagli particolari di questo moto, in quanto questi dipendono da circostanze che sono troppo numerose e particolari perché si possa tenerne conto: «A causa della deviazione del Sole dal centro di gravità, la forza centripeta non tende mai verso quel centro immobile, e quindi i pianeti né si muovono lungo orbite perfettamente ellittiche, né percorrono due volte la stessa orbita. Le orbite di un pianeta sono tante quante sono le sue rivoluzioni, come accade per la Luna, e l’orbita di ogni pianeta dipende dal movimento combinato di tutti i pianeti, senza contare l’azione che [mediante la forza di gravità, n.d.r.] ognuno di questi pianeti esercita sugli altri. […] Ma considerare simultaneamente tutte queste cause di movimento e definire questi movimenti [i percorsi segnati dalle orbite dei pianeti, n.d.r.] mediante leggi esatte che consentano facili calcoli, eccede, se non mi sto sbagliando, la forza di qualunque mente umana.»[7] In altri termini, con Newton si passa da una situazione in cui, senza alcuna legge generale, ci si concentra solo sul dettaglio particolare (la posizione del particolare pianeta), a una in cui, avendo la conoscenza esatta della legge generale, si deve rinunciare a concentrarsi sul particolare (di nuovo, ogni riferimento al fatto che l’attuale perenne valanga di “leggi” -con le quali lo stato vuole controllare ogni dettaglio della vita delle persone e delle imprese- è espressione dell’assenza di Legge, è del tutto intenzionale). Questo è il completamento della Rivoluzione Copernicana.

In conclusione, fu il rifiuto della bruttezza e la ricerca della bellezza, e quindi anche la ricerca dell’esattezza nel generale e non nel particolare, che incentivò la Rivoluzione Copernicana. Per questo, se oggi possiamo andare in aeroplano, lo dobbiamo anche al ruolo che la ricerca della bellezza ha avuto nella scienza.

 

  1. Dall’orrore del positivismo giuridico alla bellezza della libertà

(Premessa: purtroppo il termine “liberale” oggi è usato sempre più comunemente per indicare il paradigma opposto a quello della libertà. Per evitare confusioni, in questo articolo lo sostituirò quindi col termine “libertario”).

La rivoluzione scientifica libertaria (non stiamo parlando di quella politica, che è molto di là da venire purtroppo) ha tratti impressionantemente simili a quelli della Rivoluzione Copernicana. E questa similitudine, forse anche per il fatto che trascende le importanti differenze metodologiche fra scienze sociali e scienze naturali[8], è indice del fatto che in entrambi i casi si è trattato di un cambiamento di paradigma o meglio, nel caso della rivoluzione scientifica libertaria, di due paradigmi: uno filosofico (in relazione all’idea di legge), l’altro economico (in relazione al concetto di valore).

In campo filosofico, i pensatori libertari scoprirono che non è la legge a orbitare attorno all’autorità ma, al contrario, è l’autorità a orbitare attorno alla legge. Cioè, nelle parole di Friedrich A. von Hayek, che «Sarebbe … probabilmente più vicino alla verità se noi invertissimo la plausibile e ampiamente diffusa idea che è la legge a derivare dall’autorità e pensassimo che invece è l’autorità a derivare dalla legge – non nel senso che l’autorità viene costituita in base alla legge ma nel senso che l’autorità richiede obbedienza perché (e fino a quando) applica una legge che si presume esistere indipendentemente da essa»[9]. Allo stesso modo in cui, nel caso della Rivoluzione Copernicana (e in particolare in quello della scoperta delle leggi di Keplero), il cambiamento di sistema di riferimento ha comportato la sparizione immediata di tutti gli epicicli e di tutti gli equanti, così, nel caso della rivoluzione scientifica libertaria, il passaggio dall’idea che la legge è il provvedimento particolare arbitrariamente deciso dall’autorità all’idea che la legge è invece la regola generale di comportamento individuale che deve valere per tutti (stato per primo, ove ci fosse) allo stesso modo e che esiste indipendentemente dalla volontà di chiunque, comporta la sparizione immediata di ogni regola che non sia la legge così intesa. In altri termini, il passaggio dalla “legge” fiat (il provvedimento particolare deciso dall’autorità: lo strumento di potere politico arbitrario) alla Legge (la regola generale di comportamento individuale: il limite non arbitrario al potere coercitivo di chiunque, stato per primo) comporta l’immediata eliminazione delle migliaia di “leggi” e “regolamenti” di un sistema giuspositivo e la loro sostituzione con un solo principio e con le sue poche e semplici declinazioni: il principio di non aggressione. Sebbene in alcuni casi l’aggressione possa essere difficile da definire con esattezza, questo principio deve essere valido per tutti allo stesso modo, e, come la forza di gravità, esiste indipendentemente dalla volontà e dall’opinione di chiunque.

