Indipendenza, denaro e credito

GIOVANNI BIRINDELLI, 16.12.2016

(Pubblicazione originale: Switzerland Institute in Venice, Quaderno n. 9)

 

  1. Introduzione
  2. Sistema monetario e del credito: tre concetti base
    • Il tasso d’interesse
    • Il denaro
    • La differenza fra deposito e prestito
  3. Il libero mercato nel settore del denaro e del credito
    • Cenni generali
    • Maggiore crescita da abbassamento delle preferenze temporali
  4. L’espansione artificiale del denaro e del credito
    • Come avviene
      • Riserva frazionaria
      • Banca centrale
      • Riduzione della domanda di contante
    • Gli effetti: il ciclo economico
  5. Scienza economica, metodologia ed “esilio”
  6. L’ambiente giuridico del libero mercato
    • La conservazione nel tempo del libero mercato
    • Il problema strategico della transizione
  7. Conclusioni: autodeterminazione, denaro e credito
  8. Bibliografia
  9. L’autore
  10. L’Istituto

 

1. Introduzione

L’indipendenza di un territorio da uno stato è sempre e comunque di per sé un fatto positivo per diverse ragioni: maggiore concorrenza fiscale e regolamentativa (quindi maggiore possibilità di “votare con i piedi”), minore dimensione della macchina coercitiva statale, maggiore controllo da parte delle persone sull’attività di chi le governa, ecc. Tuttavia, se consideriamo il caso di un paese in piena decadenza economica e anche sociale come l’Italia contemporanea, l’indipendenza di un suo territorio (poniamo quella del Veneto) è anche, almeno in teoria, una rara occasione per affrontare in quest’ultimo quei problemi strutturali che hanno prodotto la decadenza del primo e che non possono logicamente essere affrontati dalla stessa struttura istituzionale che è espressione di quei problemi.

Questa occasione viene parzialmente sprecata quando, nel passaggio che porta all’indipendenza, i problemi strutturali che hanno prodotto la decadenza del paese non vengono affrontati (e quindi rimangono intatti nel territorio divenuto indipendente) oppure quando essi vengono affrontati in modo sbagliato (cioè in base a teorie sociali, in particolare del diritto ed economiche, incoerenti al loro interno e le une con le altre).

In questo articolo mi concentrerò su uno particolare di questi problemi strutturali: l’assenza di libero mercato nel settore del denaro e del credito.

L’articolo è diviso in cinque sezioni.

Nella prima sezione discuterò tre concetti fondamentali: il tasso d’interesse, il denaro e la distinzione fra deposito e prestito. La discussione preliminare di questi tre concetti renderà più agevole lo svolgimento delle sezioni successive.

Nella seconda sezione cercherò di riassumere le ragioni di fondo per cui il libero mercato nel settore del denaro e del credito crea le condizioni necessarie alla prosperità sostenibile.

Nella terza sezione tenterò di chiarire perché l’interventismo dello stato nel settore del denaro e del credito (o quello dei soggetti a cui quest’ultimo ha concesso determinati privilegi) è, fra tutte, la forma più devastante di interventismo e la causa diretta di crisi sistemiche cicliche.

Nella quarta sezione discuterò alcuni aspetti relativi alla metodologia della scienza economica.

Nella quinta e ultima sezione farò brevissimi cenni alle ragioni per cui scegliere il libero mercato non basta a creare le condizioni necessarie per mantenerlo nel tempo. Queste condizioni richiedono sistemi sociali basati su un’idea filosofica di legge opposta a quella adottata dai sistemi sociali attuali.

Nelle conclusioni, alla luce delle considerazioni svolte sopra, spiegherò perché il principio di autodeterminazione è inscindibile da quello di non aggressione (di cui è espressione) e dal libero mercato.

 

2. Sistema monetario e del credito: tre concetti base

Per capire come funzionano i diversi sistemi monetari e creditizi è necessario chiarire preliminarmente il significato di tre concetti fondamentali: il tasso d’interesse, il denaro e la differenza fra deposito e prestito.

 

2.1 Il tasso d’interesse

Il tasso d’interesse di mercato ha tre componenti principali:

  1. quella relativa alle preferenze temporali, cioè all’importanza che le singole persone danno al tempo presente in relazione al tempo futuro,
  2. quella relativa al rischio (a parità di altre condizioni, maggiore è il rischio maggiore è il tasso d’interesse) e
  3. quella relativa alle aspettative di perdita del potere d’acquisto del denaro (a parità di altre condizioni, maggiori sono queste aspettative maggiore è il tasso d’interesse).

Fra queste tre componenti, quella fondamentale (chiamata anche pura) è la prima[1]. Ai fini di questo articolo, è sufficiente prendere in considerazione solo questa.

Immaginiamo due territori separati (A e B) in cui vivono due comunità. Supponiamo che la maggior parte degli abitanti del primo territorio preferisca la gallina oggi piuttosto che l’uovo domani e che la maggior parte degli abitanti del secondo territorio, al contrario, preferisca l’uovo domani rispetto alla gallina oggi. Questa è una metafora per dire che supponiamo che in A e B prevalgano preferenze temporali diverse: in A prevale la preferenza per il tempo presente (e cioè per il consumo) rispetto a quella per il tempo futuro (e cioè per il risparmio); in B l’inverso. In gergo economico si dice che in A prevalgono preferenze temporali alte e che in B prevalgono preferenze temporali basse (o, più precisamente, che in A prevalgono preferenze temporali più alte che in B, e viceversa).

Il risultato di questa differenza fra le preferenze temporali degli abitanti dei due territori sarà dunque che nel primo (A) si consumerà relativamente tanto e quindi si risparmierà relativamente poco (e che nel secondo territorio, B, si avrà l’inverso: si consumerà relativamente poco e si risparmierà relativamente tanto). Le risorse disponibili per gli investimenti saranno quindi maggiori in B (dove si risparmia di più) che in A (dove si risparmia di meno). Il tasso d’interesse è il prezzo per aggiudicarsi queste risorse. Essendo determinato dalle preferenze temporali delle persone, esso è anche definito “il prezzo del tempo”. Il tasso d’interesse sarà quindi più alto in A (dove le risorse disponibili per gli investimenti sono più scarse) che in B (dove le risorse disponibili per gli investimenti sono più abbondanti).

Più avanti vedremo sommariamente quali sono le implicazioni che il livello del tasso d’interesse, ma soprattutto la manipolazione o meno di quest’ultimo da parte delle autorità monetarie (e quindi l’esistenza stessa di queste ultime), hanno sulle possibilità di crescita economica, sia in termini quantitativi che qualitativi.

 

2.2 Il denaro

Il secondo concetto fondamentale che è necessario chiarire per comprendere la natura dei diversi sistemi monetari e creditizi è quello di denaro. Oggi siamo abituati a vedere il denaro come qualcosa che è il prodotto dell’autorità e che quest’ultima può creare, distruggere o modificare a piacimento. (Siamo abituati a vedere la legge allo stesso modo e, come vedremo più avanti, questo non è un caso).

Tuttavia, per millenni (e in Europa fino al 1914) il denaro è stato (con alterne vicissitudini storiche) il prodotto del libero mercato, non della volontà di un’autorità.

Da qui in avanti userò il termine “denaro” per riferirmi al mezzo di scambio selezionato dal processo di mercato. Viceversa, userò il termine “denaro fiat” per riferirmi al mezzo di scambio imposto coercitivamente e arbitrariamente dall’autorità[2].

L’affascinante storia del denaro esula dagli obiettivi di questo articolo. Tuttavia, quello che qui è necessario ricordare brevemente è la dinamica che ha portato all’emergere del denaro.

Prima del denaro c’era il baratto. Se A, che dalle sue mucche mungeva latte, desiderava delle pere, doveva trovare qualcuno (B) che 1) avesse pere fresche da vendere e 2) volesse scambiarle con latte fresco. A causa di queste due condizioni, che dovevano verificarsi contemporaneamente nello stesso posto, era molto difficile per A ottenere pere (e per B ottenere latte). Nel tempo si osservò che c’erano dei beni, cioè delle merci, che molti volevano (poniamo la lana). La disponibilità di queste merci consentiva quindi a una persona di risolvere il problema della doppia coincidenza di desideri di cui sopra. Lo scambio diventava in questo modo enormemente più facile. Queste merci diventarono così mezzo di scambio, denaro. Il denaro quindi è sempre stato una merce. In particolare, esso è sempre stato la merce più commerciabile: quella spontaneamente selezionata dal mercato come tale[3].

Allo stesso modo in cui oggi il processo di mercato seleziona i migliori smart-phones in base a determinate caratteristiche, esso nel tempo ha selezionato il denaro migliore in base ad alcune particolari caratteristiche delle diverse merci. Fra queste caratteristiche sono incluse in primo luogo la scarsità (tranne che sott’acqua o in luoghi estremamente inquinati, oggi l’aria non potrebbe essere utilizzata come denaro a causa del fatto che è abbondante, cioè che chiunque può averla gratis); la non deperibilità (dato che marciscono, le pere non possono svolgere la funzione di mezzo di scambio); la divisibilità (per quanto il bestiame abbia storicamente svolto la funzione di denaro, esso ha smesso di svolgerla fra le altre ragioni perché una mucca non può essere divisa in due mucche più piccole: in quanto più adatti allo scambio, i beni divisibili hanno quindi soppiantato il bestiame come mezzo di pagamento); la trasportabilità, e altre ancora.

Fino alla (relativamente recente) decisione arbitraria di qualche governo, le merci che negli ultimi millenni sono state spontaneamente selezionate dal processo di mercato per svolgere la funzione del denaro sono l’oro e, in misura minore, l’argento.

Quando una merce viene richiesta non solo per la sua capacità di soddisfare direttamente i bisogni di chi la richiede ma anche per essere usata come mezzo di scambio, la sua domanda di mercato cresce. Al crescere della sua domanda di mercato, a parità di altre condizioni, cresce anche il suo prezzo e quindi, nel caso del denaro, il suo potere d’acquisto: il suo valore di scambio rispetto alle altre merci. Lo stesso avviene per esempio quando la domanda di denaro aumenta in seguito all’aumento della popolazione o della prosperità economica: ferma rimanendo la sua quantità, il suo potere d’acquisto aumenta.

La variabilità del potere d’acquisto del denaro è ciò che fa sì che qualsiasi quantità fissa di denaro, purché sufficientemente divisibile, sia ottimale in un’economia. Come riassume Murray Rothbard, «In accordo coi ricardiani e con Ludwig von Mises[4], possiamo affermare che qualunque quantità di moneta risulti egualmente ottimale. In breve, non ha importanza quale sia l’offerta monetaria: qualsivoglia quantità M è adeguata a svolgere la propria funzione di scambio. […] Il problema della giusta quantità di moneta [che occupa le banche centrali e la stragrande maggioranza degli economisti, n.d.r.] non è affatto un problema»[5]. Come vedremo, il problema in effetti è, al contrario, la variazione arbitraria della quantità di denaro presente in un sistema economico. È questa variazione arbitraria che, violando la caratteristica essenziale della scarsità, impedisce il processo di mercato nel settore del denaro e quindi, come vedremo, a quest’ultimo di contribuire alla crescita economica sostenibile.

