Il “diritto all’ambulanza” e il gioco delle tre carte

GIOVANNI BIRINDELLI (12.1.2014)

(Original publication: Movimento Libertario, qui in versione aggiornata)

Le recenti, tragiche vicende di salute che hanno coinvolto Pierluigi Bersani hanno riportato alla superficie del “mare mediatico” una sua tesi secondo la quale «chi evade le tasse non ha diritto all’ambulanza». Premesso che, nelle limpide parole Leonardo Facco, «nonostante Bersani non abbia mai pagato un euro di tasse in vita sua [1], l’ambulanza l’ha avuta, disattendendo quindi ai suoi proclami elettorali», questa semplice frase di Bersani richiede un paio di considerazioni.

Non ritengo corretto criticare la tesi di una persona che, a causa di problemi di salute, non può ribattere (anche se non avrebbe ribattuto in ogni caso). Tuttavia la tesi di Bersani esprime un’opinione molto diffusa (un sondaggio all’epoca mostrò un indice di approvazione di questa proposta di oltre il 70% [2]), che tra l’altro, in una salsa o in un’altra, viene sostenuta di continuo dai collettivisti; quindi è ai molti che la condividono che questo articolo è rivolto.

1. Il “diritto alla salute” non esiste

La prima considerazione è che è vero che chi evade le tasse non ha diritto all’ambulanza, semplicemente perché il “diritto” all’ambulanza non esiste. In quanto segue non argomenterò perché, secondo me, il “diritto alla salute non esiste”, ma perché esso non esiste secondo Bersani (contrariamente a quello che dice e che pensa). In altre parole, dimostrerò perché il ritenere da parte di Bersani che esista il “diritto alla salute”, sia, nelle parole di Mises, un polilogismo, cioè un ricorso ad argomenti logici opposti e incompatibili fra loro.
Infatti, nei limiti in cui si ritiene (e dò per scontato che Bersani lo ritenga) che lo stupro o il genocidio, per esempio, rimarrebbero azioni illegittime anche nel caso in cui una maggioranza (eventualmente qualificata) riuscisse a far approvare una norma che li legalizzasse (cosa tra l’altro che, grazie al positivismo giuridico adottato dalla nostra costituzione, è del tutto possibile nell’attuale sistema istituzionale, specialmente italiano ma non solo [3]), allora non si può coerentemente ritenere che esista il “diritto” alla salute, né, tantomeno, quello alla vita; mentre si può coerentemente ritenere che tutti (finché non aggrediscono altri) abbiano diritto a non essere aggrediti.

La ragione dipende dall’idea astratta (o filosofica) di legge  che, consapevolmente o meno, viene applicata nei due casi. Se si ritiene che l’illegittimità dello stupro (così come quella del genocidio), rimarrebbe intatta anche se quest’azione fosse permessa o svolta dall’autorità, allora si sta necessariamente adottando un’idea di legge non arbitraria in base alla quale questa è una regola generale di comportamento individuale valida per tutti (stato per primo) allo stesso modo e che in quanto tale è l’origine dell’autorità, non il suo prodotto: nel senso che, nelle parole di Hayek, l’autorità «richiede obbedienza perché (e fino a quando) difende una legge che si presume esistere indipendentemente da essa» [4], non perché essa detiene il monopolio della coercizione.

La Legge intesa in questo modo (cioè come limite al potere, non come suo strumento) può solo essere scoperta, custodita e difesa: essa non può essere “fatta”. Non si può “fare” una Legge più di quanto si possa fare un albero: in questo senso la Legge, essendo il risultato di uno spontaneo processo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo (in altre parole, un ordine spontaneo), non è arbitraria.

Il “diritto alla salute”, invece, è possibile solo se si adotta un’idea di “legge” inversa alla precedente (un’idea di legge positiva o fiat) in base alla quale ciò che costituisce la “legge” è un provvedimento particolare che può avere la funzione di conseguire un particolare obiettivo o situazione desiderati da chi ha il potere di approvare quel provvedimento. La “legge” fiat è inversa alla Legge non solo perché generalmente, come nel caso del “diritto alla salute”, implica la sua violazione (nella forma della violazione del diritto di proprietà di coloro a cui vengono estorte le risorse necessarie per finanziare questo “diritto”), ma più in generale anche perché la Legge, consistendo in una regola generale di comportamento individuale, è valida indipendentemente dagli esiti particolari della sua applicazione, cioè dalle situazioni materiali particolari che la sua applicazione può produrre. Nel caso della “legge” fiat, invece, sono proprio questi obiettivi/situazioni particolari desiderati che, in quanto obiettivo, la giustificano.