In campo economico, nel 1861 Carl Menger, scoprì[10] che il valore non sta nelle cose (per esempio nella quantità di ore-lavoro impiegate per produrle) ma nelle persone, nel senso che sta nell’importanza che ciascuna persona, in base alle proprie preferenze, priorità, capacità, conoscenze, dà a quei beni o servizi. Questa importanza è misurata da quanto una persona, in un particolare luogo e momento, è disposta a cedere della sua proprietà per avere in cambio il bene o il servizio desiderato. Se Tizio impiega dieci anni di duro lavoro per fare una scultura che nessuno è disposto ad acquistare, il valore economico di quella scultura è zero (o addirittura negativo). E nulla cambia se quella scultura che nessuno avrebbe acquistato volontariamente viene acquistata dallo stato con denaro proveniente da imposizione fiscale (cioè mediante estorsione): il suo valore economico continua a essere nullo o negativo, indipendentemente dal fatto che venga chiamata “investimento pubblico”, “interesse generale”, “bene comune” ecc. Nei limiti in cui uno scambio avviene ed è volontario, c’è la certezza logica che ogni parte cederà qualcosa che ha meno valore di quello che ottiene in cambio, infatti se avesse un valore inferiore o anche uguale lo scambio non avverrebbe. In altre parole, c’è la certezza che viene creato valore economico. Il processo concorrenziale di mercato, inoltre, fa sì che di solito il prezzo pagato per avere un bene o un servizio sia di molto inferiore al valore che quel bene o servizio ha per l’acquirente.

Dalla scoperta che il valore economico sta nelle persone e non nelle cose (cioè che esso è un concetto soggettivo, non oggettivo), discende che la creazione di valore economico dipende dall’uso di conoscenza (anche di tempo e di luogo) che non sta in alcuna “mente direttrice” (né in alcun computer, per quanto potente o artificialmente intelligente possa essere). Questa conoscenza è dispersa fra gli agenti economici e include quella relativa alle preferenze e alle priorità individuali[11]. La conoscenza esatta della legge generale del valore economico e delle poche leggi da questa derivate logicamente comporta la rinuncia al controllo del dettaglio particolare della vita economica. Il parallelo con la citazione di Newton riportata sopra è evidente. Se c’è pianificazione centralizzata, c’è devastazione di quella conoscenza periferica che a) consente lo scambio volontario e quindi la creazione di valore economico e che b) consente il calcolo economico. Come afferma Ludwig von Mises, un sistema economico socialista alla lunga non può funzionare perché in esso, non essendo utilizzata la conoscenza rilevante (quella dispersa capillarmente fra le persone e che sta alla base dello scambio volontario) è impossibile che si formino prezzi che abbiano un senso economico: «Il paradosso della “pianificazione” è che, a causa dell’assenza [della possibilità] del calcolo economico, non può pianificare alcunché. Quella che è chiamata economia pianificata semplicemente non è un’economia. È solo un modo di andare a tentoni nel buio»[12].