L’oro oggi non è denaro semplicemente perché i governi hanno deciso di impedirne con la forza l’uso come denaro. E lo hanno deciso per diversi motivi legati all’esigenza della machina coercitiva statale di espandere continuamente le sue dimensioni e funzioni. L’introduzione del denaro fiat e il monopolio legale dello stesso da parte della macchina coercitiva statale o dei soggetti a cui questa ha concesso particolari privilegi (quindi l’illegalità dell’uso dell’oro come denaro) hanno distrutto, con un tratto di penna, il libero mercato nel settore del denaro.

Questa nuova situazione ha quindi di fatto spontaneamente aggiunto alcune caratteristiche a quelle che tradizionalmente il processo di mercato aveva selezionato per l’adozione di una merce come denaro (scarsità, non-deperibilità, divisibilità, trasportabilità, ecc.). Queste due nuove caratteristiche sono in particolare l’anonimità e soprattutto la non aggredibilità da parte di quell’organizzazione (oggi a tutti gli effetti considerata come una divinità[6]) che per sua natura è portata a ricorrere alla violenza per impedire il processo di mercato: lo stato moderno. Senza queste due caratteristiche, dato che il denaro è stato reso illegale dalla macchina coercitiva statale, esso oggi non potrebbe riemergere.

Fino a poco meno di dieci anni fa, una merce con queste caratteristiche non esisteva. Di conseguenza, a forza di decreti coercitivi da parte delle autorità, il denaro, per la prima volta nella sua storia di diverse migliaia di anni, è progressivamente uscito di scena per un periodo relativamente breve (circa cento anni) per essere rimpiazzato dal denaro fiat. Non è un caso che si è trattato del periodo (il ‘900) di gran lunga più sanguinoso della storia dell’umanità. Non potendo essere stampato, infatti, il denaro, a differenza del denaro fiat, costituisce un limite alla possibilità di finanziare le guerre mediante inflazione (che, dal punto di vista dei governanti, rispetto all’imposizione fiscale esplicita ha il vantaggio, specie nei regimi democratici, di non comportare per loro una perdita di consenso politico[7]). Come ricorda Gary North, «per finanziare le guerre i governi avevano necessità di inflazionare la massa monetaria. Lo standard aureo glielo impediva, così i politici e i banchieri centrali [in Europa nel 1914, n.d.r.] lo impedirono per decreto»[8].

Dal 2009 è stata trovata una merce[9] (in particolare, un titolo digitale) avente, oltre alle altre, le due nuove caratteristiche di cui sopra: Bitcoin. Bitcoin è una crittovaluta non inflazionabile (di Bitcoin ne possono essere estratti, o “minati”, solo 21 milioni), anonima e non aggredibile da parte della macchina coercitiva statale. È la prima (e secondo alcuni l’unica) applicazione economicamente sostenibile dello schema blockchain[10]. La blockchain è un registro distribuito che, unendo quella che in gergo informatico si chiama “Proof of Work” (che può essere grossolanamente definita come un problema matematico che è computazionalmente difficile da risolvere ma facile da verificare[11]), titoli digitali (merci digitali) e politica monetaria (p. es. impossibilità di aumento arbitrario della quantità di questi titoli, o impossibilità di aumento tout court come avviene nel caso di Bitcoin), rende le cosiddette “crittovalute” non aggredibili da parte della macchina coercitiva statale. Grazie a Bitcoin, e in particolare alla sua anonimità e non aggredibilità dovuta allo schema della blockchain, il processo di mercato nel settore del denaro ha quindi ripreso a funzionare.

Per diverse ragioni, il valore di Bitcoin in termini delle altre valute è ancora volatile nel breve periodo e tende ad aumentare molto nel medio-lungo periodo (in Occidente, esso infatti è passato da $ 0,08 per 1 Bitcoin nel luglio del 2010 a $ 780 per 1 Bitcoin nel momento in cui scrivo). Questa volatilità viene spesso vista come un limite di Bitcoin in quanto è ciò che gli impedisce svolgere la funzione di numerario che normalmente svolge una moneta matura. Dal mio punto di vista (ma non sono un esperto di Bitcoin), questo limite è molto relativo. Bitcoin infatti è nato in antitesi al denaro fiat con l’obiettivo di affiancarsi a esso, non di sostituirlo. Quindi il fatto che la funzione di numerario continui per il momento a essere svolta dal denaro fiat non impedisce l’uso di Bitcoin come denaro e forse era addirittura previsto. Essendo nato in un ambiente in cui il denaro fiat funge da numerario, Bitcoin si è spontaneamente adattato a questo ambiente e anzi è stato progettato per adattarvisi, per sfruttarne tutte le caratteristiche che poteva sfruttare a proprio favore.

D’altro canto, la volatilità di Bitcoin e il suo aumento di valore di medio-lungo periodo in relazione alle altre valute sono espressioni di un suo grande vantaggio: quello appunto di essere una moneta che, in quanto non-fiat, è svincolata dalle altre monete fiat. Grazie a questa sua caratteristica, oggi Bitcoin costituisce l’unica via di fuga che le persone hanno dalla continua perdita del potere d’acquisto del denaro fiat prodotta dall’inflazione (cioè dall’aumento della quantità di denaro). In altre parole, grazie a quella che Andreas Antonopoulos chiama la sua «neutralità»[12], Bitcoin è l’unica arma che le persone oggi hanno per difendersi dall’aggressione monetaria portata avanti dalla macchina coercitiva statale e dal sistema bancario anti-capitalista (quello cioè basato sull’espansione artificiale del denaro e del credito – vedi oltre).

Quest’arma è particolarmente preziosa per le persone economicamente più svantaggiate. Non è un caso infatti che, nel momento in cui scrivo, mentre in Occidente un Bitcoin è scambiato per $780, in India, dove pochi giorni fa il governo in 24 ore ha ritirato e poi annullato le banconote di maggior taglio (divenute dalla sera alla mattina semplici pezzi di carta)[13], le banche sono prese d’assalto e un Bitcoin è scambiato a oltre 1.000 dollari. In Venezuela, il potere d’acquisto del denaro fiat è diminuito talmente tanto a seguito dell’inflazione monetaria che Bitcoin è diventato per molti l’unico modo per sopravvivere[14]. Vale la pena notare che, anche se per adesso su scala minore rispetto a quanto avviene in paesi come l’India e da pochi giorni anche il Venezuela[15], la limitazione all’uso del contante e la perdita di potere d’acquisto del denaro a seguito di inflazione monetaria sono politiche che oggi vengono sistematicamente adottate anche in Occidente.

Se chi controlla lo stato moderno non avesse impedito il processo di mercato nel settore del denaro, Bitcoin non avrebbe avuto ragione di essere inventato, nel senso che le due caratteristiche aggiuntive di una merce per essere denaro non avrebbero avuto ragione di esistere.

 

2.3 La differenza fra deposito e prestito

Per quanto banale e auto-evidente, la distinzione fra deposito e prestito è stata da molto tempo accuratamente messa da parte nel settore del denaro e del credito, e continua a esserlo. Essa è fondamentale per capire una delle cause primarie dell’inflazione, cioè dell’aumento della quantità di denaro nel sistema economico (che, come vedremo nella sezione successiva, è a sua volta la causa primaria delle crisi economiche cicliche).

Il prestito implica una perdita di disponibilità del bene prestato. Che i beni prestati siano “distinguibili” (p. es. una bicicletta) o “indistinguibili” (p. es. petrolio o denaro) non cambia alcunché tranne il fatto che, nel primo caso, ciò che verrà restituito sarà lo stesso oggetto fisico che è stato prestato mentre, nel secondo caso, ciò che verrà restituito sarà (tasso d’interesse a parte) un bene equivalente in tipologia, quantità e qualità a quello prestato.

Il deposito, viceversa, implica il mantenimento della disponibilità del bene depositato. Anche nel caso del deposito, che i beni depositati siano “distinguibili” o “indistinguibili” non cambia alcunché tranne il fatto che, nel primo caso, ciò che (a fronte del pagamento del prezzo del servizio di custodia) potrà essere ritirato in ogni momento è lo stesso oggetto fisico che è stato depositato mentre, nel secondo caso, ciò che potrà essere ritirato in ogni momento è un bene equivalente in tipologia, quantità e qualità a quello depositato[16].

Sebbene la distinzione fra prestito e deposito sia ovvia ed evidente, il moderno sistema bancario è basato sulla rimozione di questa distinzione. Le banche commerciali, infatti, oggi (e da parecchio tempo) operano in base a un sistema chiamato “riserva frazionaria”. A fronte del denaro depositato dai loro clienti (e quindi del quale essi hanno la piena disponibilità), le banche commerciali mantengono solo una frazione come riserva (il coefficiente di riserva obbligatoria stabilito per “legge” oggi è l’1%). Il resto esse lo possono prestare ad altri (per esempio alla macchina coercitiva statale acquistando titoli del debito pubblico). Prestando o investendo il denaro che è stato depositato presso di loro (e non loro prestato), le banche commerciali:

  1. commettono legalmente il crimine dell’appropriazione indebita[17];
  2. creano denaro dal nulla (sezione 4.1);
  3. contribuiscono, insieme alla banca centrale, a produrre crisi cicliche (sezione 4.2).

Il sistema “stato-banche” ha sollevato parecchia polvere attorno alla distinzione fra deposito bancario e prestito perché questa rimanesse oscura a molti. Sono per esempio stati introdotti tassi d’interesse contra naturam[18] sui depositi bancari (tassi d’interesse che tra l’altro oggi sembra si stiano avviando a diventare negativi[19]); la proprietà del denaro depositato è stata trasferita alle banche, creando in questo modo una situazione assurda dove sia la banca che il correntista hanno piena disponibilità sugli stessi fondi (sono ancora pochissime le persone che sono a conoscenza del fatto che l’articolo 1834 del Codice Civile stabilisce che «Nei depositi di una somma di denaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà». Gran parte delle persone pensa che il denaro sul loro conto corrente sia di loro proprietà, o comunque agisce come se lo fosse); ecc. Grazie al perdurare della confusione fra deposito e prestito, le banche possono continuare a creare denaro dal nulla (vedi oltre); e la macchina coercitiva statale, che ha loro concesso il privilegio di creare denaro dal nulla in cambio, fra le altre cose, del sostanzioso acquisto da parte di esse di buona parte dei titoli del debito “pubblico”, può continuare a espandersi.

Vedremo oltre quali sono le necessarie conseguenze economiche della confusione fra deposito e prestito che, nel caso dei depositi bancari, questa polvere contribuisce a mantenere nascosta ai più.

 

3. Il libero mercato nel settore del denaro e del credito

Una volta chiariti preliminarmente i concetti fondamentali di tasso d’interesse, denaro, deposito e prestito, è possibile descrivere con maggiore agilità da una parte la dinamica e gli effetti del libero mercato nel settore del denaro e del credito (che è un aspetto particolare del libero mercato) e, dall’altra, quelli della sua assenza.