La “legge” fiat, consistendo in una decisione dell’autorità, è perfettamente arbitraria: la sua origine sta infatti nella volontà di quest’ultima, non in un processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo che, in quanto tale, è indipendente dalla volontà di chiunque e, in particolare, dell’autorità.

Quindi, chi difende il “diritto alla salute” (ma lo stesso discorso vale anche per chi difende il “diritto alla casa”, il “diritto al lavoro” e, più in generale, tutti i “diritti” a situazioni materiali desiderate) ma allo stesso tempo ritiene illegittimo l’olocausto, per esempio, sta adottando, a seconda dei casi, due idee di legge incompatibili fra loro e opposte, e quindi è necessariamente e intrinsecamente in torto. In altre parole, nei limiti in cui si ritiene legittima la condanna di coloro che legalmente hanno istituito i campi di concentramento nazisti, non si può coerentemente ritenere che esista il “diritto alla salute”: chi lo fa sbaglia perché (spesso inconsapevolmente) sta adottando idee di legge opposte e incompatibili a seconda del caso particolare di suo interesse, come se un astronomo adottasse il modello geocentrico o quello eliocentrico a seconda di quale dei due gli semplifica i calcoli nelle diverse applicazioni particolari.

Le attuali “democrazie” totalitarie (e più in generale gli stati moderni) traggono linfa vitale da questo polilogismo e quindi adottano e foraggiano l’ide di “legge” che lo consente: il positivismo giuridico.

.

2. Il gioco delle tre carte

Una seconda considerazione che può essere fatta sulla tesi espressa da Bersani è che essa esprime un inganno dialettico molto diffuso fra i totalitari, in quanto estremamente efficace: quello di alludere a una forma imperfetta di totalitarismo come argomento per mantenere il totalitarismo perfetto.

Per proseguire il discorso è necessario dare quattro brevi definizioni, la seconda delle quali tuttavia (quella più rilevante per capire il gioco delle tre carte implicito nella tesi di Bersani) richiede un po’ di spazio per essere illustrata.

A) Chiamo totalitarismo perfetto quell’ordine sociale in cui esiste lo stato e in cui il potere di questo, nel suo scopo oltre che nei mezzi per raggiungerlo, è illimitato o, il che è la stessa cosa, è limitato in modo arbitrario. In una situazione di totalitarismo perfetto lo stato può ricorrere alla coercizione (per esempio alle imposte) per finanziare qualunque cosa, per esempio: a) un giudice (qualunque sia l’idea di legge che questo applichi o difenda), b) l’ambulanza, c) un museo.

B) Chiamo totalitarismo imperfetto quell’ordine sociale in cui esiste lo stato e in cui il potere di questo, nel suo scopo [5], è limitato in modo non arbitrario. Ritengo che la distinzione fra totalitarismo perfetto e imperfetto sia fondamentale in quanto, pur essendo entrambe due forme di totalitarismo, esse sono diverse in base a criteri generali e oggettivi. Per capire concretamente la natura del totalitarismo imperfetto, e quindi la sua differenza dal totalitarismo perfetto, può essere utile rispondere alle seguenti tre domande: 