Questi due paradigmi libertari (la Legge intesa come principio e la soggettività del valore) non sono indipendenti fra loro ma strettamente collegati. Per esistere, il valore economico ha bisogno necessariamente della volontarietà dello scambio. Il prelievo fiscale, anche quando viene impiegato per produrre beni e servizi che le persone usano, non crea valore economico ma una sua distruzione in quanto le risorse economiche sono state prese coercitivamente: se non fossero state estorte alle persone, queste le avrebbero usate in maniera diversa (cioè in base alla loro conoscenza periferica e alle loro preferenze e priorità individuali, peraltro variabili nel tempo e nello spazio). In altri termini, i due paradigmi della Legge e del valore economico sono collegati perché si può avere creazione di valore economico solo quando lo scambio avviene all’interno della Legge intesa come limite non arbitrario a ogni potere coercitivo.

Inoltre, fra questi due paradigmi, c’è una gerarchia pratica: se si vuole passare sostenibilmente dal paradigma economico coercitivo (in cui il valore economico viene necessariamente distrutto) a quello volontario (in cui il valore economico può essere creato) occorre prima necessariamente passare dal paradigma filosofico in cui è la “legge” fiat a orbitare attorno all’autorità a quello in cui è l’autorità (ammesso che ci sia) a orbitare attorno alla Legge. Come ricorda Bruno Leoni, infatti, «Anche quegli economisti che hanno difeso nel modo più brillante il libero mercato dall’interferenza delle autorità hanno, di solito, tralasciato la considerazione parallela che nessun libero mercato è veramente compatibile con un processo di legislazione centralizzato da parte delle autorità»[13]. Libero mercato e sovranità della Legge intesa come principio sono due facce della stessa medaglia: è un errore logico pensare di poter anche solo limitare sostenibilmente (figurarsi ridurre) la continua espansione dello stato (p. es. del suo debito pubblico, del prelievo fiscale, della quantità di denaro fiat stampato dalle banche centrali, delle sue regolamentazioni tanto legali quanto illegittime, ecc.) senza invertire l’idea filosofica di legge che determina necessariamente quell’espansione.

Sia nel caso filosofico che in quello economico, il cambio di paradigma scientifico (quello dal positivismo giuridico alla Legge intesa come principio, e quello dall’oggettività del valore alla sua soggettività) ha prodotto il passaggio dall’orrore alla bellezza: poche leggi, semplici, non arbitrarie, logicamente coerenti fra loro, capaci di trovare unità nella diversità particolare dei fenomeni.

Quest’ultimo aspetto merita un breve approfondimento. Nel paradigma filosofico della “legge” fiat, esiste una “giustizia macro” diversa e opposta a una “giustizia micro”: la stessa azione che è considerata un crimine quando viene commessa da un individuo (come rubare, o contraffare denaro) è invece considerata “giusta” quando viene commessa dallo stato e le viene dato un nome diverso (p. es. “tassazione”, “quantitative easing”, ecc.). Viceversa, nel paradigma filosofico della Legge, non c’è alcuna distinzione fra “giustizia macro” e “giustizia micro”: il concetto stesso di una “giustizia sociale” separata e distinta dalla “giustizia individuale” è un inaccettabile controsenso logico.

Parallelamente, nel paradigma economico coercitivo (quello che ancora oggi si studia nelle università) esiste una “macroeconomia” separata e distinta dalla “microeconomia” e nei due casi valgono leggi diverse (di nuovo, non c’è unità). Per esempio, in campo “microeconomico”, un maggiore consumo viene visto come una condizione sufficiente per aggravare una condizione di difficoltà economica. Viceversa, in campo “macroeconomico”, un maggiore consumo (il famoso “rilancio dei consumi” di cui si legge sui giornali un giorno sì e l’altro pure) viene vista come una condizione necessaria (e spesso addirittura sufficiente) per “risolvere” una condizione di difficoltà economica (per esempio per avere una “ripresa economica”). Viceversa, nel paradigma economico volontario, non esiste una “macroeconomia” separata e distinta dalla “microeconomia” ma solo una derivante da quest’ultima (e quindi dalla struttura del capitale). Se, nel caso di una famiglia, un maggiore consumo viene visto come una condizione sufficiente per aggravare una condizione di difficoltà economica, lo stesso vale necessariamente anche a livello aggregato.