 

3.1 Cenni generali

Dove c’è il libero mercato nel settore del denaro e del credito, il tasso d’interesse è quello di mercato (vedi sezione 2.1). Poiché nel tasso d’interesse di mercato confluiscono le preferenze temporali di tutti gli attori economici (sia nella loro veste di consumatori/risparmiatori, sia in quella di produttori), esso svolge la funzione essenziale di coordinatore fra risparmi e investimenti. In altre parole, il tasso d’interesse di mercato è ciò che, mettendo in armonia risparmi e investimenti, rende il processo economico sostenibile nel tempo.

Ora, premesso che la crescita economica strutturale può essere definita come un aumento della capacità produttiva che sia economicamente sostenibile nel tempo, il fatto che il processo economico produca crescita strutturale o meno (ed eventualmente quanta e di quale tipo) dipende in modo fondamentale dal fatto che ci siano investimenti netti, cioè che ci siano investimenti maggiori rispetto a quelli necessari a mantenere il valore di mercato (non la quantità) della capacità produttiva esistente, cioè del capitale esistente. In condizioni di libero mercato del denaro e del credito (e quindi in assenza di manipolazione arbitraria e centralizzata della quantità di questi ultimi da parte di qualche autorità), gli investimenti possono venire solo dai risparmi. Quindi maggiori sono i risparmi, maggiori saranno le possibilità di crescita strutturale.

La relazione fra risparmi e crescita strutturale, tuttavia, non è solo quantitativa ma anche e soprattutto qualitativa. Maggiori sono i risparmi (quindi più bassa è la preferenza temporale), maggiori saranno le risorse disponibili per gli investimenti. A parità di altre condizioni, maggiori sono le risorse disponibili per gli investimenti, minore sarà il prezzo per aggiudicarsi queste risorse: il tasso d’interesse di mercato. Minore è il tasso d’interesse di mercato, maggiori saranno le possibilità di investimento e più lungo sarà l’orizzonte temporale di queste possibilità. Questo si traduce in una struttura produttiva più complessa e più lunga (con più passaggi intermedi compresi fra lo stadio iniziale delle materie prime e quello finale del consumo). Più lunga e complessa è una struttura produttiva,

  1. minore sarà la rilevanza quantitativa del suo ultimo stadio (quello del consumo) in relazione a quella degli stadi intermedi;
  2. più sofisticati (e quindi di maggior valore) saranno i prodotti di consumo.

Quindi, riassumendo con un esempio, un’economia in cui prevalgono alte preferenze temporali (e quindi alti consumi, cioè bassi risparmi), sarà un’economia in cui non sarà possibile la produzione di automobili sofisticate, per esempio, ma in cui invece abbonderanno negozi con prodotti tipici e cibi di qualità. Viceversa, un’economia in cui prevalgono basse preferenze temporali (e quindi alti risparmi, bassi consumi), sarà un’economia più ricca e sviluppata, in cui sarà possibile la produzione di automobili sofisticate (per esempio con motori non inquinanti) e dove le persone avranno maggiore facilità a comprare i cibi di qualità prodotti dalla prima economia, quella in cui si consuma di più.

Nel limite in cui ci sono investimenti netti, entrambe le economie cresceranno (la seconda più della prima e producendo beni e servizi più avanzati). Nel limite in cui gli investimenti derivano dai risparmi, e quindi fintanto che il tasso d’interesse sarà quello di mercato (in altri termini: fintanto che al tasso d’interesse sarà consentito di svolgere la sua funzione di coordinatore fra risparmi e investimenti), entrambe le economie cresceranno in modo sostenibile nel tempo.

I problemi emergono, come vedremo oltre, quando viene abbandonata la strada del libero mercato nel settore del denaro e del credito.

 

3.2 Maggiore crescita da abbassamento delle preferenze temporali

Per avere (in futuro) crescita economica strutturale maggiore di quella che si osserva in un determinato momento, è necessario che i risparmi aumentino, cioè che le preferenze temporali delle persone si abbassino. In questa sezione vedremo nel dettaglio perché questa maggiore crescita strutturale derivante da un abbassamento delle preferenze temporali è economicamente sostenibile nel tempo. Questo ci tornerà utile più tardi quando dovremo capire perché, al contrario, ogni tentativo di creare maggiore crescita attraverso l’espansione artificiale del denaro e del credito da parte del sistema bancario è necessariamente destinato a produrre crisi cicliche e depressione, quindi è sempre economicamente insostenibile nel tempo.

Un abbassamento delle preferenze temporali (cioè un aumento dei risparmi) produce, come abbiamo visto, una riduzione del tasso d’interesse di mercato (e questo, a sua volta, produce un aumento del valore attuale dei beni capitali: aumentano i prezzi di borsa). Poiché un aumento dei risparmi è una diminuzione dei consumi (cioè della domanda di beni di consumo), esso produce anche una diminuzione del prezzo di questi beni. Diminuendo il prezzo dei beni di consumo, diventa meno profittevole per le imprese investire nella produzione di questi beni e più profittevole investire nella produzione di beni capitali, cioè di quei beni che vengono prodotti negli stadi della struttura produttiva antecedenti quello del consumo e la cui domanda e prezzo sono aumentati a seguito della diminuzione del tasso d’interesse. Si ha quindi un trasferimento di risorse economiche (inclusa la forza lavoro) dagli stadi della struttura produttiva più vicini al consumo a quelli più lontani dal consumo.

Un punto cruciale è che l’aumento della domanda di forza lavoro nei settori più lontani da quello finale del consumo non comporta un aumento dei salari nominali: infatti questa maggiore domanda di forza lavoro nei settori più lontani da quello finale del consumo è compensata dalla minore domanda di forza lavoro negli stadi del processo produttivo più vicini a quello del consumo. Questo tuttavia non significa affatto che la posizione economica di chi riceve salari rimanga immutata. Una diminuzione dei prezzi dei beni di consumo, infatti, implica di per sé un aumento dei salari in termini reali: con la stessa quantità di denaro di prima adesso i percettori di salari possono acquistare più cose.

Alla fine del processo, quindi, la struttura produttiva si è allungata ed è diventata più complessa; i consumi sono diminuiti in termini relativi (cioè in relazione alla quantità degli altri beni e servizi scambiati negli stadi del processo produttivo antecedenti quello finale del consumo) ma grazie alla struttura produttiva più lunga e complessa possono adesso rivolgersi a beni di maggior valore, i quali sono ora accessibili perché i redditi in termini reali sono aumentati. Il processo, qui descritto per sommi capi, è virtuoso e sostenibile.

 

4. L’espansione artificiale del denaro e del credito

L’esatto opposto si verifica quando si vuole produrre crescita economica mediante espansione artificiale del denaro e del credito. Lo scopo di questa sezione è quello di tentare di riassumere come avviene questa espansione, quali sono i suoi risultati e perché essi, sebbene possano essere rinviati a costi sempre maggiori, sono inevitabili.

Capire come avvenga l’espansione artificiale del denaro e del credito da parte del sistema bancario (con l’aiuto della macchina coercitiva statale) non è strettamente necessario per capire le sue conseguenze. Queste ultime, e quindi il resto dell’articolo, possono essere comprese anche saltando a piè pari il prossimo punto (4.1), che tra l’altro è leggermente più “tecnico” e quindi per qualcuno potrebbe essere più tedioso (i passaggi più ostici li ho tuttavia descritti nelle note, di modo che per chi volesse sia facile evitarli). Tuttavia, se posso ricorrere a un’analogia cinematografica abusata, credo che la comprensione dei meccanismi di espansione artificiale del denaro e del credito da parte del sistema bancario sia la “pillola rossa” senza la quale è impossibile uscire dal “Matrix monetario”. Come disse Henry Ford, in altri tempi e facendo riferimento agli abitanti di un paese molto diverso dall’Italia: «se le persone conoscessero come funziona il sistema monetario e bancario, ci sarebbe una rivoluzione prima di domani mattina».

 

4.1 Come avviene

I canali attraverso cui avviene l’espansione artificiale del denaro e del credito (la quale di per sé implica l’assenza del libero mercato in questi settori e quindi l’assenza del libero mercato tout court), sono riconducibili, da un lato, all’attività delle banche commerciali (riserva frazionaria) e, dall’altro, a quella della banca centrale. Le attività delle prime e della seconda sono strettamente legate le une alle altre. Esse sono inoltre legate alla regolamentazione da parte della macchina coercitiva statale che ha concesso loro (e a sé stessa) il privilegio di svolgere attività che, se fossero svolte da qualunque individuo, sarebbero considerate dei crimini comuni.

 

4.1.1 Riserva frazionaria

Se Tizio deposita 1.000 euro nella Banca A, supponendo che il coefficiente di riserva obbligatoria sia l’1%, la Banca A terrà 10 euro di riserva e potrà prestare ad altri (poniamo a Caio) i rimanenti 990 euro. In questo modo la Banca A crea denaro (per la precisione 990 euro) dal nulla. Infatti i 1.000 euro sono rimasti a disposizione di Tizio. Tuttavia, la Banca A ha prestato 990 euro a Caio: quindi 990 di quei 1.000 euro sono anche, allo stesso tempo, a disposizione di Caio. Se Tizio volesse ritirare in contanti i suoi 1.000 euro (cosa che oggi è resa molto difficile e rischiosa dalla macchina coercitiva statale, quando non addirittura impossibile), la Banca A potrebbe restituirgli solo 10 euro. Nel momento in cui essa presta a Caio il denaro che Tizio ha depositato presso di essa, la Banca A diventa quindi insolvente. Nelle parole di Murray Rothbard, una banca che opera in regime di riserva frazionaria «è sempre intrinsecamente in bancarotta»[20]. Tutte le crisi bancarie a cui abbiamo assistito e a cui assistiamo sono in ultima analisi la conseguenza di questo fatto. (Mentre scrivo, fonti del governo italiano hanno annunciato che «è pronto il decreto per il salvataggio della banca Monte dei Paschi di Siena»[21] con fondi “pubblici”, cosa che violerebbe perfino i trattati europei).

Ora, supponiamo che Caio, ricevuti i 990 euro in prestito dalla Banca A, li depositi in un’altra banca (B). Dato sempre il coefficiente di riserva obbligatoria dell’1%, la Banca B terrà 9,9 euro di riserva e presterà ad altri (poniamo a Sempronio) i rimanenti 980,1 euro. In questo modo anche la Banca B crea denaro dal nulla (per la precisione 980,1 euro). E così di seguito…

Alla fine del processo, il sistema bancario nel suo complesso (nel senso dell’insieme delle banche commerciali), a partire dai 1.000 euro depositati inizialmente da Tizio, potrà creare denaro dal nulla fino a 99.000 euro[22].

 

4.1.2 Banca centrale

La banca centrale (la banca delle banche) ha principalmente due strumenti per espandere artificialmente il credito (e quindi il denaro).

Il primo consiste nel ridurre il coefficiente di riserva obbligatoria. Per esempio, a partire sempre dai 1.000 euro iniziali depositati da Tizio, riducendo tale coefficiente dall’1% allo 0,5%, il sistema bancario nel suo complesso potrà creare denaro dal nulla fino a 199.000 euro (invece che fino a 99.000).

Il secondo strumento che la banca centrale ha per espandere artificialmente il credito (o meglio: il secondo pacchetto di strumenti) è l’aumento delle riserve totali delle banche commerciali. Questo a sua volta può avvenire in tre modi:

  1. prestiti che essa fa alle banche commerciali;
  2. riduzione del tasso d’interesse sui prestiti che essa concede alle banche commerciali;
  3. operazioni di mercato aperto.