  1. In una situazione di totalitarismo imperfetto lo stato può ricorrere alla coercizione (imposte) per difendere la legge, per esempio per pagare un giudice? Si, ma solo in via residuale [6] e solo nei limiti in cui la legge che quest’ultimo applica o difende è la Legge (la regola generale di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo) e non il provvedimento particolare deciso dall’autorità (la “legge” fiat): come abbiamo visto, infatti, in quanto ordine spontaneo la Legge, al contrario della “legge” fiat, non è arbitraria. Un corollario di questa risposta è che in una situazione di totalitarismo imperfetto lo stato può ricorrere alla coercizione (imposte) per pagare un giudice (o, come vedremo al punto successivo, l’ambulanza) solo nei limiti in cui nel farlo non viola l’uguaglianza davanti alla Legge, la quale è incompatibile con l’uguaglianza davanti alla “legge” fiat e quindi con la disuguaglianza legale che quest’ultima, al contrario della prima, consente (basti pensare alla proporzionalità fiscale e alla progressività fiscale).
  2. In una situazione di totalitarismo imperfetto lo stato può ricorrere alla coercizione (imposte) per andare in soccorso di coloro che si trovano in una situazione di “severa privazione” e cioè che non riescono a soddisfare autonomamente i loro “bisogni di base” e che non ricevono solidarietà (aiuto volontario da altri)? Si (per questo trattasi di totalitarismo), nei limiti in cui questi “bisogni di base” vengono definiti in modo non arbitrario. Il ricorso alla coercizione per aiutare chi si trova in una situazione di “severa privazione” è un’espressione di totalitarismo (seppure imperfetto) in quanto in questo caso lo stato ricorre alla coercizione in funzione di una particolare situazione-obiettivo e non per difendere la Legge, la quale come abbiamo visto è indipendente dalle situazioni particolari che la sua difesa può produrre. È possibile definire i bisogni di base in modo non arbitrario? Forse si: in modo molto impreciso, possiamo tentare di definire un “bisogno di base” come quel bisogno rispetto alla cui soddisfazione è ragionevole assumere, in base al senso comune, che gli individui abbiano le stesse preferenze individuali e lo stesso ordine di priorità (porto un esempio esplicativo in nota [7]). Ai fini del discorso, supponiamo che, in questo o in altro modo, sia possibile definire i “bisogni di base” in modo non arbitrario e che un incidente per cui sia necessaria l’ambulanza rientri fra questi bisogni.
  3. In una situazione di totalitarismo imperfetto lo stato può ricorrere alla coercizione (imposte) per finanziare un museo? No, in quanto, a differenza della Legge e, nelle ipotesi fatte, dei “bisogni di base”, la cultura è un concetto del tutto arbitrario: esso infatti è puramente soggettivo. Per Tizio una tela bianca con un punto nero al centro esposta al museo di arte contemporanea può essere arte, per Caio può essere merde dauteur (merda d’autore). Se la cultura, così come tutti i beni e i servizi che sono soggettivamente ritenuti essere importanti, meritevoli e utili, fosse finanziata dallo stato, si ricadrebbe immediatamente nel caso del totalitarismo perfetto [8], anche perché non c’è limite non arbitrario alla coercizione (imposte) a cui lo stato può ricorrere per finanziare beni e servizi che sono soggettivamente ritenuti importanti, meritevoli o utili, in quanto non c’è limite a questi beni e servizi: e il totalitarismo perfetto è stato definito appunto come quel sistema sociale in cui non c’è limite non arbitrario alla coercizione statale.

C) Chiamo società imperfettamente libera quella in cui esiste lo stato e in cui il potere di questo è limitato, nel suo scopo, alla sola difesa della Legge. In altre parole, la società imperfettamente libera è quella in cui la Legge può essere violata dallo stato (mediante l’imposizione fiscale) solo per la sua difesa. Questa società è imperfettamente libera perché in essa lo stato può violare la Legge (mediante le tasse); è comunque libera perché la violazione della Legge è limitata, nel suo scopo, alla sua stessa difesa e quindi alla difesa dell’uguaglianza davanti a essa. In una società imperfettamente libera, di conseguenza, lo stato può finanziare un giudice (nei limiti in cui difende la Legge e non la “legge” fiat, e quindi l’uguaglianza davanti alla prima), ma non può finanziare il soccorso a coloro che non riescono a soddisfare autonomamente i loro “bisogni di base” (anche se non arbitrariamente definiti) e che allo stesso tempo non ricevono solidarietà (per questo una situazione di libertà, anche se imperfetta, tende a creare le condizioni migliori per la solidarietà, mentre la cosiddetta “solidarietà sociale” le distrugge); né, tantomeno, naturalmente, può finanziare un museo.

D) Chiamo società perfettamente libera quella in cui i) lo stato e le tasse non esistono e la coercizione di alcuni su altri (la quale è limitata alla difesa della Legge intesa come principio) avviene privatamente, per esempio attraverso società private di assicurazione [9]; e ii) tutti (perché hanno i mezzi necessari o perché ricevono solidarietà), nessuno escluso, hanno la possibilità di difendere i propri diritti coerentemente intesi (quest’ultima condizione è quella che a mio parere rende la società perfettamente libera un obiettivo irrealistico verso cui è bene tendere ma sapendo che non potrà mai essere raggiunto).

