La divergenza fra scienza e accademia nel campo delle scienze sociali

GIOVANNI BIRINDELLI, 8.7.2018

(Pubblicazione originale: Catallaxy Institute)

Un professore di economia di non so quale importante università scrive in un post: «Due decenni che ve lo ripeto: la micro e piccola impresa italiana va decimata se si vuole che il paese riparta. Si ritorna a crescere se e solo se le micro e piccole imprese vengono rimpiazzate da medie e grandi: più produttive, efficienti, innovative. E che pagano imposte!»

Questa riflessione, che si commenta abbastanza da sola, può essere uno spunto per discutere una questione più generale sulla quale, anche all’interno del piccolo gruppo di coloro che si riconoscono nella Scuola Austriaca di economia, si hanno opinioni diverse. Si tratta di una questione che, di per sé, ha ben poco interesse, ma che, in un’epoca caratterizzata, almeno in Occidente, dall’affermarsi di una nuova forma di “populismo” (cioè dell’ennesima forma di “rivolta delle masse” contro le élites in quanto tali), potrebbe avere qualche attualità.

La questione può essere posta nel modo seguente: è necessario conoscere la letteratura accademica sulla quale autorevoli professori basano le loro tesi per sostenere che quelle tesi (e le teorie che ne stanno alla base) sono delle castronate?

Per rispondere a questa domanda, occorre preliminarmente distinguere, in relazione all’attuale situazione storica, due casi diversi: da un lato, la situazione delle scienze naturali. Dall’altro, quella delle scienze sociali.

La situazione delle scienze naturali è caratterizzata dal fatto che oggi il mondo scientifico e quello accademico grossomodo coincidono. Da questo fatto ne segue che, in questo campo, l’accademia si occupa di scienza. E che quindi, se qualcuno vuole discutere una tesi accademica in “modo scientifico” (cioè facendo riferimento a una struttura teorica coerente basata su una metodologia adatta all’oggetto di studio) ha le migliori probabilità di successo se lo fa anche, allo stesso tempo, in “modo accademico” (cioè andandosi a studiare la letteratura più autorevole che è stata usata per la formulazione della tesi che vuole discutere). Ha quindi ragione il prof. Carlo Lottieri quando, in un recente articolo, scrive: «Quando “uno vale uno”, l’opinione di un gelataio può valere come quella di un fisico, le convinzioni in materia medica di un genitore che lotta per aiutare il figlio possono essere messe sullo stesso livello delle conoscenze di chi ha dedicato anni di studio al tema nei centri di ricerca più accreditati […] Quando “uno vale uno”, è la civiltà stessa che entra in crisi». Lottieri infatti, nel suo articolo, fa solo esempi relativi al campo delle scienze naturali, in cui appunto scienza e accademia (“i centri di ricerca più accreditati”) generalmente coincidono.

Tuttavia, oggi (e da parecchio tempo), la situazione delle scienze sociali, e in particolar modo quella della scienza economica, è molto diversa. In questo campo, con notevolissime eccezioni, mondo scientifico e mondo accademico non coincidono affatto e anzi in buona parte sono opposti l’uno all’altro. Questa opposizione è stata trattata da Hayek in The Counter-Revolution of Science[1]. In questo bellissimo testo, Hayek in breve sostiene che, nel campo delle scienze sociali, l’accademia generalmente non si occupa di scienza, ma di “scientismo”: in altre parole, tratta particolari questioni scientifiche con una metodologia non adatta a esse e quindi, in questo senso, non scientifica.

A causa di questa situazione, nel campo delle scienze sociali (e in particolare in quello economico e in quello della filosofia della libertà) l’attività scientifica si è sviluppata in buona parte al di fuori delle università. Data questa infelice (ma per altri versi felicissima) situazione, se qualcuno oggi volesse discutere un’autorevole tesi accademica in “modo scientifico”, non è affatto necessario che egli lo faccia anche, allo stesso tempo, in “modo accademico”. Anzi, a meno che lo studio della letteratura accademica a sostegno della tesi che vuole discutere contribuisca alla sua utilità individuale, tale studio potrebbe essere una perdita di tempo che non migliora affatto le probabilità di riuscita. Nel caso delle scienze sociali, come dicevamo, mondo scientifico e mondo accademico generalmente non coincidono: si occupano di cose interamente diverse.