 

a) Prestiti della banca centrale alle banche commerciali (amplificazione della riserva frazionaria). Nella sezione 4.1.1 abbiamo visto come, attraverso il sistema della riserva frazionaria, l’insieme delle banche commerciali nel suo complesso può espandere il credito. Ora, in quell’analisi non abbiamo tenuto conto della banca centrale. Prestando denaro alle banche commerciali, la banca centrale (la banca delle banche) amplifica l’effetto espansivo della riserva frazionaria.

Infatti, i prestiti della banca centrale alle banche commerciali aumentano le riserve di queste ultime. Da un lato, queste riserve aumentano solo temporaneamente: infatti le banche commerciali (o chi per loro, se il loro stato di bancarotta implicita diventa esplicito) dovranno restituire il denaro preso a prestito. Dall’altro, tuttavia, poiché la pratica, da parte della banca centrale, di prestare denaro alle banche commerciali è costante, l’aumento delle riserve è permanente. Ed è proprio questa permanenza dell’aumento delle riserve bancarie che produce un’amplificazione dell’effetto espansivo della riserva frazionaria.

Il processo di espansione è esposto in nota[23] e porta a un’espansione “amplificata” del credito da parte delle banche commerciali che, ipotizzando riserve iniziali pari a 1.000 euro, coefficiente di riserva obbligatoria pari a 1% e coefficiente di riserva della banca centrale pari a 10%, è pari a 990 mila euro. Gli effetti espansivi della riserva frazionaria vengono dunque amplificati come conseguenza dell’esistenza della banca centrale.

D’altro canto, il sistema della riserva frazionaria non potrebbe nemmeno esistere senza la rete di protezione della banca centrale come prestatrice di ultima istanza (che ha il privilegio di “stampare” denaro fiat dal nulla in quantità illimitata, vedi oltre) e/o quella della macchina coercitiva statale (che ha il privilegio dell’imposizione fiscale e di emettere debito “pubblico”). Senza queste due reti di protezione, al primo dubbio da parte dei clienti sulla solvibilità della banca si verificherebbe la corsa agli sportelli ed essa sarebbe immediatamente in bancarotta esplicita.

 

b) Riduzione del tasso d’interesse sui prestiti che la banca centrale fa alle banche commerciali. La riduzione del tasso d’interesse sui prestiti che la banca centrale concede alle banche commerciali (il cosiddetto “tasso ufficiale di sconto”) ha l’effetto di aumentare la domanda di questi prestiti (o di quelli da parte di altre banche aventi eccesso di riserve presso la banca centrale) e quindi di aumentare l’effetto espansivo descritto al punto precedente.

Naturalmente, se il “tasso ufficiale di sconto” fosse maggiore del tasso d’interesse praticato dalle banche commerciali ai loro clienti (come avveniva in tempi andati), queste sarebbero scoraggiate dal chiedere prestiti alla banca centrale e quindi a espandere artificialmente il credito. Oggi tuttavia (e da molto tempo) il “tasso ufficiale di sconto” è minore del tasso d’interesse praticato dalle banche commerciali ai loro clienti, il che naturalmente costituisce un incentivo a espandere artificialmente il credito. Anzi, in molti casi oggi tale tasso d’interesse è addirittura negativo!

 

c) Operazioni di mercato aperto. Lo strumento di gran lunga più usato da parte delle banche centrali per espandere artificialmente il credito e quindi la quantità di denaro (più usato perché è il più semplice, immediato, arbitrario e illimitato) sono le cosiddette operazioni di mercato aperto (oggi chiamate esoticamente anche “quantitative easing”). Come ricorda ancora Rothbard, queste sono oggi «il più importante strumento con cui la banca centrale influenza l’ammontare totale delle riserve bancarie, e quindi la totale offerta monetaria»[24].

Le operazioni di mercato aperto consistono nell’acquisto, da parte della banca centrale, di “cose” (generalmente di titoli del debito pubblico) presso altri soggetti (p. es. banche commerciali).

L’effetto delle operazioni di mercato aperto è identico a quello dei prestiti della banca centrale alle banche commerciali (vedi sopra sezione 4.1.2.a). Anche il processo di espansione è del tutto analogo: invece di dare alle banche denaro sotto forma di prestito, infatti, la banca centrale dà loro denaro in cambio dell’acquisto di titoli del debito pubblico. Ripeto in nota[25], mutatis mutandis, il processo di espansione a seguito di operazioni di mercato aperto.

Una differenza importante è che, a differenza del caso dei prestiti della banca centrale alle banche commerciali (i quali sono limitati dal coefficiente di riserva della banca centrale), nel caso delle operazioni di mercato aperto queste sono teoricamente illimitate.

Il punto da tener presente è che la banca centrale crea il denaro necessario per l’acquisto di titoli governativi presso le banche commerciali letteralmente dal nulla: essa semplicemente stacca un assegno su sé stessa. La banca centrale può creare denaro dal nulla in quanto, come ricorda Rothbard, ha un «potere illimitato di praticare legalmente qualsivoglia contraffazione di natura monetaria»[26]. Se Tizio vuole comprarsi un bene, egli deve guadagnare e/o risparmiare. La banca centrale può invece stampare denaro.

 

4.1.3 Riduzione della domanda di contante

Un ultimo (ma non ultimo) fattore che contribuisce ad aumentare le riserve delle banche commerciali, e quindi la loro possibilità di espandere artificialmente il credito, è la diminuzione della domanda di contante.

Questa può avvenire in modo volontario (p. es. a seguito di un uso maggiore di carte di credito, che quindi le banche commerciali hanno tutto l’interesse a favorire) o in modo coatto (p. es. attraverso limitazioni legali all’uso del contante).

Il ricorso alla coercizione statale per ostacolare e impedire l’uso del contante è in continua ascesa. Possiamo dire che stiamo assistendo a una versa e propria “guerra” delle macchine coercitive statali al denaro fiat contante. Questo è dovuto non solo all’esigenza di aumentare le riserve delle banche commerciali (così che queste possano espandere ulteriormente la quantità di denaro e il credito) ma anche a quella di rimuovere con la forza l’ultimo limite rimasto a tale capacità espansiva: la corsa agli sportelli. Per un’analisi delle complesse implicazioni della limitazione/abolizione del contante, rimando al recente libro di Leonardo Facco Elogio del Contante[27].

Naturalmente, maggiore è l’aggressione al contante, maggiori sono i benefici di Bitcoin, maggiore è il suo prezzo (si vedano i recenti casi dell’India e del Venezuela citati sopra) e quindi maggiore è la sua diffusione. In questo senso, paradossalmente, la “guerra” delle macchine coercitive statali al contante aiuta il ritorno del denaro.

 

4.2 Gli effetti: il ciclo economico

Avendo visto come funziona il processo di espansione artificiale del denaro e del credito, possiamo adesso analizzarne gli effetti sulla crescita economica.

L’effetto iniziale dell’espansione artificiale del denaro e del credito da parte del sistema bancario è lo stesso di quello che abbiamo visto in relazione al caso dell’abbassamento delle preferenze temporali: si ha infatti una diminuzione del tasso d’interesse. Questo produce un aumento del valore attuale dei beni capitali e quindi un aumento delle quotazioni di borsa.

Come nel caso precedente, la diminuzione del tasso d’interesse segnala un aumento dei risparmi. Tuttavia, in questo caso i risparmi non sono affatto aumentati (e quindi i consumi non sono affatto diminuiti). Anzi, dato che il tasso d’interesse è diminuito, l’incentivo a risparmiare è diminuito e quindi è aumentato quello a consumare. In altri termini, mentre nel caso dell’abbassamento delle preferenze temporali la diminuzione del tasso d’interesse era prodotta da un aumento dei risparmi, nel caso di espansione artificiale del denaro e del credito il tasso d’interesse artificialmente basso produce una diminuzione dei risparmi e quindi un aumento dei consumi. Dato che il legame fra tasso d’interesse e preferenze temporali adesso è rotto, l’aumento dei consumi è insostenibile (overconsumption). In particolare, la diminuzione artificiale del tasso d’interesse spinge il sistema economico in due direzioni opposte e inconciliabili fra loro:

  1. da un lato, come nel caso precedente, essa produce un aumento dei prezzi dei beni capitali (o fattori di produzione). Questo aumento rende profittevole investire negli stadi produttivi più lontani da quello finale del consumo. Tuttavia, a differenza di prima, adesso i consumi non sono affatto diminuiti, anzi sono aumentati: quindi la nuova domanda di forza lavoro che si osserva negli stadi della struttura produttiva più lontani da quelli del consumo non è compensata (come avveniva nel caso dell’abbassamento delle preferenze temporali, vedi sezione 3.2) da una minore domanda di forza lavoro negli stadi più vicini a quello finale del consumo. Di conseguenza si ha un aumento dei salari nominali;
  2. dall’altro, l’aumento dei consumi (prodotto, come abbiamo visto, dalla diminuzione artificiale del tasso d’interesse, e rinforzato a causa dell’aumento dei salari nominali) rende profittevole investire negli stadi della struttura produttiva più vicini a quello finale del consumo. Dato che aumenta la domanda di beni di consumo, aumenta il loro prezzo e quindi, anche se i salari nominali aumentano, i salari reali diminuiscono.

Riassumendo: a seguito dell’espansione del denaro e del credito da parte del sistema bancario e quindi dei tassi d’interesse artificialmente bassi che ne sono la conseguenza, da un lato aumentano gli investimenti negli stadi della struttura produttiva più lontani dal consumo; dall’altro aumentano gli investimenti negli stadi della struttura produttiva più vicini al consumo; dall’altro ancora diminuiscono le risorse disponibili per gli investimenti (i risparmi). La festa, evidentemente, non può andare avanti all’infinito.

Nell’efficace sintesi di Roger Garrison: «I differenti aspetti del processo di mercato messi in moto dall’espansione artificiale del credito [] non sono compatibili fra loro. Lavorano in direzione opposta. [] Le forze di mercato che riflettono le preferenze dei percettori di reddito da lavoro spingono nella direzione di maggiori consumi. Viceversa, le forze di mercato prodotte dall’effetto del credito artificialmente a buon mercato spingono nella direzione di maggiori investimenti [] La fase iniziale del processo di mercato scatenato dall’espansione artificiale del credito è determinata dal comportamento contrastante dei consumatori e degli investitori e comporta la sovrapproduzione di entrambe le categorie di beni [beni di consumo e fattori di produzione, n.d.r.]»[28].

In altre parole, è il boom, dopo il quale, necessariamente, arriva la crisi.

È importante notare che il boom non è caratterizzato solo da troppi investimenti ma anche da investimenti sbagliati (malinvestments): gli investimenti negli stadi della struttura produttiva più lontani da quella finale del consumo (prodotti, lo ripetiamo, da tassi d’interesse artificialmente bassi) non sono supportati da maggiori risparmi e quindi non sono economicamente sostenibili. In altre parole, la manipolazione del tasso d’interesse di mercato ha impedito a quest’ultimo di svolgere la sua funzione di coordinamento fra risparmi e investimenti e quindi di creare armonia nella struttura produttiva.