Riassumo la sostanza di queste quattro definizioni nel seguente schema:

Totalitarismo perfetto (A) Totalitarismo imperfetto (B) Società imperfettamente libera (C) Società perfettamente libera (D)
stato

si

si

si

no

difesa Legge

no*

si**

si***

si****

ambulanza “pubblica”

si

si

no

no

museo “pubblico”

si

no

no

no

(*) Tranne che, accidentalmente, in fortuiti casi particolari.
(**) Tranne che, in via residuale, a) nel caso della difesa della Legge e b) in quello del soccorso a chi non è in grado di provvedere autonomamente a soddisfare i propri bisogni di base non arbitrariamente definiti e non riceve solidarietà.
(***) Tranne che, in via residuale, nel caso della difesa della Legge.
(****) Tranne che per coloro che non hanno i mezzi necessari (p. es. per pagarsi l’assicurazione privata) e che non ricevono solidarietà, cioè aiuto volontario da altri (le condizioni per la massimizzazione del quale sono le migliori possibili in questa situazione).

*   *   *

Ora, la nostra situazione è quella del totalitarismo perfetto (A). Quindi, fra gli infiniti esempi che Bersani avrebbe potuto prendere, ci sarebbe stato per esempio quello del museo («chi evade le tasse non ha diritto ad andare al museo al costo di un gelato»), quello della RAI («chi non paga il canone RAI non ha diritto a vedere la RAI»), quello delle auto blu («chi evade le tasse non può votare politici che vadano in giro con l’auto blu») e così via. Bersani tuttavia ha preso, guarda caso, l’esempio dell’ambulanza («chi non evade le tasse non ha diritto all’ambulanza»), cioè l’unico che poteva prendere che fosse in comune fra il totalitarismo perfetto e quello imperfetto. Perché? Perché voleva difendere e mantenere il primo alludendo a qualcosa che evocasse (ma non fosse) il secondo, il quale, essendo caratterizzato da un potere politico limitato in modo non arbitrario, ha più appeal del primo (in cui il potere politico è illimitato). In altre e più semplici parole, Bersani ha scelto l’esempio dell’ambulanza perché se avesse detto «chi evade le tasse non può votare politici che vanno in giro con l’auto blu» gran parte delle persone gli avrebbe ancora risposto in coro «e chissenefrega, anzi meglio!».

Conclusioni

Il “diritto all’ambulanza” è incompatibile col diritto (cioè con la Legge) e quindi con la libertà. Tuttavia, affermare che «chi evade le tasse non ha diritto all’ambulanza» è un inganno, un efficacissimo gioco delle tre carte. Oltre a promuovere l’idolatria dello stato creando paure assurde in coloro che non hanno familiarità culturale o esperienziale con la libertà (i quali possono essere facilmente indotti a credere che se lo stato non fornisse l’ambulanza allora l’ambulanza non esisterebbe), questo inganno è finalizzato a dare l’idea che uno promuova un’idea di società in cui il potere dello stato è limitato in modo non arbitrario (società che comunque rimane totalitaria in quanto, nei limiti in cui si ritiene che i “bisogni di base” possano essere definiti in modo non arbitrario, in essa il potere dello stato si estenderebbe al di là della difesa della Legge) mentre in realtà sta promuovendo una società perfettamente totalitaria: cioè una società nella quale per esempio c’è la progressività fiscale (la quale sul piano dell’uguaglianza davanti alla Legge non differisce in nulla dalle leggi razziali [10]) e nella quale, se non ci sono campi di concentramento, è una pura e fortunata coincidenza.

Poiché, da un lato, per le ragioni dette, io ritengo che la libertà perfetta sia irrealistica, personalmente sono a favore di una società imperfettamente libera (C). Questa, correttamente intesa, non è una situazione statica ma un processo dinamico che tende sempre di più verso la libertà perfetta, senza mai raggiungerla. Riterrei il totalitarismo imperfetto un passo intermedio accettabile (in quanto in esso l’assenza di discriminazione fiscale e di campi di concentramento, per esempio, non sarebbe una fortunata coincidenza), a condizione che questo passo intermedio fosse il risultato di uno sforzo continuo e massimo possibile di conseguire l’obiettivo minimo (C) e non fosse invece un obiettivo intermedio (come dice William Lloyd Garrison,  «gradualism in theory is perpetuity in practice»).

NOTE

[1] Le “tasse” pagate da chi riceve denaro “pubblico” (cioè estorto con la violenza o la minaccia della violenza ai cittadini, non quindi frutto di un atto individuale di scambio volontario) non sono altro infatti che una partita di giro. Se Beppe, che fa il sarto, vende a Laura un abito per 100 e lo stato gli estorce 80 in tasse (senza contare la tassa dell’inflazione monetaria, e quindi senza contare non solo tassa dell’inflazione dei prezzi ma anche e soprattutto la tassa della crisi economica), il flusso di quegli 80 avviene da Beppe verso lo stato. Tuttavia, se Carlo, che fa il parassita, cioè che vive di denaro “pubblico”, riceve nominalmente 100 ma in realtà 60 in quanto 40 lo stato se li tiene come “tasse”, il flusso di quei 40 è dallo stato allo stato, quindi non esiste. È una partita di giro insomma, o meglio una presa in giro.