 

  1. Conclusioni

Ricapitolando, il paradigma filosofico della “legge” intesa come strumento di potere politico arbitrario e quello economico a esso corrispondente (il socialismo) è esteticamente orribile in quanto:

  1. è arbitrario,
  2. è incoerente,
  3. è inelegante (numero enorme e continuamente crescente di “leggi” fiat, tendenzialmente particolari e astruse),
  4. è incapace di trovare unità nella diversità particolare dei fenomeni (p. es. vede “macro” e “micro” come universi separati).

Viceversa, il paradigma filosofico della Legge intesa come limite non arbitrario a ogni potere coercitivo e quello economico a esso corrispondente (il capitalismo o libero mercato) è esteticamente bello in quanto:

  1. è non arbitrario,
  2. è coerente,
  3. è elegante (poche leggi, semplici e generali),
  4. è capace di trovare unità nella diversità particolare dei fenomeni.

La bellezza estetica della libertà rispetto all’orrore socialista non è la dimostrazione della superiorità etica ed economica della prima sul secondo: questa superiorità è stata dimostrata scientificamente dai lavori filosofici ed economici dei pensatori libertari e chi ne vuole capire le ragioni deve andare a leggersi questi lavori. Tuttavia, è indice di questa superiorità. Ne è, come si dice, una manifestazione lampante, anche per i non addetti ai lavori.

Nonostante questo, la direzione di marcia continua a essere sempre di più opposta a quella verso la libertà. Come accennavo in apertura, oggi, in modo apparentemente paradossale e mutatis mutandis, siamo in una situazione analoga a quella in cui saremmo se insegnassimo alle nuove generazioni, come verità scientifica, la fisica aristotelica e provassimo a far volare aeroplani sulla base di essa. Nella vita reale che risente direttamente o indirettamente dell’interventismo politico ed economico dello stato (quindi nella vita reale quasi per intero), si continua a lavorare a progetti sulla base di paradigmi dimostrati essere scientificamente falsi e che necessariamente producono violenza e povertà. Questo è dovuto in gran parte al fatto che, a differenza di quanto avviene nelle scienze naturali, nelle scienze sociali la “verità” teorica viene imposta coercitivamente, per esempio democraticamente. E altrettanto democraticamente la bellezza scientifica, in particolare nel campo della filosofia della legge e in quello dell’economia, viene oscurata. Nelle scienze sociali la democrazia impedisce alla bellezza di svolgere il suo ruolo.

Il persistere del totalitarismo democratico, e quindi del declino economico relativo, dipende in parte dalla diffusa assuefazione all’orrore scientifico. Se le persone che, occupandosi di altre cose rispetto alle scienze sociali, oggi danno acriticamente per scontati i paradigmi “scientifici” totalitari, avessero l’opportunità di entrare in contatto con la bellezza scientifica della libertà, esse probabilmente farebbero più fatica a non mettere in discussione l’idea di legge che, senza che loro se ne rendano conto, le tiene in uno stato schiavitù e di povertà relativa.

Michael Hoskin ha scritto che «La storia della cosmologia non è la facile storia del rifiuto di idee assurde in favore di ciò che (magari dopo averci pensato un po’) è riconosciuto essere palesemente vero, ma la saga eroica del rifiuto conquistato con fatica di ciò che è riconosciuto essere palesemente vero [il fatto che è il Sole a orbitare attorno alla Terra, n.d.r.] in favore dell’assurdo [il fatto che è la Terra a orbitare attorno al Sole, n.d.r.]. È questo che dà alla storia della cosmologia il suo fascino»[14]. Uno dei fattori che hanno permesso di superare la fatica di rifiutare ciò che è riconosciuto essere palesemente vero in favore dell’assurdo è stato la ricerca della bellezza e l’ostilità all’orrore.