La scarsità di risparmi (e quindi di risorse reali per gli investimenti) non può rimanere nascosta all’infinito. Quando comincia a essere percepita, il tasso d’interesse aumenta. L’aumento del tasso d’interesse produce, da un lato, una diminuzione del valore attuale dei beni capitali (e quindi dei prezzi di borsa) e, dall’altro, la difficoltà finanziaria degli investimenti più esposti (quelli che un tasso d’interesse di mercato, cioè in armonia con le preferenze temporali delle persone, e dunque più alto, avrebbe tenuto fuori dalla porta). Iniziano in questo modo le prime sofferenze bancarie, da cui le banche si difendono diminuendo il credito concesso. La diminuzione di credito, a sua volta, aumenta ulteriormente il tasso d’interesse. Questo inasprisce la crisi dei progetti già in difficoltà e ne mette in difficoltà altri ancora (cioè crea ulteriori sofferenze bancarie). È un circolo vizioso. Si ha la crisi bancaria. Questa produce la corsa agli sportelli (laddove il ritiro del contante non è ostacolato/impedito o laddove le banche non vengono chiuse, come durante la crisi bancaria di Cipro). Senza un intervento di “salvataggio” da parte della banca centrale e della macchina coercitiva statale, il sistema bancario è destinato a collassare. Tuttavia, tale “salvataggio” non è altro che una dose maggiore dello stesso veleno che ha prodotto la crisi: l’espansione artificiale del denaro e del credito. Questo veleno può rinviare nel tempo il problema (rendendolo esponenzialmente maggiore) ma non può eliminarlo. Come scrive Mises, «Il boom può durare solo finché l’espansione del credito prosegue a un ritmo sempre più accelerato. Il boom si ferma nel momento in cui quantità addizionali di mezzi fiduciari non sono più gettate sul mercato del credito. Ma non può durare per sempre, anche nel caso in cui l’inflazione e l’espansione del credito proseguissero all’infinito. In questo caso incontrerebbe le barriere che impediscono l’espansione senza limiti del credito in circolazione. In particolare, porterebbe al crack-up boom [o flight into real goods: le persone spendono immediatamente il denaro in qualsiasi cosa di reale e durevole pur di limitare i danni della repentina perdita di potere d’acquisto della moneta, n.d.r.[29]] e al collasso dell’intero sistema monetario»[30].

Come tutte le crisi cicliche che l’hanno preceduta (inclusa quella del ’29 che ha prodotto la Grande Depressione), quella che stiamo vivendo, la cui soluzione viene cercata da anni in sempre maggiori dosi di espansione artificiale del denaro e del credito da parte della banca centrale e di interventismo da parte della macchina coercitiva statale, è il prodotto necessario di questi ultimi.

Le banche centrali stanno facendo l’impossibile per rinviare il problema. I costi di questa sempre maggiore violazione del libero mercato saranno enormi e inevitabili. E graveranno in gran parte sulle persone economicamente più svantaggiate, non sui banchieri centrali e sui burocrati che con le loro politiche hanno prodotto la crisi.

Lo stato e il sistema economico stanno agendo sul sistema economico come un veleno letale agisce sul corpo sano di una persona. Grazie anche a una stampa, specie quella economica, che ignora completamente la scienza economica ed è spesso genuflessa al potere (ma sempre e comunque alla struttura coercitiva che lo istituisce), quel veleno viene da un lato somministrato alle persone e, dall’altro, spesso chiesto a gran voce da queste ultime. Questa richiesta di veleno può prendere per esempio la forma di richieste di “salvataggi” bancari da parte della banca centrale e/o della macchina coercitiva statale. Tuttavia, essa può anche prendere la forma della richiesta dell’“uscita dell’Italia dall’euro”: non per avere il libero mercato nel settore del denaro e del credito ma per tornare alla moneta nazionale e quindi per avere possibilità di espansione artificiale del denaro e del credito ancora maggiori di quelle che si hanno con la Banca Centrale Europea.

 

5. Scienza economica, metodologia ed “esilio”

L’analisi svolta fin qui ha avuto lo scopo di sintetizzare la sostanza delle ragioni per cui il libero mercato in generale, e quello nel settore della moneta e del credito in particolare, è la condizione necessaria per la prosperità sostenibile, mentre l’assenza di libero mercato in generale, e l’espansione artificiale del denaro e del credito in particolare, produce necessariamente crisi economiche cicliche e infine depressioni.

Ora, queste sono ragioni scientifiche. Come scienza, e quindi come disciplina di studio astrattamente e logicamente coerente, l’economia (cioè lo studio dell’azione umana) nasce nel 1861 con la pubblicazione del libro Carl Menger Principi di economia. Nel ventesimo secolo, principalmente grazie ai lavori di Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Murray Rothbard e altri, la scienza economica (di cui solo la Scuola Austriaca di economia si occupa) raggiunge completezza, sistematicità e organicità. Le leggi economiche scoperte dagli economisti della scuola austriaca (e non da questi “fatte”) hanno la stessa oggettività della legge di gravità o della teoria della relatività generale.

Rispetto alle scienze naturali, tuttavia, quella economica ha una particolarità (che ha carattere di cronaca, non scientifico): essa non è (ancora) generalmente riconosciuta come scienza. Per esempio, essa di solito non viene insegnata nelle università. In altri termini, la scienza economica ha dovuto svilupparsi “in esilio”, mentre quello che Hayek efficacemente chiama scientismo la fa sempre più da padrone. Le istituzioni che producono l’espansione artificiale del denaro e del credito sono date per acquisite e per necessarie dallo scientismo economico che viene insegnato, diffuso e spacciato per “scienza” ovunque. Perché?

Una parte della risposta va ricercata nella metodologia della scienza economica. Questa è diversa da quella delle scienze naturali e quindi da quella dello scientismo economico. Volendo scimmiottare le prime, infatti, quest’ultimo ne ha adottato la stessa metodologia, che va bene per le scienze naturali ma che, quando è applicata alle scienze sociali, da un lato porta completamente fuori strada e, dall’altro, produce collettivismo (quindi totalitarismo e declino economico). Come scrive Hayek in un bellissimo libro, «[il termine scientismo] descrive un’attitudine che è decisamente non-scientifica nel senso proprio del termine in quanto implica un’applicazione meccanica e acritica delle abitudini di pensiero a campi diversi da quelli nei quali si sono formate. L’approccio scientista, a differenza di quello scientifico, […] è un approccio che si basa molto sul pregiudizio e che, prima ancora di aver considerato il suo oggetto di studio, ritiene di sapere quale è il modo più appropriato di investigarlo»[31]. Lo scientismo economico oggi è diventato (nelle sue diverse scuole di pensiero) la cosiddetta “economia mainstream” la quale, come riassume efficacemente Francesco Carbone sulla base delle ragioni esposte da Hayek nel testo appena citato e prima ancora da Mises in Human Action, «parte dalle premesse sbagliate, chiede le questioni sbagliate, applica il metodo sbagliato e arriva a conclusioni guarda caso sbagliate[32]

La ragione per cui la metodologia delle scienze naturali non può essere applicata alle scienze sociali è che i fenomeni economici sono esclusivamente fenomeni complessi (cioè influenzati da un numero infinito, non controllabile e in gran parte ignoto di variabili). Dal fatto che i fenomeni sociali possono essere solo fenomeni complessi discende l’impossibilità eseguire esperimenti controllati, che invece spesso possono essere fatti nelle scienze naturali. Questa impossibilità di eseguire esperimenti controllati esclude che, nel campo delle scienze sociali, i fatti possano “parlare da sé”, cosa che invece di solito avviene nelle scienze naturali. Per le scienze sociali, e in particolare per la scienza economica, tuttavia, questo non è affatto un problema, nel senso che la strada che è necessario percorrere per scoprire le leggi economiche è diversa da quella che viene spesso (non sempre) percorsa per scoprire le leggi della fisica. Infatti, rispetto alle scienze naturali, a fronte dello svantaggio di non poter fare esperimenti controllati, le scienze sociali hanno un vantaggio: quello dell’introspezione. A differenza del fisico che, quando studia gli atomi per esempio, li deve studiare “da fuori” (cioè non essendo uno di loro), l’economista, quando studia l’azione umana, lo fa “da dentro”. In altre parole, essendo egli stesso un uomo, nell’efficace immagine di Robert Murphy egli ha una «prospettiva da insider»[33], prospettiva che invece non ha il fisico in relazione agli atomi.

Avendo una “prospettiva da insider” l’economista può procedere, per il suo studio dell’azione umana, col metodo della deduzione logico-aprioristica, cioè con lo sviluppo delle implicazioni logiche di assiomi auto-evidenti. Sebbene la formulazione di questo metodo suoni sospetta e arbitraria, si tratta di un metodo d’investigazione analogo a quello in base al quale, partendo dai concetti di linea e di rettangolo, si scopre prima la legge geometrica in base alla quale la linea più lunga che può essere disegnata in un rettangolo divide quest’ultimo in due triangoli; poi il Teorema di Pitagora; e così via… In economia, partendo dal concetto di azione umana e di valore soggettivo, si arriva per deduzione logica progressiva a tutte le leggi economiche (che, in quanto leggi scientifiche, sono generali, non particolari).

Dato che, come abbiamo detto, i fenomeni economici sono necessariamente complessi, queste leggi non possono essere confermate né smentite dalla realtà empirica (p. es. dai dati statistici). Come scrive Mises, «l’esperienza di un fenomeno complesso (e non ci sono altri tipi di fenomeni nel regno dell’azione umana) può sempre essere interpretata sulla base di varie teorie antitetiche. Il fatto che un’interpretazione sia da considerarsi soddisfacente o meno dipende dalla valutazione delle teorie in questione, valutazione che è stabilita ex-ante sulla base di ragionamenti aprioristici»[34]. Sebbene le leggi economiche non possano essere confermate né smentite dalla realtà empirica, la metodologia aprioristico-logico-deduttiva utilizzata per la loro scoperta consente di stabilire che esse sono oggettivamente vere. Come ricorda di nuovo Murphy, chi le studia «non avrà mai bisogno di preoccuparsi che la ricerca economica futura le renderà mai false»[35].

Il fatto che la scienza economica, a differenza dello scientismo, adotti la metodologia corretta, aiuta a spiegare perché i due si trovino su fronti opposti. Tuttavia di per sé non spiega perché a essere “in esilio” sia la scienza economica (le leggi economiche oggettivamente vere) e non lo scientismo (le “leggi” economiche oggettivamente false).

Per trovare una spiegazione del perché a essere “in esilio” sia la scienza economica e non lo scientismo (cioè del perché siano date per acquisite le banche centrali, per esempio), a mio avviso occorre allargare la visuale e guardare anche alla filosofia politica e, in particolare, alla filosofia della legge.