[2] http://www.youtube.com/watch?v=lU1qQmVqoxs

[3] «Nello Stato moderno, non c’è nessuna legge così antica o così ‘radicata’ che si trovi al di fuori del potere dell’autorità politica di emendarla o di abolirla; e in ogni Stato europeo moderno esiste una nota e riconosciuta procedura mediante la quale questo può essere fatto» (Oakeshott, M., 2006, Lectures in the History of Political Thought (Imprint Academic, Exeter & Charlottesville), p. 369); «il fatto che i legislatori, almeno in occidente, si astengano ancora dall’interferire in alcuni campi dell’attività individuale – come parlare, scegliere il coniuge, indossare un tipo determinato di abbigliamento, viaggiare – nasconde di solito il crudo fatto che essi hanno effettivamente il potere di interferire in questi ambiti» (Leoni, B., 2000, La libertà e la legge (Liberilibri, Macerata), p. 10).

[4] Hayek, F.A., 1998, Law, Legislation and Liberty (Routledge, London), Vol. 1, p. 95. Purtroppo la visione delle funzioni e delle dimensioni dello stato minimo difesa da Hayek non è perfettamente coerente con questa sua bellissima intuizione.

[5] Non affronto qui il complesso discorso sulla limitazione dei mezzi per raggiungere questo scopo in quanto mi porterebbe fuori tema.

[6] Si veda https://catallaxyinstitute.wordpress.com/2012/10/31/dal-gentiluomo-al-parassita-passando-per-il-delatore-e-per-il-ladro/

[7] Se Tizio, Caio e Sempronia (i quali, assumiamo per ipotesi, non desiderano morire) stessero morendo di sete, di fame e di freddo, è ragionevole assumere (anche se ci sono sempre casi straordinari in cui ciò potrebbe non avvenire), che essi darebbero la stessa priorità a un bicchiere di tè tiepido, a un panino e a un abito che li protegga dal freddo che venissero loro donati: nel senso che, se invece di queste tre cose venisse loro offerta la possibilità di scegliere tre doni fra sei (le prime tre essendo il tè, il panino e l’abito, mentre la quarta essendo un biglietto del museo, la quinta un biglietto del cinema e la sesta un biglietto del teatro), è ragionevole assumere, in base al senso comune, che nessuno dei tre sceglierebbe una delle ultime tre opzioni, in quanto in questo caso dovrebbe o morire di sete, o di fame o di freddo. Mutatis mutandis, è ragionevole assumere, in base al senso comune, che lo stesso potrebbe avvenire nel caso in cui, una volta risolti i loro problemi di sete, fame e freddo, tutti e tre fossero malati di tumore, si fossero rotti un arto in un incidente, ecc. Se definiamo “di base” quel bisogno rispetto alla soddisfazione del quale è ragionevole assumere che non esistano differenze nelle preferenze individuali e nell’ordine di priorità individuale, allora il bisogno di nutrirsi, di bere e di coprirsi è un “bisogno di base”. Tuttavia, se a Tizio, Caio e Sempronia venisse offerta la possibilità di scegliere fra quattro doni invece che tre, allora è ragionevole assumere che la scelta del quarto dono potrebbe essere diversa nei tre casi, a seconda delle loro diverse preferenze individuali: Tizio potrebbe scegliere, come quarto dono, il biglietto per il cinema, Caio quello del teatro e Sempronia quello del museo (assumiamo che la temperatura interna in questi tre luoghi sia la stessa che all’esterno). Secondo la definizione data di “bisogno di base”, il quarto dono non sarebbe quindi un “bisogno di base”.

[8] http://www.lindipendenza.com/lo-stato-che-finanzia-la-cultura-e-per-forza-totalitario/

[9] Si veda per esempio Rothbard M.N., 1973, For a New Liberty (Collier Books, New York) e Rothbard M.N., 1998, The Ethics of Liberty (New York University Press, New York).

[10] http://www.movimentolibertario.com/2014/01/non-ce-differenza-fra-progressivita-fiscale-e-leggi-razziali/

One thought on “Il “diritto all’ambulanza” e il gioco delle tre carte

Comment

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s