La stessa cosa è avvenuta nel campo delle scienze sociali. Tuttavia nella vita reale, quella in cui lo stato continua sempre di più a farla da padrone, la rivoluzione scientifica continua a essere ignorata. Qui ciò che è riconosciuto essere “palesemente vero” è:

  1. in campo filosofico, che la legge esiste in quanto decisione dell’autorità. Nella citazione riportata sopra, infatti, Hayek afferma che l’idea che è la legge a derivare dall’autorità, anche se falsa, è «plausibile a ampiamente diffusa». L’idea che sia la legge a derivare dall’autorità è riconosciuta essere “palesemente vera” perché tutti hanno esperienza diretta con regole “fatte”: p. es. da parte di un’associazione culturale o sportiva;
  2. in campo economico, che senza governo, senza azione pianificatrice e regolamentatrice da parte dello stato (o del sovrastato), ci sarebbe il caos. Quest’idea è riconosciuta essere “palesemente vera” perché tutti hanno esperienza diretta col fatto che senza azione pianificatrice da parte di un imprenditore quell’azienda non potrebbe produrre alcunché.

Viceversa, l’“assurdo” oggi è:

  1. che la Legge non può essere fatta o decisa, ma solo scoperta e difesa: essa esiste indipendentemente dalla volontà e dalla decisione di qualunque autorità (ed è curioso che molti di coloro che ritengono che questo fatto sia assurdo non penserebbero mai che, nel caso in cui un’autorità legalizzasse un genocidio, il sequestro di persona o lo stupro, diventerebbe legittimo compiere questi atti);
  2. che è proprio l’assenza di azione pianificatrice statale che crea le condizioni necessarie alla pace e alla prosperità sostenibili.

La ragione per cui queste tesi sono percepite come assurde è che la grande maggioranza delle persone, non riuscendo intellettualmente a concepire un ordine spontaneo, vede la Legge alla stregua della decisione di un consiglio di amministrazione, e vede un sistema economico e sociale come se fosse un’organizzazione[15]. Come nel caso dell’astronomia, anche in filosofia politica e in economia il rifiuto (conquistato con fatica) di ciò che è riconosciuto essere palesemente vero in favore dell’assurdo è avvenuto anche grazie alla ricerca della bellezza e all’avversione nei confronti dell’orrore.

Forse, perché la rivoluzione scientifica libertaria abbia qualche possibilità di tradursi in rivoluzione politica ed economica, può essere utile ricordare non solo che la libertà produce pace e prosperità, ma anche che è bella.

 

NOTE

[1] Smith A., 1795, “History of Astronomy” in Wightman, W.P.D. (a cura di) 1992, Essays on Philosophical Studies (Liberty Fund, Indianapolis), p. 56, traduzione mia.

[2] Vedi Kuhn T. S., 2003 [1957], The Copernican Revolution (Harvard University Press, Harvard), p. 166.

[3] Kuhn T. S., 2003 [1957], The Copernican Revolution (Harvard University Press, Harvard), p. 71, traduzione mia.

[4] Vedi per esempio Hoskin M., 1999, The Cambridge Concise History of Astronomy (Cambridge University Press, Cambridge), in particolare pp. 108-109.

[5] Keplero citato in Caspar M., 1993 [1953], Kepler [Dover Publications, New York], p. 267, traduzione mia.

[6] Vedi Hoskin M., 1999, The Cambridge Concise History of Astronomy (Cambridge University Press, Cambridge), pp. 133-139.

[7] Newton I., “De motu corporum in gyrum”, in Whiteside D. T. (a cura di), 1974, The Mathematical papers of Isaac Newton (Cambridge University Press, Cambridge), Vol. 6, pp. 74-80, traduzione mia.