Nelle società attuali la “legge” è intesa come strumento di potere politico arbitrario (positivismo giuridico) invece che come limite non arbitrario a ogni potere coercitivo (principio di non aggressione). Ora, lo scientismo economico è compatibile col positivismo giuridico, non col principio di non aggressione (tant’è che, per esempio, il primo accetta e anzi presuppone la contraffazione legale da parte della banca centrale: una forma di contraffazione che ha effetti economici incalcolabilmente peggiori, in quanto sistemici, di quella illegale). Se a essere “in esilio” fosse lo scientismo economico, si creerebbe quindi un conflitto praticamente e logicamente insostenibile fra sistema economico e sistema sociale. Dati, da una parte, l’impossibilità pratica e logica di questo conflitto fra sistema sociale e sistema economico, e, dall’altra, il fatto che gli attuali sistemi sociali sono espressione del positivismo giuridico, è la scienza economica (e quindi il libero mercato) che necessariamente è “in esilio”. Nelle bellissime parole di Bruno Leoni, «Anche quegli economisti che hanno difeso nel modo più brillante il libero mercato dall’interferenza delle autorità hanno, di solito, tralasciato la considerazione parallela che nessun libero mercato è veramente compatibile con un processo di legislazione centralizzato da parte delle autorità»[36]. In altre parole, dato che oggi si ha un processo di legislazione centralizzato da parte delle autorità, non si ha e anzi non si può avere libero mercato. Quindi la scienza economica deve andare in “esilio”.

 

6. L’ambiente giuridico del libero mercato

L’approfondimento delle questioni di filosofia politica esula dagli obiettivi di questo articolo. Tuttavia il cenno che vi ho appena fatto mi è necessario per introdurre questa sezione in cui affronterò il problema scientifico della “conservazione” nel tempo del libero mercato e quello strategico della transizione verso un ambiente giuridico che consente questa conservazione.

 

6.1 La conservazione nel tempo del libero mercato

Anche se un giorno il libero mercato, a partire da quello nel settore del denaro e del credito, venisse lasciato essere, questo non basterebbe a conservarlo nel tempo.

Allo stesso modo in cui il migliore albero di limoni necessariamente morirebbe se venisse piantato in una distesa di ghiaccio dell’Antartide, il libero mercato in generale, e quello del denaro e del credito in particolare, non potrebbe sopravvivere in un ambiente giuridico in cui la “legge” è lo strumento di potere coercitivo arbitrario dell’autorità, cioè in cui gli scambi volontari (e quindi la creazione di valore) possano essere ostacolati e impediti per decisione legale di quest’ultima, magari sulla base di un arbitrariamente definito “interesse generale” (concetto che, nel momento in cui si accetta la soggettività del valore con le sue implicazioni, è logicamente privo di senso).

Nel tempo, il libero mercato non può rimanere statico: esso può solo consolidarsi o disfarsi. E quale di queste due strade seguirà dipenderà interamente dall’idea astratta di legge che costituisce l’ambiente giuridico in cui esso si trova.

Il processo economico infatti riguarda l’azione umana: esso quindi prenderà la direzione della prosperità o quella del declino a seconda che quest’azione possa essere legalmente sottoposta a coercizione arbitraria (il che produrrà una situazione in cui lo sarà sempre di più) o meno. Introdurre il libero mercato in un ambiente giuridico dove la legge è quello che oggi viene comunemente inteso con questa parola è quindi di fatto, nonostante le apprezzabili intenzioni, fatica sprecata. Nel tempo, in un contesto di positivismo giuridico, il libero mercato regredirà inevitabilmente verso forme sempre peggiori di interventismo allo stesso modo in cui il nostro albero di limoni piantato nei ghiacci dell’Antartide morirà. D’altro canto, introdurre il libero mercato in un ambiente giuridico dove la Legge è il principio di non aggressione (e quindi il limite non arbitrario a ogni azione coercitiva da parte di chiunque), porta a un suo sempre maggiore consolidamento nel tempo.

 

6.2 Il problema strategico della transizione

Per conservare il libero mercato non basta dunque introdurlo. Occorre anche rendere l’ambiente giuridico in cui viene introdotto compatibile con esso. In altri termini, occorre passare da un sistema sociale basato sul positivismo giuridico (e quindi sulla totale arbitrarietà e illimitatezza del potere politico) a uno basato sulla Legge intesa come principio di non aggressione (e quindi sulla limitazione non arbitraria di ogni potere coercitivo). Questo passaggio non è facile, ma è l’unica via possibile. Non esistono scorciatoie. Tuttavia esistono infiniti modi, infinite strategie per farlo. E queste di solito non si escludono a vicenda.

Quale di queste strategie sia la migliore può essere verificato solo ex post, non ex ante (a differenza della scienza economica, la strategia non è una scienza aprioristico-logico-deduttiva). Quello che, per ragioni logiche (scientifiche), può essere stabilito con assoluta certezza ex ante è che queste possibili strategie escludono quella del ricorso alla macchina coercitiva statale (o ai soggetti a cui questa ha concesso determinati privilegi per espandersi: p. es. la banca centrale). Questi infatti, come abbiamo visto, sono il male, non la cura.

Sicuramente, fra le diverse possibili strategie, la diffusione delle idee di libertà e della scienza economica è una che nel lungo periodo può produrre frutti. In parte, soprattutto grazie a internet, ha già cominciato a produrli. Tuttavia, io temo che non sia una strategia sufficiente. Coloro che (anche fra le cosiddette “élites colte”) avranno la voglia, la curiosità, l’apertura mentale (e si tratta di apertura mentale nei confronti di un nuovo paradigma, non semplicemente nei confronti di nuove idee), la pazienza, il tempo e l’intelligenza per avvicinarsi alle idee coerenti di libertà e alla scienza economica, sono e saranno sempre pochissimi (anche se, si spera, sempre di più).

Io credo che un’altra strategia possibile e non alternativa alla precedente per passare gradualmente dall’arbitrio del positivismo giuridico al principio di non aggressione sia quella di ricorrere al processo di mercato. Mi permetto di riportare in nota[37] il link alla sintesi di una strategia di questo tipo che ho tentato sviluppare. In due parole, questa strategia consiste nel creare un sistema legislativo privato, concorrenziale, ideologicamente neutro, informale e parallelo che, attraverso una struttura di incentivi, induca le persone a usare quello pubblico e formale contro il positivismo giuridico e in favore del principio di non aggressione.

Questo tipo di approccio strategico è stato già sperimentato con successo in Bitcoin. Come abbiamo visto, Bitcoin è un denaro di mercato che è stato pensato per affiancarsi al denaro fiat, non per sostituirlo. Ed è stato pensato per non poter essere aggredito dalla macchina coercitiva statale. Inoltre, pur essendo un denaro strutturalmente di mercato (riproduce la dinamica dell’oro) è ideologicamente neutro. Molte persone usano, investono in o “minano” Bitcoin non perché sono a favore del libero mercato, ma perché (magari essendo ideologicamente ostili a quest’ultimo), hanno incentivo a farlo: esse vogliono guadagnare denaro, mettere al sicuro parte dei loro risparmi, acquistare medicine di cui hanno bisogno e che nel loro paese non potrebbero acquistare altrimenti, partecipare a mercati (anche del credito[38]) da cui nei loro paesi sono esclusi, ecc.

Se questa strategia sta funzionando per la rivincita del denaro nei confronti del denaro fiat, in linea di principio potrebbe funzionare anche per la rivincita della Legge nei confronti della “legge” fiat. In quanto risultato di uno spontaneo processo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo[39], Legge e denaro sono infatti due facce della stessa medaglia, come lo sono, sul versante opposto, la “legge” fiat, cioè il positivismo giuridico, e il denaro fiat (entrambi risultato della decisione arbitraria di un’autorità).

 

7. Conclusioni: autodeterminazione, denaro e credito

Principio di non aggressione (Legge), libero mercato e autodeterminazione sono strettamente legati l’uno all’altro.

Più sopra[40] abbiamo accennato al nesso che lega il principio di non aggressione al libero mercato in generale e a quello del denaro e del credito in particolare.

Il nesso che collega il principio di non aggressione a quello di autodeterminazione è ovvio: nel momento in cui A costringe B a fare qualcosa senza che B abbia aggredito alcuno (per esempio nel momento in cui A costringe B a pagare per un’emittente televisiva che non sceglierebbe mai sul mercato o a finanziare un concerto che non ascolterà mai o un partito politico che disprezza oppure a usare una particolare moneta fiat), A sta aggredendo B.

Il nesso fra autodeterminazione e libero mercato, peraltro implicito nei primi due, richiede, per essere approfondito, qualche considerazione aggiuntiva in merito ai prezzi.

Abbiamo visto sopra che il tasso d’interesse di mercato è il “prezzo del tempo”. In quanto tale, esso svolge la funzione di “grande coordinatore” fra risparmi e investimenti. In questo senso, esso crea quindi armonia nel processo economico. Questa armonia è il risultato del fatto che nessuno interferisce nelle preferenze temporali delle persone, quali che siano queste preferenze.

Quando il sistema bancario e la macchina coercitiva statale intervengono nel settore del denaro e del credito, per esempio espandendo artificialmente la quantità di questi ultimi, il tasso d’interesse di mercato viene sostituito con quello deciso o desiderato dalle autorità. In questo modo, il tasso d’interesse smette di essere il “prezzo del tempo” e la sua funzione di “grande coordinatore” fra risparmi e investimenti è persa. Tipicamente, col tasso d’interesse artificialmente basso (e oggi addirittura negativo!) prodotto dall’espansione artificiale del denaro e del credito, le autorità spingono le persone a consumare di più e a risparmiare di meno di quanto farebbero in assenza di politica monetaria. In altri termini, manipolando la quantità di denaro e il credito, e quindi il prezzo del tempo (il tasso d’interesse), le autorità violano, spesso senza che le persone se ne accorgano, la capacità di queste ultime di auto-determinarsi, di agire in base alle proprie preferenze temporali.

Quello che è vero per il prezzo del tempo è vero più in generale per tutti i prezzi. Fissando il prezzo di un bene o di un servizio (per esempio il canone di affitto di un immobile[41]), l’autorità impedisce alle persone di usare la propria conoscenza (in particolare quella relativa al valore, che è un concetto puramente soggettivo) per i propri fini. In questo modo essa distorce i prezzi dei beni e dei servizi allo stesso modo in cui, come abbiamo visto sopra, essa distorce il tasso d’interesse. Senza prezzi di mercato, così come senza tasso d’interesse di mercato, il calcolo economico è impossibile. Quando i prezzi non esprimono più la scarsità ma l’idea arbitraria di qualche burocrate (in termini più astratti, quando l’ordine spontaneo del libero mercato viene sostituito con l’ordine positivo dell’economia di comando[42]), la conoscenza che è dispersa capillarmente fra le persone e che non è disponibile ad alcuna “mente direttrice” viene sprecata e si ha inevitabilmente il declino economico[43]. Come scrive Mises, «Dove non c’è il libero mercato, non c’è alcun meccanismo di prezzi; senza meccanismi di prezzo, non c’è calcolo economico. Colui che si aspetta che il socialismo possa produrre un sistema economico razionale sarà obbligato [nei limiti in cui egli stesso è una persona razionale, n.d.r.] a riesaminare la sua posizione»[44]; «Il problema fondamentale del socialismo è un problema di calcolo economico […] [Senza prezzi di mercato] diventa impossibile per i managers di una comunità socialista fare calcoli. […] [Essi] sarebbero in una posizione simile a quella del capitano di una nave che debba attraversare l’oceano con le stelle coperte dalla nebbia e senza l’aiuto di una bussola o di altro strumento per l’orientamento nautico»[45].