Nel caso specifico del post citato in apertura, per esempio, basta fare un paio di ragionamenti aprioristici (oggi accessibili quasi a chiunque) sull’uso della conoscenza nella società (per citare il titolo del famoso articolo di Hayek [2]) e sulla soggettività del valore per capire che la tesi che vi è sostenuta è una castronata economica totale. E basta fare un altro paio di ragionamenti aprioristici (oggi ugualmente accessibili quasi a chiunque) sull’idea astratta di legge (e sulla relativa idea astratta di uguaglianza davanti alla legge) che è necessario adottare perché qualcuno abbia il potere coercitivo (p. es. attraverso la leva fiscale) necessario per “decimare la micro e piccola impresa” in funzione di una situazione-obiettivo auspicata da un particolare ‘economista’, per capire le implicazioni totalitarie di quella tesi. Tuttavia, anche senza fare questi semplici ragionamenti astratti, per capire la validità economica della tesi sintetizzata nel post basta osservare il fatto banale che grandi colossi come Apple, Microsoft e Amazon sono nati nei garages di casa (e sarebbe interessante chiedere ai fondatori se essi ritengono che le loro -inizialmente micro- aziende in Italia avrebbero potuto svilupparsi fino a diventare i colossi che sono oggi oppure sarebbero state “decimate” sul nascere dalla crescente pressione coercitiva, e in primo luogo fiscale, esercitata sulle persone e sulle imprese che vivono nel territorio occupato dallo stato italiano).

Per demolire scientificamente la tesi riassunta nel post citato in apertura, insomma, non c’è bisogno di perdere tempo a studiare i dati statistici e la letteratura che ne stanno alla base. In altre parole, non c’è bisogno di farlo in “modo accademico”: basta leggere quelle poche righe per capire che le teorie e la metodologia (ma più in generale la struttura di pensiero) che lo hanno prodotto non sono scientifiche.

Più in generale, se è vero (per le ragioni dette) che nelle scienze naturali “uno non vale uno”, nel campo delle scienze sociali la situazione mi sembra più complessa: in parte perché le scienze sociali, a differenza di quelle naturali, si occupano dell’individuo (la scienza economica, per esempio, si occupa dell’azione umana; e a volte capita che ne sappia più di scienza economica un contadino col proprio intuito, esperienza, tradizioni e buon senso che un autorevole professore di economia di un’importante università); in parte perché la scienza sociale è stata salvata dalla sistematica azione distruttiva da parte dell’accademia grazie al mondo imprenditoriale (in cui “uno vale uno”): basti pensare ai grandi filosofi libertari e ai grandi economisti della Scuola Austriaca che hanno sviluppato il loro lavoro in molti casi al di fuori di (e a volte addirittura contro) le università; ai centri di ricerca e divulgazione come il Mises Institite e perfino a piccolissime realtà imprenditoriali come Tramedoro che hanno l’obiettivo di rendere accessibili a un pubblico più ampio possibile i testi delle scienze sociali (sia scientifici che scientisti). Basti pensare, soprattutto (anche se non è un progetto imprenditoriale in senso stretto), a bitcoin, il libero mercato 2.0 nel settore del denaro (2.0 perché non censurabile: quindi non aggredibile –p. es. regolamentabile- dalla macchina coercitiva statale): libero mercato nel settore del denaro che quasi tutta l’accademia economica, compatta, riteneva irrilevante al punto da non mettere mai nemmeno in discussione il monopolio legale del denaro da parte dello stato/banche centrali e con cui oggi invece si deve misurare.

Naturalmente, con questo non intendo esprimere una tesi “populista”, cioè avversare le élites in quanto tali. Al contrario. Il processo di mercato è elitario per sua natura (e se serve un esempio basta osservare bitcoin, che è uno dei casi in cui il mercato si esprime in forma più pura). Tuttavia, nel campo delle scienze sociali, considero far parte delle élites una persona perché ottiene importanti risultati scientifici, per esempio, e non perché essa insegna in università importanti. Data la non convergenza, in questo campo, fra scienza e accademia, il secondo fatto non implica necessariamente il primo (anzi).

Un’ipotetica convergenza, nel campo delle scienze sociali, fra mondo scientifico e mondo accademico non sarebbe un male, naturalmente. Tuttavia, questa convergenza, se mai dovesse cominciare a formarsi, dovrebbe necessariamente essere dell’accademia verso la scienza e non della scienza verso l’accademia. In altre parole, dovrebbe essere l’accademia a iniziare a occuparsi di scienza sociale (a questo punto in concorrenza con chi nel frattempo ha trovato altre strade per farlo) e non la scienza sociale a rinunciare a sé stessa (diventare scientismo) per entrare in accademia.

Non credo che vedremo questa convergenza. Tuttavia stiamo osservando il successo di bitcoin, e quindi della scienza economica che questo esperimento racchiude al proprio interno: nel motivo per cui bitcoin è stato inventato.

 

NOTE

[1] Hayek F.A., 1979 [1952], The Counter-Revolution of Science (Liberty Fund, Indianapolis).

[2] Hayek F.A., “The Use of Knowledge in Society”, American Economic Review, XXXV, No. 4, Sett. 1945, pp. 519–30

Comment

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.