[8] Vedi Hayek F.A., 1979 [1952], The Counter-Revolution of Science (Liberty Fund, Indianapolis) e Menger C., 1996 [1882], Sul metodo delle scienze sociali (Liberilibri, Macerata).

[9] Hayek 1998, Law, Legislation and Liberty (Routledge, London), Vol. 1, p. 95, traduzione mia.

[10] Vedi Menger C., 2001 [1861], Principi fondamentali di economia [Rubbettino, Soveria Mannelli].

[11] Vedi Hayek F. A., 1945, “The Use of Knowledge in Society”, in The American Economic Review n. 35, pp. 519-530.

[12] Mises L., 2007 [1949], Human Action: A Treatise on Economics (Liberty Fund, Indianapolis), Vol. 3, p. 700, traduzione mia. Più in generale, vedi Mises L., “Economic Calculation in Collectivist Economic Planning”, in Hayek F.A. (a cura di), 1935, Collectivist Economic Planning (Routledge & Keagan Paul, London), pp. 87-130, e Mises L., 2007 [1949], Human Action: A Treatise on Economics (Liberty Fund, Indianapolis), Vol. 1, pp. 200-231 e pp. 698-715.

[13] Leoni B., 2000, La libertà e la legge (Liberilibri, Macerata), p. 102.

[14] Hoskin M., 1999, The Cambridge Concise History of astronomy (Cambridge University Press, Cambridge), p. 29, traduzione mia.

[15] Per un approfondimento di questo punto e del concetto di ordine spontaneo, segnalo il mio articolo Einstein, il socialismo e la relatività dell’intelligenza – http://www.movimentolibertario.com/2014/10/einstein-il-socialismo-e-la-relativita-dellintelligenza/

2 thoughts on “Il ruolo della bellezza nella scienza

  1. andrea July 22, 2016 / 3:57 pm

    ciao, ottimo come sempre grazie. Ieri stavo pensando a una cosa che non c’entra niente. Pensavo alla Sharia islamica come legge superiore alla autorità (mettevo erroneamente insieme le due cose) e mi chiedevo se magari con questo concetto non si finisse paradossalmente quindi per arrivare a una società profondamente illiberale paradossalmente passando dal più libertario dei concetti su cui insisti da tempo (legge sopra l’autorità). In realtà mi sono risposto da solo: in realtà la sharia è la legge del corano applicata nella società. Il corano è stato scritto da maometto o i suoi scrittori 1400 anni fa. Quindi è in realtà una positivissima legge scritta da un uomo lontano da noi non solo nello spazio (arabia) ma anche nel tempo (1400 anni fa). In realtà è un esempio di ineguagliata centralizzazione (spaziale e temporale) , che possiamo vedere quanti danni fa (montanelli addirittura osservando le opere i israele in 30 anni si spinse a dire che non sono gli arabi musulmani a vivere in terre desertiche e desolate, ma sono quelle terre ad essere desertiche e desolate perchè ci abitano gli arabi musulmani, io aggiungo seguaci della sharia). Chissà. saluti. Andrea

    • Catallaxy July 22, 2016 / 5:58 pm

      Grazie a te per questo commento. Condivido la risposta che tu stesso hai dato alla tua domanda. Confesso di non conoscere bene né il Corano né la religione islamica. Tuttavia, per quello che ho letto, il Corano non è un ordine spontaneo ma come dici tu un elenco di regole decise da qualcuno. Inoltre queste non sono regole generali e negative di comportamento individuale che valgono per tutti (p. es. uomini e donne, o privati e stato) allo stesso modo, ma provvedimenti particolari che in diversi casi trattano i soggetti in modo diverso. Per quello che ne so, il Corano è (come la Costituzione italiana) solo la più alta in grado fra le leggi positive, il che chiaramente non l’avvicina minimamente a essere una legge negativa, cioè la regola negativa di giusto comportamento individuale che esiste indipendemente dal volere e dalla decisione di ogni autorità, e quindi che costituisce un limite non arbitrario al suo potere. Graze ancora e un saluto

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