Riassumendo, dove le persone possono autodeterminarsi in base alla loro conoscenza periferica (p. es. in relazione a cosa è per loro importante), e quindi dove si possono avere prezzi di mercato, si avrà prosperità economica sostenibile e, in caso di crisi, auto-correzione. Viceversa, dove le persone non possono autodeterminarsi, cioè dove i prezzi di mercato sono sostituiti dalle decisioni di qualche autorità, si avrà necessariamente distruzione di valore (reale e potenziale) nel lungo periodo e, invece che auto-correzione, un avvitamento della crisi.

Qualunque spinta nella direzione dell’indipendenza di una regione da uno stato nasce, credo, dall’esigenza umana dell’autodeterminazione. Spesso tuttavia accade che la stessa persona che, da un lato, mossa dall’esigenza dell’autodeterminazione, vuole l’indipendenza del territorio in cui vive, dall’altro abbia paura di spingersi fino a volere il rispetto del principio di autodeterminazione che, in quanto tale (cioè in quanto principio), copre ogni àmbito della vita economica e sociale e senza il quale, nel lungo periodo, il declino è inevitabile.

Pensare che oggi l’indipendenza di una regione da una macchina coercitiva statale possa essere colta come opportunità di creare un sistema sociale coerentemente rispettoso del principio di autodeterminazione e quindi dare l’avvio a un sistema economico di libero mercato (a partire da quello del denaro e del credito) mi sembra irrealistico. Semplicemente, non esistono i necessari presupposti culturali perché questo possa avvenire. Tuttavia, come ho accennato alla fine della sezione precedente, io non credo che questa sia una ragione per disperare. La direzione di marcia può essere invertita e un movimento accelerato può essere avviato nella direzione del principio autodeterminazione e in quella del libero mercato anche in presenza di istituzioni formali che ne rappresentano la negazione.

Che questo sia vero oppure no (cioè che l’approccio strategico che ho menzionato alla fine della sezione precedente sia capace di rivolgere il positivismo contro sé stesso o meno), l’autodeterminazione è compatibile solo col libero mercato e con istituzioni sociali che siano poste a difesa dell’unica idea astratta di legge che consente la vita di quest’ultimo: il principio di non aggressione. Per essere chiari, quest’idea di legge è quella in base alla quale la tassazione, in quanto sottrazione coercitiva di risorse economiche private, è, sebbene legale (come peraltro lo erano le “leggi” razziali), illegittima.

 

Bibliografia

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L’autore

Giovanni Birindelli è un autore indipendente con un interesse specifico in economia e filosofia politica. È laureato in Economia presso l’università La Sapienza (Roma) e ha conseguito un Master of Science (MSc) in “Philosophy of the Social Sciences” presso la London School of Economics and Political Sciences (Londra). Ha lavorato come Analyst presso Commerzbank Securities (Londra), come Senior Consultant presso la società di consulenza strategica Lynkeus Srl (Roma), come Director della società di consulenza strategica Catallaxy Limited (Londra). Collabora regolarmente col Movimento Libertario e con la rivista online Miglioverde. Ha tenuto diverse lezioni e conferenze di economia e filosofia politica, sia in Italia che all’estero. Ha scritto la prefazione ad alcuni libri fra cui l’edizione italiana de Il Mistero dell’Attività Bancaria di Murray N. Rothbard e Elogio del contante di Leonardo Facco. È autore del libro La sovranità della Legge (Leonardo Facco Editore, 2014) e del libro Legge e mercato (Leonardo Facco Editore, data di pubblicazione prevista: gennaio 2017). È Presidente dell’associazione libertaria Catallaxy Institute. Vive a Firenze dove gestisce una piccola azienda agricola di famiglia.

 

L’istituto

Lo Switzerland Institute in Venice è un istituto sorto per iniziativa di Luigi Marco Bassani, Carlo Lottieri e Daniele Velo Dalbrenta al fine di discutere – particolarmente in ambito accademico – i temi del diritto di secessione e della concorrenza istituzionale, da un lato, e della libertà e della proprietà, dall’altro.

L’obiettivo è promuovere e sostenere ricerche che favoriscano una crescente legittimazione di quelle iniziative politiche che meglio possono favorire la libertà d’impresa e l’autogoverno, traendo lezione anche dall’esperienza storica della Svizzera. Il riferimento alla società elvetica nasce non solo dall’intenzione di operare a cavallo tra il Ticino e il Veneto, ma anche perché i promotori considerano la società svizzera un modello da imitare e un’occasione di riflessione per l’intera Europa, e più specificamente per le aree di lingua italiana.

Scopo dell’istituto è mostrare come quella svizzera sia una sorta di “utopia realizzata”: un modello imperfetto, naturalmente, ma che può aiutare a dirigersi nella giusta direzione.

 

NOTE

[1] Essa è la componente fondamentale perché, a differenza delle altre, è l’unica che esisterebbe in quell’astrazione teorica che viene chiamata “economia stazionaria” (in inglese, Evenly Rotating Economy, ERE – Vedi Rothbard M.N., Man, Economy and State, Auburn, Mises Institute, 2001 [1962], pp. 274-279, 497). Nei testi scientifici di economia (quelli degli economisti della Scuola Austriaca) l’economia stazionaria viene discussa non in quanto approssimazione della realtà ma in quanto caso semplice dal quale è possibile estrarre logicamente alcune leggi economiche che poi possono essere applicate in contesti più complessi ed essere lì usate per scoprire altre leggi economiche valide in questi ultimi. In un’economia stazionaria non esisterebbe né il rischio né la perdita di potere d’acquisto del denaro. Quindi le due seconde componenti del tasso d’interesse non esisterebbero. Le preferenze che gli individui hanno per il tempo presente relativamente al tempo futuro, invece, sarebbero presenti anche in un’economia stazionaria. Per questa ragione le preferenze temporali sono la componente primaria (o pura) del tasso d’interesse.

[2] Vedi Mises L., The Theory of Money and Credit, Indianapolis, Liberty Fund, 1980 [1952], p. 74.

[3] Vedi Menger C., Principi di economia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001 [1861], pp. 279-308.

[4] «La quantità di denaro e il valore dell’unità monetaria sono questioni di nessuna importanza in relazione all’utilità ottenuta dall’uso del denaro» [Mises L., The Theory of Money and Credit, Indianapolis, Liberty Fund, 1980 [1952], p. 165].

[5] Rothbard M.N., Il Mistero dell’Attività Bancaria, Massa, Usemlab, 2013 [1983], pp. 43-45.

[6] Lottieri C., Credere nello Stato?, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011, p. 18.

[7] Per questo c’è una tendenza (che è diventata estrema a partire dalla Prima Guerra mondiale) a finanziare sempre di più le guerre con l’inflazione (e col debito “pubblico”) invece che con l’imposizione fiscale esplicita: vedi p. es. Phillips C.A. et al., Banking and the Business Cycle, Auburn, Mises Institute, 2007 [1937], pp. 14-15.

[8] North G., Cosa è il Denaro, Massa, Usemlab, 2010, p. 86.

[9] Molte persone hanno difficoltà ad accettare il fatto che dei dati su un registro informatico possano essere merci. In questa difficoltà esse dimostrano la loro scarsa familiarità con la teoria soggettiva del valore. Come scrive Carl Menger, «nell’esposizione scientifica si è fatto sentire il bisogno di una definizione [di merci] valida per tutti i beni economici destinati allo scambio, senza tener conto della loro materialità e mobilità, del loro carattere di prodotti del lavoro, o delle persone che li offrono, e quindi un gran numero di economisti, soprattutto tedeschi, intende per merci beni (economici) di qualsiasi specie destinati allo scambio. […] Dal suddetto concetto di merce nel senso scientifico del termine, è contemporaneamente evidente che il carattere di merce non è qualcosa di insito nel bene, né una sua qualità, ma soltanto un particolare suo rapporto con la persona che ne dispone» [Menger C., Principi di economia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001 [1861], pp. 257-258].

[10] Per capire cos’è una blockchain suggerisco di leggere il seguente articolo di Ansel Lindner: http://bitcoinandmarkets.com/blockchain-rules-of-thumb/.

[11] Vedi p. es. qui: https://www.doc.ic.ac.uk/project/2015/163/g1516329/website/Proof-of-Work/proof_of_work.html.

[12] https://youtu.be/6ZCVQHtD2l4.

[13] http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21710838-crackdown-indias-black-economy-makes-life-harder-everyone-india-grapples.

[14] https://reason.com/archives/2016/11/28/the-secret-dangerous-world-of.

[15] http://www.miglioverde.eu/il-venezuela-copia-lindia-mette-fuori-corso-le-banconote-da-100-bolivar/.

[16] Vedi Huerta de Soto J., Money, Bank Credit and Economic Cycles, Auburn, Mises Institute, 2009 [1998], pp. 1-36.

[17] La discussione della riserva frazionaria sul piano della legittimità e su quello storico-giuridico esula dagli obiettivi di questo articolo. Per un approfondimento di questo punto rimando al testo migliore e più completo che io conosca sull’argomento: Huerta de Soto J., Money, Bank Credit and Economic Cycles, Auburn, Mises Institute, 2009 [1998]. Tuttavia, per riassumere, e al di là della “polvere” che è stata sollevata per confondere le idee (vedi oltre), una banca che presta ad altri il denaro prestato dai suoi clienti non è in una posizione sostanzialmente diversa da quella del guardiano di una casa che affitta su AirB&B la casa di cui è custode, e nella quale il proprietario potrebbe tornare in ogni momento.

[18] Huerta de Soto J., Money, Bank Credit and Economic Cycles, Auburn, Mises Institute, 2009 [1998], p. 16.

[19] A causa delle politiche monetarie estremamente espansionistiche della banca centrale, nei depositi delle banche commerciali presso la banca centrale (vedi oltre) i tassi d’interesse sono già, in diversi casi, negativi. Per evitare questi tassi d’interesse negativi, alcune banche commerciali stanno ricorrendo a forme alternative di deposito, al di fuori della banca centrale. In caso di tassi d’interesse negativi sui loro depositi, le persone in teoria potrebbero fare la stessa cosa: ritirare il contante e metterlo in sicurezza. In pratica, tuttavia, esse sono sempre più obbligate a detenere il denaro fiat in banca. Di conseguenza, quando le banche commerciali praticheranno tassi d’interesse negativi sui depositi, i correntisti saranno costretti a pagare le banche perché queste prestino il denaro che è stato depositato dai primi. E quando, come conseguenza necessaria del prestito, da parte delle banche, di denaro depositato, si verificherà l’ennesima crisi bancaria, non potendo ritirare il contante, le persone non potranno difendersi.

[20] Rothbard M.N., Il Mistero dell’Attività Bancaria, Massa, Usemlab, 2013 [1983], p. 96.

[21] http://www.lastampa.it/2016/12/09/economia/fonti-la-bce-dice-no-a-mps-sulla-proroga-per-laumento-di-capitale-CETf67Ynt8qDPwpwXVD03L/pagina.html

[22] In generale, la capacità di espansione artificiale del credito da parte del sistema bancario nel suo complesso (X) è data dalla formula: X=(d*(1-c))/c dove d è il deposito iniziale (i 1.000 euro depositati inizialmente da Tizio) e c è il coefficiente di riserva obbligatoria stabilito per “legge” (1%). Questa formula naturalmente equivale a quella della capacità di espansione artificiale del credito di una singola banca monopolista.

[23] Come abbiamo visto, sulla base delle loro riserve che assumiamo essere di 1.000 di euro [d = € 1.000], e di un coefficiente di riserva obbligatoria dell’1% [c = 1%], l’insieme delle banche commerciali nel suo complesso espande il credito fino a 99 mila di euro [X = riserva frazionaria banche commerciali = (d*(1-c))/c = € 99 mila]. Queste riserve di 1.000 euro, tuttavia, sono ora depositate dalle banche commerciali presso la banca centrale (la banca delle banche) dove le banche commerciali hanno il conto. Allo stesso modo in cui queste ultime mantengono un coefficiente di riserva obbligatoria [c] sul denaro depositato dai loro clienti, la banca centrale mantiene un coefficiente di riserva [c’ = 10% poniamo] sul denaro depositato presso di essa dai suoi “clienti”: le banche commerciali. Sulla base di questo coefficiente di riserva, la banca centrale (banca monopolista) espande quindi il suo credito alle banche commerciali fino a 9 mila di euro [X’ = riserva frazionaria banca centrale = (d*(1-c’))/c’ = € 9 mila]. Queste ultime hanno quindi riserve totali presso la banca centrale non più per 1.000 euro ma per 10 mila euro [d’ = riserve totali banche commerciali presso banca centrale = d + X’ = € 10 mila]. Sulla base di questo ammontare di riserve totali e del coefficiente di riserva obbligatoria esse quindi espandono ulteriormente il credito fino a 990 mila di euro [X’’ = riserva frazionaria amplificata banche commerciali = (d’*(1-c))/c = € 990 mila]. Vedi Phillips C.A. et al., Banking and the Business Cycle, Auburn, Mises Institute, 2007 [1937], pp. 24-8.

[24] Rothbard M.N., Il Mistero dell’Attività Bancaria, Massa, Usemlab, 2013 [1983], p. 148.

[25] La situazione di partenza è sempre la stessa: sulla base delle loro riserve che assumiamo essere di 1.000 di euro [d = € 1.000], e di un coefficiente di riserva obbligatoria dell’1% [c = 1%], l’insieme delle banche commerciali nel suo complesso espande il credito fino a 99 mila di euro [X = riserva frazionaria banche commerciali = (d*(1-c))/c = € 99 mila]. Queste riserve di 1.000 euro, tuttavia, sono ora depositate dalle banche commerciali presso la banca centrale (la banca delle banche) dove le banche commerciali hanno il conto. Ora, a seguito delle sue operazioni di mercato aperto, la banca centrale crea dal nulla del denaro e lo usa per acquistare dalle banche (poniamo) dei titoli del debito “pubblico”. Per facilitare la comparazione quantitativa col caso precedente dei prestiti alle banche commerciali da parte della banca centrale, supponiamo che la quantità di denaro creato dal nulla da parte della banca centrale e da questa usato per acquistare dalle banche commerciali titoli del debito “pubblico” sia pari a quella che, nel caso precedente, abbiamo supposto che fosse prestata dalla prima alle seconde (e che era limitata dal coefficiente di riserva della banca centrale del 10%) e quindi che tale quantità sia pari a 9 mila euro [X’ = quantità di denaro creata dal nulla dalla banca centrale = (per ipotesi) espansione monetaria della banca centrale nel caso precedente di prestito alle banche commerciali = (d*(1-c’))/c’ = € 9 mila]. Con questo denaro la banca centrale acquista dalle banche commerciali titoli del debito pubblico (operazioni di mercato aperto). Le banche commerciali depositeranno il denaro proveniente dalla vendita di questi titoli alla banca centrale presso la stessa banca centrale. Questo denaro andrà così a incrementare le loro riserve. Adesso le banche commerciali hanno quindi riserve totali presso la banca centrale non più per 1.000 euro ma per 10 mila euro [d’ = riserve totali banche commerciali presso banca centrale = d + X’ = € 10 mila]. Sulla base di questo ammontare di riserve totali e del coefficiente di riserva obbligatoria dell’1% esse quindi espandono ulteriormente il credito fino a 990 mila di euro [X’’ = riserva frazionaria amplificata banche commerciali = (d’*(1-c))/c = € 990 mila]. Vedi Phillips C.A. et al., Banking and the Business Cycle, Auburn, Mises Institute, 2007 [1937], pp. 26-27 e Rothbard M.N., Il Mistero dell’Attività Bancaria, Massa, Usemlab, 2013 [1983], pp. 165-166.

[26] Rothbard M.N., Il Mistero dell’Attività Bancaria, Massa, Usemlab, 2013 [1983], p. 148.

[27] Facco L., Elogio del contante, Milano, Miglioverde Editore, 2015.

[28] Garrison R.W., Time and Money, London and New York, Routledge, 2001, p. 70.

[29] Per una stupenda testimonianza diretta e descrizione letteraria del crack-up-boom in Austria, vedi Zweig S., Il mondo di ieri, Milano, Oscar Mondadori, 2015 [1942], p. 249.

[30] Mises L., Human Action, Indianapolis, Liberty Fund, 2007 [1949], Vol. 2, p. 555.

[31] Hayek F.A., The Counter Revolution of Science, Indianapolis, Liberty Fund, 1979 [1952], p. 24. Vedi anche, per il riferimento al collettivismo, il bellissimo passaggio a pagina 181.

[32] http://iltruffone.com/it-018-7-clamorosi-errori-insegnati-nei-corsi-di-economia/ min. 1:50

[33] Murphy R., Lessons for the Young Economist, Auburn, Mises Institute, 2010, p. 22.

[34] Mises L., Human Action, Indianapolis, Liberty Fund, 2007 [1949], Vol. 1, p. 41.

[35] Murphy R., Lessons for the Young Economist, Auburn, Mises Institute, 2010, p. 22.

[36] Leoni B., La libertà e la legge, Macerata, Liberilibri, 2000 [1961], p. 102.

[37] https://catallaxyinstitute.wordpress.com/2016/10/31/una-strategia-per-la-liberta-versione-sintetica/.

[38] Vedi http://www.btcjam.com.

[39] Va segnalato che per altri economisti della Scuola Austriaca, e in particolare per Rothbard, la Legge è un fatto naturale (giusnaturalismo). Poiché, sia che essa sia intesa come risultato inintenzionale di un processo spontaneo di selezione di usi e convenzioni di successo (“di successo” nel senso che hanno dimostrato di contribuire alla pace e alla prosperità), sia che essa sia intesa come aspetto della “natura umana”, la Legge è indipendente dalla volontà dell’autorità, la sostanza del discorso non cambia.

[40] Fine sezione 5 e sezione 6.1.

[41] Oggi, in Italia, la macchina coercitiva statale di fatto fissa il prezzo di affitto di molti immobili attraverso il cosiddetto “canone concordato”. In sostanza, l’autorità fissa dei parametri di prezzo e concede uno sconto fiscale ai proprietari che danno in affitto il loro immobile per un prezzo che rientra in quei parametri e che rinunciano all’adeguamento del prezzo di affitto alla perdita del potere d’acquisto del denaro.

[42] Un ordine spontaneo è, nelle felici parole di Hayek, il risultato dell’azione dell’uomo (p. es. degli scambi fra le persone) ma del disegno razionale (cioè della progettazione) di nessuno. In esso non c’è quindi alcuna gerarchia unitaria di fini. Finché non violano la proprietà altrui, coloro che danno vita all’ordine spontaneo (gli individui e le organizzazioni come le aziende, le associazioni di carità, ecc.) sono liberi di agire ognuno in funzione dei propri fini (quali che siano). Solo l’individuo che agisce sa quanto e perché i fini della sua azione sono per lui importanti. Solo lui sa quanto e perché per lui è importante un bene, un servizio, una prova, un affetto, un luogo, il tempo futuro relativamente al tempo presente, ecc. E il fatto che questa conoscenza la abbia solo lui (e quindi sia periferica) dipende dal fatto che il valore, ciò che guida l’azione, è puramente soggettivo.

Un ordine positivo, viceversa, per esempio un’organizzazione o un’economia di comando, è il risultato dell’azione dell’uomo e del duo disegno razionale. Esso è quindi gestito in base a una gerarchia unitaria di fini: coloro che agiscono all’interno dell’ordine positivo devono cioè agire in funzione dei fini stabiliti dal vertice, non i propri.

Questo è un fatto necessario e positivo in una fabbrica di matite, per esempio: se, all’interno di quella fabbrica, ciascuno si mettesse a fare quello che vuole, le matite semplicemente non potrebbero essere prodotte. Tuttavia è un fatto economicamente (oltre che eticamente) devastante quando la società nel suo complesso e la relativa economia vengono gestite come se fossero organizzazioni e quindi ordini positivi. Ed è un fatto economicamente devastante perché, mentre la produzione di una matita richiede l’uso di una conoscenza che è in gran parte concentrata in chi ne ha fatto il progetto, il tasso d’interesse di mercato, per esempio, e quindi il coordinamento fra risparmi e investimenti (in altri termini, la prosperità economica sostenibile), richiede l’uso di una conoscenza (quella di quanto è importante il tempo futuro relativamente al tempo presente), che è capillarmente dispersa. Questa conoscenza può averla solo l’individuo. Come abbiamo visto essa viene sprecata quando un’autorità (p. es. la banca centrale), espandendo arbitrariamente la quantità di denaro e il credito, fissa un tasso di interesse artificialmente basso. Il fatto che, al contrario dell’interventismo, il libero mercato produca prosperità deriva dal fatto che in esso non viene perseguito alcun “interesse generale” o “bene superiore” arbitrariamente stabilito da qualcuno ma, al contrario, viene utilizzata una conoscenza periferica dispersa capillarmente fra le persone e non disponibile ad alcuna “mente direttrice”[42].

Diventa quindi evidente, di nuovo e per altra via, perché il libero mercato è incompatibile col positivismo giuridico: il libero mercato è un ordine sociale spontaneo; viceversa, il positivismo giuridico produce un ordine sociale positivo (implica che la società e la relativa economia siano gestite sempre di più come se fossero organizzazioni). Se, da un lato, non c’è alcuna incompatibilità fra ordine spontaneo e ordine positivo (l’ordine spontaneo del libero mercato è costituito anche da ordini positivi: per esempio le aziende), fra una società gestita come ordine positivo e la relativa economia lasciata crescere come libero mercato c’è un’incompatibilità logica assoluta.

[43] Per un approfondimento di questo aspetto, vedi Hayek F.A., “The Use of Knowledge in Society” , American Economic Review, XXXV, No. 4, Sett. 1945, pp. 519–30.

[44] Mises L., Economic Calculation in the Socialist Commonwealth [1920], in Hayek F.A. a cura di, Collectivist Economic Planning, London, Routledge and Keagan Paul, 1956 [1935], pp. 111 e 130.

[45] Mises L., Omnipotent Government, Grove City, Libertarian Press, 1985 [1944], p. 57-58.

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